lunedì, Dicembre 5, 2022
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Raccontando il rugby. Intervista a Marcello Cuttitta, ex Nazionale.

Lo spazio di oggi è dedicato al rugby, attività dinamica ed equilibrata, eppure poco praticata e, soprattutto, poco seguita a livello mediatico.
Accompagnata da Marcello Cuttitta, ex giocatore ed ex Nazionale mi addentro in una nuova avventura,  che mi ha permesso di comprendere come lo sport di cui parleremo è in grado di mescolare culture differenti.
Location di questa nostra chiacchierata è stata Casa Ronald di Fondazione Mc Donald.

Mi racconti un po’ di lei, in quanto non tutti la conoscono e non tutti conoscono il rugby.

Sono un ex giocatore di rugby che ha vissuto in Sud Africa per vent’anni, trascorrendovi, quindi, tutta la mia infanzia.
Storicamente, posso dirti che ho avuto modo di conoscere l’apartheid fino, praticamente, al suo smantellarsi poi,  nel 1986 sono emigrato in Italia, mentre Nelson Mandela è stato liberato nel 1992.
Per me  è stata un’esperienza unica poiché mio padre seguiva la costruzione di strade e, di conseguenza, ci siamo spostati in varie zone del continente nel deserto, nella savana e nelle città, in funzione  cioè del luogo in cui si trovavano i cantieri.
Ho iniziato a giocare a rugby nelle scuole perché la pratica sportiva era prevista.
Sai, eravamo tutti in divisa, tutti tirati a filo, ma soprattutto ci siamo avvicinati a diversi sport, compresa l’atletica leggera.
Nel 1985 una famiglia che lavorava in Sud Africa tramite mio padre ci convinse ad andare a giocare all’Aquila, per cui da quaranta gradi all’ombra siamo passati a meno ventisei gradi: un trauma notevole legato alla temperatura.
Sono entrato a fare parte della Scavolini, l’Aquila rugby e giravo tutta l’Italia dato che era campionato di seria A.
Nel 1986 io e il mio gemello siamo entrati nel giro Nazionale, giocandovi per vent’anni.
Dopo che ho giocato nel Milan rugby, al termine dell’attività agonistica, mi sono sposato e ho iniziato a lavorare presso una banca, ho continuato però a far parte dei sistema di questo sport, allenando e, negli ultimi anni ,abbiamo creato l’associazione Italian Classic XV che altro non è che l’insieme di ex nazionali, per dare una mano agli ex giocatori che finivano l’attività agonistica ad entrare nel mondo della loro professionalità.
Insieme a Giorgio Monaco nostro amministratore delegato abbiamo costituito una S.R.L. e piano piano, creato delle basi.
Uno dei nostri partner è Fondazione Mc Donald , dove ci troviamo, adesso, che si occupa di creare case famiglie per genitori in difficoltà che devono seguire il percorso curativo dei loro figli; sono situazioni molto delicate in cui rientrano  anche malattie terminali.
Come società, organizziamo, spesso, manifestazioni benefiche per portare non solo avanti il marchio Italian Classic, ma anche per fare conoscere alla stampa e al pubblico la realtà di Casa Ronald, in quanto per sostenere determinate problematiche serve un grosso apporto economico e Fondazione Mc Donald sta facendo un ottimo lavoro, insieme a loro, stiamo anche cercando anche di seguire un percorso legato alla corretta alimentazione, molti ragazzi sono obesi, non hanno regole alimentari, non fanno sport e stanno tutto il giorno davanti al PC, sotto questo profilo, in Italia la difficoltà è maggiore perché non vi è la scuola ad occuparsi di tali aspetti, quindi lo fanno le società sportiva.

A proposito di alimentazione, in ambito sportivo sa dirmi qualcosa circa i casi di disturbo della condotta alimentare?

Per fortuna i casi sono rari, in realtà chi fa sport consuma tanto e, nel caso in cui dovesse mangiare di più, lo smaltisce.
Quando il problema è di natura psicologica (in passato è accaduto) , subentra subito la psicoterapia.
Noi cerchiamo di fare capire ai genitori che non ci si può nascondersi dietro un dito.
Quando mi dicono: “No, mio figlio non va dallo psicologo o dallo psichiatra”, tempestivamente ribatto. “Serve, dunque, deve andarci”.


