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Massimo Recalcati. Le mani della madre: il desiderio, la separazione, la costruzione dell’identità.

| Mara Cozzoli | ,

Parlare della madre significa entrare in una delle relazioni più complesse della nostra vita. Non soltanto per la forza del legame affettivo che la caratterizza, ma perché è proprio dentro quella relazione primaria che cominciano a delinearsi alcune delle coordinate fondamentali della nostra identità.

È da qui che parte Massimo Recalcati in Le mani della madre: dalla necessità di guardare alla maternità non come a un ruolo idealizzato, ma come a un’esperienza psicologica attraversata da cura, dipendenza, ambivalenza, desiderio e separazione.

Ed è proprio il desiderio a occupare un posto centrale.

Una madre non è soltanto colei che si prende cura del figlio. È una donna che ha una propria vita psichica, una propria storia, un rapporto con il corpo e con la propria femminilità. Per Recalcati, riconoscere questa dimensione è fondamentale anche per la crescita del bambino.

Una donna con una propria storia, le proprie fragilità, una propria dimensione interiore. può amare profondamente la propria prole e, al contempo. avere bisogno di un territorio che le apartenga a lei sola.

Da questa distinzione apparentemente semplice si apre una questione psicologica profonda: che cosa accade quando il bambino occupa tutto lo spazio della vita materna?

Il rischio è che l’amore si trasformi in una forma di dipendenza reciproca, nella quale il figlio fatica a riconoscersi come soggetto separato, capace di avere una propria direzione.
La madre è la prima figura attraverso cui il bambino incontra il mondo.
Attraverso la sua presenza, il suo sguardo, le sue attenzioni e le sue risposte, comincia a costruire una prima percezione di sé.

Ma perché questo rapporto possa essere realmente generativa, deve esistere anche la possibilità della separazione.

È forse questo uno dei passaggi più importanti del libro: la separazione non è la fine del legame, ma una delle condizioni perché il legame non diventi patologico.

Il bambino deve poter scoprire che la madre non è sempre disponibile, che ha altri interessi, altre frequentazioni, una vita che non coincide interamente con la sua. Deve poter fare esperienza dell’assenza, dell’attesa, della frustrazione, non perché abbia bisogno di essere trascurato, ma perché è anche attraverso la mancanza che si apre lo spazio della ricerca.

Se tutto viene immediatamente soddisfatto, infatti, non rimane spazio per l’attesa, per la tensione verso ciò che ancora non si possiede.

La madre sufficientemente buona, nella prospettiva psicoanalitica, non è dunque quella che soddisfa ogni bisogno del figlio, è quella che riesce a esserci senza diventare totalizzante.

Ed è qui che il titolo del libro acquista tutta la sua forza.

Le mani della madre sono quelle che accudiscono, proteggono, nutrono, consolano, ma sono anche le mani che, a un certo punto, devono lasciare.

La questione, però, non riguarda soltanto le madri.

Riguarda tutti noi.

Il modo in cui siamo stati guardati, accolti, amati o lasciati andare può lasciare tracce profonde nel nostro modo di stare nelle relazioni da adulti.

Può riemergere nella paura dell’abbandono, nella necessità di sentirsi indispensabili per qualcuno, nell’incapacità di tollerare la distanza, nella tendenza a controllare l’altro o, al contrario, nella fuga da ogni forma di dipendenza affettiva.

La relazione primaria non determina completamente ciò che saremo. Ma lascia delle tracce.

E quelle tracce possono essere comprese, rielaborate, trasformate.

È questo, a mio avviso, uno degli aspetti più interessanti del libro di Recalcati: la madre non viene né idealizzata né colpevolizzata.
Viene restituita alla sua dimensione umana.
Una donna con le proprie contraddizioni, la cui vita non può coincidere interamente con quella del figlio,  che lo può amare profondamente  e, nello stesso tempo, avere bisogno di uno spazio che non lo riguardi.

Perché anche questo è importante per il bambino: scoprire di non essere tutto per la persona che ama. È una scoperta dolorosa, ma necessaria.

Significa comprendere che l’altro esiste al di là di noi e che noi, a nostra volta, possiamo esistere al di là dell’altro.

In questo senso, “Le mani della madre” è un libro che parla della maternità ma, più profondamente, della costruzione dell’identità.

Parla di come diventiamo soggetti attraverso un vincolo e di come, per diventarlo davvero, dobbiamo poterci separare.

La madre offre le prime coordinate attraverso cui il bambino impara a sentirsi visto e riconosciuto, ma il suo compito non è costruirgli una vita già definita, bensì accompagnarlo fino al punto in cui potrà costruirsela da solo.

Ed è forse qui che l’amore materno incontra la sua forma più difficile: amare qualcuno abbastanza da permettergli, un giorno, di non aver più bisogno di noi nello stesso modo.

Non è un amore che trattiene, è un sentimento che, nel tempo, insegna a stare al mondo.

Una donna capace di generare e, nello stesso tempo, di avere un’esistenza  che non si esaurisce nella maternità. Capace di prendersi cura, ma anche di riconoscere i propri limiti. Capace di tenere il figlio tra le proprie mani e, quando sarà il momento, di aprirle.

Perché forse il vero dono della madre non consiste nel trattenere.

Consiste nel dare al figlio quel primo respiro che gli permetterà, un giorno, di respirare da solo.

“Le mani della madre” è dunque un libro che parla di maternità, ma soprattutto dell’essere umano. Della necessità di sentirsi amati per poter diventare liberi. Del bisogno di avere qualcuno che ci tenga quando siamo deboli e della necessità, altrettanto radicale, di poterci allontanare da quelle stesse mani.

Un saggio intenso, a tratti complesso, capace di aprire quesiti che rimangono dentro anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.

Perché la madre, ci ricorda Recalcati, non è soltanto colei che ci ha dato la vita.

È, in qualche modo, colei attraverso la quale abbiamo imparato, per la prima volta, che cosa significa essere vivi.

Mara Cozzoli

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