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Davide Tassan Zorat, presidente “LA MAFIA NON Ê SOLO AL SUD”: «La mafia riguarda tutti»

Davide Tassan Zorat: «La mafia riguarda tutti»Tassan Zorat, presidente di Associazioe culturale “LA MAFIA NON Ê SOLO AL SUD””,Sud,”, racconta il lavoro dell’associazione, le storie delle vittime e il rapporto con i familiari di chi è stato ucciso dalla mafia.
Parlare di mafia significa parlare di criminalità organizzata, di potere, di economia e di territorio. Ma significa anche parlare delle persone che quella violenza l’hanno subita e, soprattutto, di chi è rimasto.
È su questo terreno che si sviluppa “LA MAFIA NON Ê SOLO AL SUD””, associazione culturale impegnata nella diffusione della cultura della legalità, nella sensibilizzazione delle nuove generazioni e nella conoscenza delle storie delle vittime di mafia, anche quelle meno conosciute. Un lavoro fatto di incontri, testimonianze e confronto, che porta al centro non soltanto il fenomeno mafioso, ma le persone e le famiglie che ne sono state colpite. Con Davide abbiamo parlato di mafia al Nord, di memoria e giustizia, ma soprattutto di ciò che accade dopo: quando la cronaca finisce e una famiglia deve continuare a vivere con un’assenza.

Davide, partiamo dall’associazione. Da quale esigenza nasce La mafia non è solo Sud e di cosa vi occupate oggi?

L’Associazione nasce dalla volontà di far conoscere il “fenomeno mafia” in una regione, il FVG, dove non c’è un controllo del territorio da parte della criminalità organizzata e quindi non c’è una percezione di pericolosità da parte della maggioranza dei cittadini. Al contrario noi, e non solo noi, riteniamo che la criminalità organizzata sia un problema sociale ed economico drammatico, attualissimo che dovrebbe essere affrontato con la massima priorità proprio perché, per le caratteristiche uniche della nostra regione, non genera allarme sociale, non spara ma drena al “sistema pulito” (e quindi alla cittadinanza) una quantità di capitali e risorse quasi inquantificabili se non inimmaginabili incidendo in modo quasi invisibile ma concretamente sulla nostra quotidianità.

Il nostro obbiettivo è quello di far conoscere il “fenomeno mafia”, nelle scuole e negli incontri pubblici, attraverso le parole delle vittime innocenti delle mafie. Attraverso le loro testimonianze, soprattutto gli studenti, comprendono che le mafie non sono un problema passato o che riguarda solo ed esclusivamente le regioni del sud Italia (da qui il nome LA MAFIA NON E’ SOLO SUD). Soprattutto attraverso la testimonianza dei famigliari delle vittime innocenti gli studenti vengono a conoscenza che le vittime innocenti sono ben più di mille e che le mafie hanno ucciso anche donne e bambini.

Il nome dell’associazione è già una presa di posizione.Quanto è ancora presente l’idea che la mafia sia un fenomeno lontano, legato soprattutto al Mezzogiorno? E quanto questo stereotipo rende più difficile riconoscerne la presenza anche al Nord?

Non è mai stato fatto uno studio attraverso il quale potremmo rispondere, numeri alla mano, alla tua domanda. Se prendiamo però come “campione” le persone che hanno partecipato ai nostri incontri e gli studenti che abbiamo incontrato durante i progetti da noi realizzati il pensiero comune si può riassumere in questo modo:

1 – le mafie in FVG non ci sono

2 – le mafie in Italia quasi non esistono più

3 – le mafie non sparano, non sono così pericolose, non creano allarme sociale e, quindi, non sono un tema prioritario da studiare e affrontare