Entrando nel merito del rugby, può spiegarmelo nei suoi aspetti tecnici ed educativi?


Dal punto di vista tecnico, il  paradosso è che per giocare a rugby occorre passare il pallone all’indietro, movimento, di conseguenza, necessario  per poter avanzare.
È uno sport di contatto nel quale vi sono regole da seguire, la prima e fondamentale  è quella di rispettare sempre l’arbitro, tale messaggio va insegnato ai bambini fin dall’inizio della loro attività di coordinazione, coordinazione  perché bisogna saper correre, cadere, passare la palla..  è un’evoluzione educativa.
A livello fisiologico, non è richiesto che il bambino sia portato a fare sport, Il bello del rugby, infatti,  è che include tutti, tanto il piccolo grassottello quanto quello gracile,  questo è dovuto alla molteplicità dei ruoli assegnati ai giocatori.
Ti faccio un esempio, il pilone alto 1.80 che pesa 125 kg è sì  grosso, ma necessario in quel ruolo, c’è l’ala veloce, che una volta doveva essere gracile e veloce, adesso è grossa e veloce, il mediano mischia deve esser veloce e dinamico è 1.60 per 50 kg: insomma, tutti giocano.

Ho avuto modo di constatare quanto sia uno sport dinamico ed equilibrato allo stesso tempo.


Molto equilibrato, insegna,  a livello giovanile, ad essere aggressivi ma nel limite del rispetto delle regole, perché non si deve andare oltre l’aggressività.
C’è una linea di demarcazione al quale si può giungere, ma che mai e poi mai può essere oltrepassata.
Il rugby crea anche delle grosse tradizioni:  non dimentica, dare vita alla tradizione occorre guardare indietro.


Quali sono i principi che insegnate fin da piccoli?


Il principio base è rispettare l’allenatore, dunque, ascoltarlo.
Chi ascolta, apprende, chi non ascolta non va da nessuna parte: questo dettame è davvero importante che venga trasmesso
Fino ai quindici anni non parliamo di allenatori, ma di educatori,  ed è quella fase di gioco in cui a noi non importa il risultato, bensì che questi ultimi apprendano e che l’educatore insegni dinamiche che, oltre al rispetto, comprendano la volontà, l’impegno e l’educazione.
Se il ragazzo vuole saltare un allenamento, sta mancando di rispetto a coloro che lo aspettano: allenatore e compagni.


Circa la gestione delle emozioni, in che modo risulta essere un valido aiuto?



Quando si va a giocare è chiaro che l’emozione personale è condivisa  con tutta la squadra, tutti hanno la medesima  sensazione, cioè la consapevolezza di avere un avversario contro cui  giocare , che dovrai,  forse, prendere “botte ”, ciò crea il  gruppo e il gruppo crea la forza nel suo complesso, avendo lo stesso obiettivo.
Esempio: l’allenatore stabilisce l’obiettivo, ovvero passare la palla il più possibile, avanzare e cercare di fare meta, senza dare l’input di dover vincere per forza, perché questo è uno sbaglio.
Oggi, purtroppo, vi è questa frenesia di arrivare  subito al risultato, caricando i  giocatori di pressioni eccessive.


Se parliamo di bambini, la via da seguire è un’altra o sbaglio?


Certamente, il punto di partenza deve essere il divertimento e questo differenzia il rugby da altri sport.
Il problema è che tutti vogliono il risultato: l’educatore pensa di allenare il Milan perché il suo scopo era di allenare il Milan, ma non comprende che la vera meta non è la sua persona, ma il bambino che apprende, che poi è la cosa più bella a cui si possa assistere.
Aggiungo, inoltre, che fino ai quattordici anni si gioca misti.
Le ragazze italiane risultano settime nella classifica internazionale, i maschietti quattordicesimi.

Secondo lei, perché il rugby  non è così seguito come il calcio, cioè all’apparenza, il calcio cos’ha in più del rugby?


