La rabbia come maschera del dolore
“È sempre la rabbia che vediamo. Molto più raramente il dolore che l’ha generata.”
La rabbia appartiene alla nostra quotidianità. La incontriamo nelle relazioni, sul lavoro, in famiglia, nelle discussioni e nei silenzi che seguono una delusione.
A volte esplode, altre si deposita lentamente, trasformandosi in irritazione, risentimento, distanza. Ma cos’è realmente? Dal punto di vista psicologico è un’emozione primaria. Si manifesta quando percepiamo una minaccia, un’ingiustizia, una frustrazione o quando sentiamo che un nostro bisogno non viene ascoltato, che un limite è stato oltrepassato. Non è, quindi, un’emozione negativa. Ha una funzione protettiva: ci permette di difenderci, prendere posizione, stabilire un confine, ma può anche indicare che qualcosa, dentro o fuori di noi, non è più accettabile. In questo senso contiene una spinta al cambiamento. Può segnalare che un rapporto non ci fa più stare bene, che una dinamica si ripete, che stiamo vivendo in una condizione che non riconosciamo più come nostra. Può diventare l’energia necessaria per prendere una decisione, dire un no, interrompere un meccanismo.
Occorre sottolineare che non sempre quella spinta trova una direzione. A volte rimane bloccata nella protesta, nell’accusa, nel conflitto. Si continua a discutere, a recriminare, senza modificare ciò che ha generato il malessere. Ed è qui che vale la pena fermarsi. Perché non sempre ciò che esprimiamo coincide con ciò che proviamo.
Dietro la collera possono esserci una delusione, la paura di essere rifiutati, un senso di impotenza, una ferita o il timore di perdere qualcuno. Emozioni più difficili da mostrare perché ci espongono alla vulnerabilità. Dire “sono arrabbiato” può essere più semplice che dire “sono ferito”.
Una persona che si sente trascurata può reagire con aggressività. All’esterno vediamo il comportamento. Dentro, può esserci un’esperienza molto diversa.
Non sempre questo passaggio è consapevole. Possiamo sapere di essere arrabbiati senza conoscere fino in fondo l’origine di quella intensità.
È un tema che richiama anche la riflessione di Carl Gustav Jung sul rapporto tra coscienza e inconscio: ciò che non riconosciamo può continuare ad agire nella nostra vita psichica. Anche il passato può entrare nel presente. Una critica può riattivare un senso di inadeguatezza. Un silenzio può essere vissuto come un rifiuto. Una distanza può risvegliare una paura di abbandono. Non reagiamo soltanto a ciò che accade, ma anche al significato che quell’evento assume per noi.
Per questo, davanti a una risposta che ci appare sproporzionata, può essere utile chiedersi: che cosa è stato realmente toccato? Non necessariamente per trovare una spiegazione a ogni emozione, ma per imparare a riconoscerla. Che cosa mi ha ferito? Che cosa vorrei cambiare? Sto difendendo un confine o sto cercando di proteggermi? Sono domande semplici solo in apparenza. La rabbia spinge ad agire: rispondere, accusare, allontanarsi. Fermarsi richiede invece un altro tempo.
E ascoltare non significa giustificare.
La rabbia è un vissuto, l’aggressività è un comportamento. Sono due piani diversi. La prima può essere riconosciuta; l’agito, invece, resta una nostra responsabilità e riguarda il modo in cui scegliamo di esprimere ciò che sentiamo.
Allo stesso modo, reprimere non significa risolvere. Quanto viene continuamente trattenuto può trasformarsi in irritabilità, tensione, chiusura o risentimento e finire per entrare nelle relazioni. Per questo il lavoro non consiste soltanto nel controllarsi. Consiste nel capire che cosa quella spinta sta cercando di dire.
Mara Cozzoli