Questa percezione nella nostra regione, come dimostrato anche durante il convegno regionale di libera del 2013 (si consiglia la lettura dell’elaborato “LE MAFIE IN FVG DAL PASSAGGIO ADL NORD-EST VERSO L’INSEDIAMENTO” è stata, in passato, sostenuta anche da persone con ruoli istituzionali i quali, senza troppi giri di parole, affermavano che “qui la mafia non c’è” basandosi, a volte, su dati parziali. Non risultano infatti condanne per 416 bis emesse dai nostri tribunali regionali. Guardando solamente a questo dato, può sembrare che nella nostra regione le mafie non ci siano. Se però consideriamo che questo reato è stato contestato da Procure di altre regioni che hanno portato anche a delle condanne definitive a delle confische il “quadro” che ne esce è ben diverso.
La percezione di quanto le mafie sono considerate un problema da studiare e affrontare può essere anche valutata in funzione degli incontri a tema che vengono realizzati in regione o il numero delle associazioni presenti sul territorio. Se venisse fatto un “censimento” riteniamo che il numero sarebbe notevolmente più basso rispetto alle regioni limitrofe. E questo, se confermato, sarebbe un dato allarmante a fronte, quanto meno, delle minacce legate alla criminalità organizzata che riguardano il nostro territorio.
Il tema sicuramente è anche scomodo per alcuni. Nel 2019 un giornalista del TG3 FVG, nostro compianto collaboratore, Giovanni Taormina subì due intimidazioni (consegne di proiettili) dopo aver realizzato delle inchieste sulla criminalità organizzata nella nostra regione.Ricordo con commozzione quanto e come, persino negli ultimi giorni di vita, Giovanni ci ripeteva quanto, secondo lui, in FVG ci sia una allarmante e persistente sottovalutazione sociale, ma anche Istituzionale, del fenomeno mafia.

Giovanni Taormina

Una parte importante del vostro lavoro è rivolta ai giovani. Come si racconta oggi la mafia alle nuove generazioni? È cambiato il modo di affrontare questo tema rispetto al passato?

Io sono nato nel 1980, durante il mio percorso di studi (concluso con la maturità) mai è stato approfondito il tema delle mafie e, il percorso di studi della storia a mala pena arrivava alla guerra fredda. Non c’è mai stato, quindi, un approfondimento dei fatti di mafia & terrorismo che hanno caratterizzato la nostra nazione.
Sotto questo punto di vista, nonostante le linee guida di alcuni Ministri dell’Istruzione a scuola, tranne nostro errore, certi fenomeni non vengono studiati.
La nostra generazione ha “vissuto” però le stragi del 1992. Tutta la “mia” generazione credo sappia chi siano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sono altrettanto convinto però che nulla sappiano delle stragi del 1993 dove la mafia cosa nostra attraverso attentati terroristici eversivi uccise dei cittadini innocenti provando danni enormi al patrimonio artistico nazionale. Alcuni mafiosi, anche per le stragi del 1993, sono stati condannati in via definitiva per il reato di minaccia (o violenza) a corpo politico dello Stato. Le bombe del 1993 avevano, probabilmente, delle finalità diverse da quelle del 1992 però sono temi che non vengono trattati pubblicamente, figuriamoci nelle scuole se non tramite i famigliari delle vittime di quelle stragi.Per parlare ai giovani di mafia bisogna essere degli esperti e bisogna avere una capacità e un’attenzione specifica perché tutto ciò che viene detto ai giovani, per loro, è “verità assoluta” Per questa ragione noi, che siamo dei semplici volontari appassionati, portiamo nelle classi Magistrati, membri delle forze dell’ordine o i famigliari delle vittime innocenti delle mafie. Per noi è fondamentale che ai ragazzi arrivi chiaro il messaggio di cosa sono le mafie, quali sono i loro business e quanto, direttamente o meno, le mafie influiscono nel nostro vivere quotidiano.
Per noi è ancora più fondamentale distinguere tra cultura alla legalità e approfondimento & contrasto al crimine organizzato.Un cambiamento fondamentale nel raccontare certe storie però c’è stato grazie ai media e a internet. Di recente ho personalmente scoperto serie come “COSE NOSTRE” o “I RAGAZZI DELLE SCORTE” (per fortuna disponibili su piattaforme la cui iscrizione è ancora gratuita) che forniscono un contributo enorme alla memoria. Questi documentari sono uno strumento fondamentale per far conoscere, ad un pubblico attento e ai giovani, delle storie sconosciute o dimenticate. Le Istituzioni, specialmente quelle scolastiche, dovrebbero promuovere la visione di questi documentari perché, secondo noi, portano al telespettatore una testimonianza che stimola le coscienze.