Come non sono seguiti basket, pallavolo e altri sport: è una mentalità.
Io che ho vissuto all’estero e, successivamente, sono entrato nel meccanismo italiano  ho imparato a fare due distinzioni: il tifoso italiano ha bisogno di appartenere a qualcosa, dopo il lavoro deve appartenere.
Fare sostegno a una squadra di calcio, dona quel senso di appartenenza: io sono milanista, lui interista.
All’estero non è così: si nutre il bisogno di appartenere socialmente, ma  allo stesso tempo si apprezza lo sport.

Tra l’Italia e l’estero parlando di sport so che vi è un abisso. Vuole essere lei a spiegarlo?


Certo!
Noi che non abbiamo sport a livello giovanile nelle squadre,  siamo tra le più forti nazioni alle Olimpiadi. Perché? Perché abbiamo una base naturale che è il fisico, noi siamo portati allo sport.
I ragazzi che fanno sacrifici, li fanno seriamente e ottengono ottimi risultati.
Al di fuori del nostro Paese, se fai tanto sport a livello giovanile, arrivi a diciannove anni che sei saturo e molli. Questa è una grande differenza tra noi e gli stranieri.
Avere sport nelle scuole è molto positivo, in quanto infonde regole, ma per ciò che riguarda lo step seguente, che è il professionismo, è stato riscontrato che in molti lasciano.
L’Italia che non ha avuto la pressione di dover per forza fare sport, vede atleti che se lo praticano, lo praticano poi ad alti livelli.




Cosa che non accade in Italia.

In Italia succede solo dove ci sono le Leghe che ti permettono di essere professionisti.
Prendi il calcio, il basket e la  pallavolo, nelle quali la Lega provvede alla stipula di questi contratti: ad oggi , non c’è, nel rugby, una Lega che ti permette di supportare questo meccanismo.
Va aggiunto che, comunque, la Federazione Italiana rugby è la seconda federazione più ricca: dalle sei nazioni, ad esempio, riceve trentasei milioni di euro.
Prima della pandemia avevamo trentaseimila tesserati, ad oggi, il lock down ne ha fatti perdere ventimila: dobbiamo per cui rimboccarci le maniche e ripartire.
Il vero serbatoio sono i bambini: più ne abbiamo, maggiori possibilità avremo in futuro di avere giocatori di qualità.

Quali sono gli effetti benefici che il rugby può avere sulla mente?


In realtà, qui, sono di parte.
Un grande giocatore disse: “Il rugby farà il salto di qualità quando le mamme smetteranno di seguire i loro figli”.  Scherzosamente, fece intendere che se la mamma sta lì e continua: “Fatti la doccia, attento che prendi freddo..” il piccolo non cresce.
 Il bambino deve avere la sua libertà, una cosa che vedo nel calcio, sono i genitori che portano i loro figli e si fermano a guardarli.
Volete lasciare perdere questo ragazzino per due ore al giorno? Il rugby ti permette di fare questo, una delle regole è fare l’opposto di ciò che ti dice mamma… se devi fare la capriola la fai, per giocare devi sapere cadere per terra, saper correre, placare.
La prima cosa che d’istinto fa il è spostarsi se un altro gli viene addosso, noi  gli insegniamo ad abbassarsi e a placare con la spalla. Affronti le tue paure.


Il discorso relativo all’affrontare le proprie paure è molto interessante. Vogliamo elaborarlo?


Il rugby conduce ad affrontare e controllare la paura.
Quando hai paura, nel rugby, cerchi di evitare la botta, invece, devi guardare in faccia il tuo avversario e per poterlo fare devi superare alcune cose: la paura e la parte fisica, perché, comunque, uno può essere più grosso di te e tu, devi placarlo. 
Ci sono tecniche che ti portano a renderti conto che anche quello possente può essere fermato, ti insegnano a mettere la testa sulla parte del sedere in quanto morbido e, se cadi, non ti fai male. Insomma, sono tutte piccole dinamiche che portano a fronteggiare determinati stati d’animo.
Va aggiunto che quando si è in gruppo diviene tutto più semplice.

Quanta paura aveva quando ha iniziato?

