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“L’ultimo legame”, quando la distanza non riesce a spezzare tutto.

| Mara Cozzoli |

Non ci sono figure umane ne L’ultimo legame di Pasquale Mazza, in arte Kannamuris. Eppure la presenza dell’essere umano è fortissima.
È affidata alla materia, a due lembi di juta dipinti di un intenso blu, separati da uno spazio bianco e tenuti insieme da un unico, sottilissimo filo.
È proprio quel filo a raccontare il senso dell’opera.
L’artista parla «dell’ultimo legame che rimane tra due anime, quel vincolo sottie che resiste affinché le due anime non si perdano nell’eternità, ma osservando il lavoro, quel legame appare tutt’altro che rassicurante. È fragile, teso, quasi al limite della rottura. E proprio per questo acquista una forte intensità emotiva.
Kammamuris sceglie di materializzare una connessione invisibile. Lo fa per mezzo dela juta, una fibra naturale dalla trama evidente, ruvida, resistente, ma che nell’opera viene anche sottoposta a una sorta di lacerazione. I due lembi blu non sono perfettamente composti: presentano bordi sfrangiati, irregolari, parti che sembrano essersi strappate dalla superficie. La materia, inoltre, non rimane completamente aderente al piano pittorico, ma in alcuni punti si solleva, crea pieghe, volume, ombre.



L’ultimoLegame. Dettaglio

È una scelta tecnica che diventa immediatamente una scelta espressiva.La tela rappresenta il campo dell’esistenza, mentre la juta sembra portare con sé qualcosa di più fisico, quasi corporeo. E il fatto che sia strappata, sfrangiata e ancora collegata attraverso un filo rende la materia stessa metafora di una relazione sottoposta alla prova della separazione.Il blu, dominante e compatto, accentua ulteriormente questa sensazione.È un colore che può evocare profondità, distanza, silenzio. Qui sembra quasi assorbire il peso emotivo della crazione. Il bianco centrale, invece, non è semplicemente uno spazio vuoto: è la distanza. È ciò che separa. Ed è significativo che proprio attraverso questo vuoto passi l’ultimo elemento capace di unire le due parti. Da un punto di vista psicologico, “L’ultimo legame” può essere letto come la rappresentazione di quel momento in cui una relazione non esiste più nella sua forma originaria, ma non è ancora completamente scomparsa. È una condizione molto umana: quando l’altro è distante, assente, forse irrimediabilmente perduto, ma continua ad avere una presenza dentro di noi.
Quel filo rappresenta allora qualcosa che va oltre la semplice memoria.Rappresenta l’attaccamento. La psicologia ci insegna quanto profondamente i legami contribuiscano alla costruzione della nostra identità. Quando una relazione viene meno, non perdiamo soltanto qualcuno che si trovava accanto a noi. Perdiamo anche una parte del mondo che avevamo costruito insieme a quella persona. E proprio per questo la mente cerca una continuità.

Un ricordo, un oggetto, una fotografia, una parola, un gesto possono diventare quel filo attraverso il quale mantenere un rapporto con ciò che non è più presente.
Ma nell’opera di Kammamuris c’è un particolare che impedisce una lettura semplicemente consolatoria.

Il filo è quasi spezzato.

Non è un ponte solido tra le due parti. È l’ultimo punto di contatto. E questa precarietà introduce nell’opera anche la paura. La paura che il legame possa davvero finire.Il timore dell’oblio. L’angoscia, forse, ancora più profonda, che con la scomparsa dell’altro possa scomparire anche una parte di noi.
È qui che L’ultimo legame diventa un’opera sull’assenza più che sulla presenza. Le due masse di juta sono ancora unite, ma tutto ciò che sta intorno parla di separazione. Il bianco che le divide è ampio; il punto di connessione è minimo.
Il rapporto tra queste proporzioni è psicologicamente potente: la distanza è grande, il legame è piccolo, ma continua a esistere.
Proprio questa sproporzione rappresenta meglio di qualsiasi figura il senso dell’opera.
Kammamuris non idealizza il legame. Lo mette alla prova.
La juta sembra avere conosciuto una frattura e porta sulla propria superficie i segni di quella tensione. I bordi irregolari raccontano qualcosa che non può più tornare alla condizione originaria. Anche qualora il filo riesca a mantenere unite le due parti, la lacerazione rimane visibile.
È un passaggio importante anche sul piano psicologico.Un legame può sopravvivere senza rimanere uguale a prima.
Quello che resta dopo una perdita non è necessariamente la relazione nella sua forma precedente. È una traccia, una memoria, una trasformazione interiore.
E qui la materia diventa ancora una volta protagonista.
La juta è tessuto, quindi nasce dall’intreccio di fibre. Ma nell’opera quell’intreccio viene messo in crisi dalla separazione. Il tessuto si lacera, le fibre si mostrano, i bordi perdono la loro regolarità. Eppure qualcosa continua a tenere insieme ciò che si è diviso.
È difficile non leggere in questo una metafora dell’esperienza umana.
Anche noi siamo, in qualche modo, una trama di legami.
Alcuni si spezzano. Alcuni si allentano. Alcuni cambiano forma. Altri rimangono invisibili e continuano ad agire nella nostra vita molto tempo dopo che la relazione, concretamente, è terminata.
L’“ultimo legame” di cui parla Mazza potrebbe essere proprio questo: non il legame che impedisce la separazione, ma quello che impedisce la cancellazione.

Ed è una differenza sostanziale, perché lasciare andare non significa necessariamente dimenticare, nensì accettare che l’altro non occupi più lo stesso spazio nella nostra vita, senza per questo negare ciò che ha rappresentato.
In quest’ottica anche il titolo assume un significato preciso. “L’ultimo legame” non indica necessariamente la fine del rapporto. Indica piuttosto il punto estremo oltre il quale sembra non esserci più nulla, e nel quale, invece, resiste ancora qualcosa.
Quel limbo, così sottile da sembrare quasi inesistente, ma abbastanza forte da mettere in discussione la separazione.
Kammamuris affida dunque a una materia concreta e imperfetta una domanda profondamente psicologica: quanto può sopravvivere un legame quando tutto il resto è venuto meno?La mrisposta non è affidata alle parole, ma alla materia stessa;alla juta che si strappa.al vuoto che divide, a quel blu che sembra trattenere tutta la profondità dell’emozione. E soprattutto a quel filamento che, nonostante tutto, non si è ancora spezzato.
Forse l’eternità, nell’opera di Kammamuris, non è la promessa che due anime rimarranno per sempre vicine.È qualcosa di più umano e, proprio per questo, più fragile: la possibilità che ciò che ci ha uniti continui ad esistere anche quando non possiamo più essere insieme.

Dettagli tecnici

L’ultimo legame
Olio su tela e juta, 80 × 60 cm

Mara Cozzoli

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