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Cristina Cleri, ciò che resta oltre la forma

| Mara Cozzoli |

Si è chiusa lunedì 7 settembre 2026 “Invisible Structures”, la personale di Cristina Cleri svoltasi presso gli spazi espositivi “Punto Arte” di Monza,  dedicata ai nuclei Archetype e Resonance. Un percorso nella materia pittorica che interroga il rapporto tra ciò che riconosciamo e ciò che, prima ancora di diventare immagine, rimane in una zona più profonda della percezione. Promossa da Associacione culturale InfinitArt e curata da Mara e Stefano Cozzoli ha ottenuto il rilascio del patrocinio.

Vi sono immagini che arrivano prima di avere un nome, emergono lentamente, si fanno riconoscere per una traccia, per una sensazione, per qualcosa che appartiene alla memoria senza essere necessariamente un ricordo.

È in questa dimensione, sospesa tra apparizione e riconoscimento, che si colloca “Invisible Structures” di Cristina Cleri, mostra ormai conclusa che ha raccolto opere già presentate in Polychromorfìa, concentrando l’attenzione sui nuclei Archetype e Resonance.

Due parole che, nella ricerca dell’artista, raccontano due momenti strettamente connessi. Da una parte ciò che precede la forma, dall’altra ciò che accade quando quella forma entra in rapporto con il fruitore.

La pittura di Cristina  parte dalla materia. È lì che il lavoro prende corpo e, allo stesso tempo, mantiene una certa resistenza alla definizione. Stratificazioni, spessori, variazioni della superficie costruiscono configurazioni che non si offrono a una lettura immediata.

La forma emerge, ma non si chiude.

Archetype attraversa opere senza mai tradursi nella raffigurazione di un simbolo preciso, è piuttosto una presenza sottostante, una struttura che precede l’immagine e che può essere intercettata attraverso il processo percettivo. Davanti alla pittura, lo sguardo cerca inevitabilmente di ricondurre ciò che vede a qualcosa di conosciuto. È una dinamica quasi quasi istintiva: riconoscere,
associare, dare un nome. L’artista lascia che tutto ciò accada, senza però assecondarlo fino in fondo.

Le sue superfici mantengono infatti una certa ambiguità. Quanto sembra riconoscibile può nuovamente sfuggire, modificarsi, diventare altro.
In questo passaggio  l’archetipo acquista il suo significato capace di riattivare un’impronta che non è necessariamente legata al singolo individuo.
Può appartenere a un patrimonio più vasto, a immagini sedimentate, a forme che riconosciamo senza sapere esattamente da dove provenga quel riconoscimento

Con Resonance l’attenzione si sposta dall’origine della forma alla sua permanenza e può continuare a lavorare anche dopo che abbiamo smesso di guardarla.
Può rimanere come impressione, come associazione, come frammento di un’esperienza che torna in un momento successivo.La risonanza riguarda proprio questo, non ciò che l’opera dice, ma ciò che riesce ad attivare.Il ruolo dell’osservatore è
determinante. Il senso non depositato sulla superficie del quadro, ma si costruisce dall’incontro tra la materia e il vissuto di chi guarda.

Ogni addocchiamento porta con sé una storia diversa. Per questo la stessa opera può generare associazioni differenti, talvolta lontane da qualsiasi intenzione iniziale dell’artista.

È una delle dimensioni più interessanti del lavoro di Cristina Cleri: lasciare che il dipinto mantenga una quota di apertura, senza trasformare l’indeterminatezza in casualità.

Acrilici, oli, gessi, resine e paste materiche vengono sovrapposti, lavorati, modificati. La superficie diventa il risultato di un processo nel quale ogni passaggio lascia una traccia. Il quadro conserva la memoria del gesto e, insieme, quella del tempo necessario alla sua costruzione.

La materia regista, non soltanto il gesto dell’artista.
Nella sua stratificazione conserva anche ciò che è stato cancellato, coperto, interrotto. È una superficie nella quale presenza e assenza convivono.

Da qui nasce quella particolare instabilità delle opere di Cleri, che non sembrano mai completamente ferme. Anche quando la composizione appare definita, rimane qualcosa che sfugge, una zona che invita lo sguardo a tornare. È forse questo il punto nel quale Archetype e Resonance si incontran.

L’archetipo appartiene a ciò che precede il riconoscimento; la risonanza a ciò che continua dopo. In mezzo c’è la percezione, con tutto il suo carico di memoria, esperienza e immaginazione.

La pittura diventa allora un luogo di passaggio.

Cristina Cleri racconta il proprio lavoro come un processo di ascolto, nel quale materia, colore e gesto si trasformano progressivamente. Non cerca immagini riconoscibili, ma tracce capaci di instaurare una relazione con chi osserva.

È una dichiarazione che trova nelle opere una precisa corrispondenza.

La loro forza non risiede nella possibilità di essere spiegate una volta per tutte, ma nella capacità di produrre uno scarto. Quello spazio minimo nel quale ciò che vediamo incontra qualcosa che già possediamo, o che forse stavamo semplicemente aspettando di riconoscere.

Una mostra si chiude quando le opere vengono tolte dalle pareti, anche se il rapporto il lavoro non termina necessariamente nello stesso momento.

Rimane un’immagine., una superficie, un colore, una forma intravista, ma soprattutto ciò che quella visione ha mosso..


È questo il lascito più interessante di “Invisible Structures”: aver posto la pittura in una dimensione nella quale il visibile non è un punto di arrivo, ma una soglia. Una texture dalla quale possono affiorare memorie, associazioni, forme ancora prive di un nome. In fondo, è proprio qui che il titolo della mostra trova il suo significato più compiuto.

Mara Cozzoli

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