Io ero incosciente, non facevo testo.
Avevo sette anni e il primo anno non abbiamo giocato perché ci hanno fatto piantare l’erba di cui la scuola essendo nuova ne era sprovvista.


È possibile affermare che il rugby è un insieme di culture differenti?


Assolutamente, sì. Il rugby è stato lo strumento con cui Nelson Mandela è riuscito ad unire tre etnie differenti. Uscito dal carcere disse: “L’unico modo per unire il Sud Africa è lo sport. Dobbiamo parlare la stessa lingua per fare comprendere che siamo tutti uguali”.


Può essere applicato anche a differenti tipologie di disabilità?


Nel rugby esistono squadre incentrate sulla disabilità motoria, ve ne sono alcune che fanno giocare bambini  per cui tastare il pallone e passarlo risulta essere un importante aiuto.
Stiamo cercando di renderlo il più inclusivo possibile, anche se non è facile perché serve uno staff forte che si avvalga anche di psicologi. Negli ultimi anni, è accaduto che diversi psicologi hanno mandato a giocare a rugby bambini problematici.
Il rapporto di fiducia che va ad instaurarsi è fondamentale, nel momento in cui vi è dialogo e sostegno si creare qualcosa di concreto.
Ricordati sempre: avanzare e passare, ovvero fiducia e delegare; queste sono le dinamiche che possono aiutare.


Evidenziamo che lavorate molto sul concetto di autostima.


Soprattutto sull’autostima. Una volta, personalmente, ho seguito un ragazzo disgrafico con conseguentemente problemi psicologici, sedici anni era alto 1.90.
Mi dicevano che non sapeva passare la palla.
La mia risposta è stata: “Tranquilli”.
L’ho preso da parte e gli detto che per noi, lui era fondamentale e che doveva aiutarmi con gli altri che non capivano. Lui mi guardava e rideva.
In conclusione: lui è sempre stato il migliore in campo e siamo anche arrivati alle finali regionali.
Ancora, oggi, il padre quando mi vede mi ringrazia. Il ragazzo ora ha diciannove anni, non gioca più a rugby e si è diplomato al liceo classico.
Le sue potenzialità sono esplose.
Lo sport porta autostima, se perdi, è una delusione di gruppo. Sbagliare ci sta, però si vince e si perde insieme.

Come aiutate a superare una delusione?


La cosa bella è che se hai perso ieri, domani hai un allenamento e dopo domani un’altra partita…la sconfitta è cancellata.


Mi sta dicendo che non c’è neanche il tempo di riflettere su come e perché?


Molto spesso chi ha vinta tanto, dice e, su questo sono d’accordo: “Non conta quante volte vinci, ma quante volte ti rialzi dopo la sconfitta”.
Ciò è fondamentale per chi fa sport. Del resto, nella vita, bene o male, sbagliamo tutti i giorni.


In cosa consiste il famoso terzo tempo?


Esprimendomi con ironia: quattro ubriaconi inglesi anni fa dissero: “Andiamo a bere!”.
In realtà è un modo di stare insieme dopo una dura battaglia e, per rispetto si offre una birra all’avversario, tale pratica, con il tempo, è divenuta una vera e propria cena ufficiale… non si beve più birra come prima.


So che da poco è partito un progetto che vuole portare il rugby all’interno delle scuole.


Non è una cosa semplice.
La Federazione sta portando avanti una serie di progetti, chiaramente, poi occorre l’accordo con il Ministero dello Sport.
Una delle difficoltà è che sport quali rugby, calcio e atletica leggera si svolgono all’aria aperta e la scuola è, spesso, sprovvista di strutture all’esterno, non funzionano, dunque, come le scuole anglosassoni dove ognuno ha un suo campo.
I club stanno mandando avanti gli educatori per portare all’interno  della scuola la nostra disciplina.
Come Italian Classic abbiamo dato vita a questo disegno fortemente voluto da Giorgio Monaco, nostro amministratore delegato che, piano piano, sta prendendo piede, nonostante le difficoltà.
Ci stiamo accorgendo che abbiamo più bimbi che educatori e necessitiamo urgentemente di educatrici per le bimbe.

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