Nella vostra attività avete scelto di dare spazio anche alle vittime meno conosciute. Perché è importante recuperare queste storie?

La nostra associazione è idealmente dedicata a tutte le vittime innocenti delle mafie e quindi le loro storie sono per noi il faro che cerchiamo sempre di seguire nelle nostre attività. Recuperare le storie delle vittime innocenti delle mafie, secondo noi, è l’unico modo per cogliere quelle che il Giudice Falcone chiamava “tensioni morali”. Il racconto diretto di un famigliare di vittima innocente di mafia apre, in un cuore puro, una ferita che può essere curata solo con la conoscenza e l’impegno. In questo, e non solo in questo, noi adulti dovremmo prendere esempio dai giovani.

Quando parliamo di una vittima di mafia, spesso ricordiamo un nome e una data. Che cosa cambia quando quella persona smette di essere soltanto una “vittima” e torna ad avere un volto, una storia, una famiglia, un lavoro, delle passioni? Che diversità sussiste tra tra ricordare una vittima e conoscere la sua storia?

Solitamente concludiamo i nostri incontri nelle scuole chiedendo agli studenti di “adottare una vittima innocente di mafia poco conosciuta”. Chiediamo di prendere un nome a caso dalla lista delle vittime innocenti e approfondire la sua storia. Dare un nome, una data, un volto e una storia ad una vittima innocente è un po’ come “adottarla”, farla entrare nella propria famiglia. E’ un po’ come vivere il lutto di un proprio famigliare e diventa, quindi, una storia che non muore, che non cade nel dimenticatoio.

E poi ci sono le persone che restano. Che cosa significa per una famiglia continuare a vivere dopo un omicidio di mafia? Cosa cambia nella vita di un figlio, di una moglie, di un fratello quando una persona viene uccisa dalla criminalità organizzata? E quanto è difficile per chi resta tornare a una quotidianità che, di fatto, non sarà più la stessa?

A queste domande non sono e non siamo in grado di rispondere perché riguardano la sfera intima e personale di chi ha vissuto quella tragica esperienza.
Abbiamo avuto il privilegio di conoscere e instaurare un rapporto di stima e di affetto sincero con alcune famiglie. C’è sicuramente una cosa che unisce la quasi totalità della famiglia e purtroppo della stragrande maggioranza delle vittime: la mancanza di verità e quindi di giustizia.
Un lutto per tutti è un’esperienza tremenda. Quando però la morte avviene in modo violento causato da altri uomini questo genera una condizione indicibile che solo i famigliari di vittima possono, forse, riuscire a descrivere. Se a questo si aggiunge che per forse più del 80% di quelle vittime, anche a distanza di decenni, non c’è verità questo è davvero inaccettabile.

Nel vostro rapporto con le famiglie, qual è la cosa che più vi colpisce? Il dolore, la ricerca della verità, la richiesta di giustizia o il bisogno di mantenere viva la memoria della persona che non c’è più?

La loro dignità e la loro capacità di ascolto. Per quanto abbiano tanto, tantissimo da raccontare, da dire, trovano il tempo e la capacità di ascoltare soprattutto i giovani o chi si avvicina a loro.
La loro dignità invece si percepisce nel rispetto profondo che hanno verso le Istituzioni. Anche quando, a distanza di decenni, le indagini non hanno portato a verità, nonostante in alcuni casi ci sia anche l’ombra di “depistaggi istituzionali” i famigliari credono veramente nelle Istituzioni, si affidano ad esse.
Al contrario, quanti cittadini che non sono famigliari di vittime innocenti rispettano le Istituzioni e credono in esse?

Hai incontrato molte famiglie nel corso del tuo lavoro. C’è una storia che ti è rimasta particolarmente impressa e che ti ha fatto cambiare il modo di guardare al fenomeno mafioso?

L’attività dei membri dell’associazione è un’attività di volontariato quindi prestata nel tempo libero e in modo totalmente gratuita. Ho, come presidente dell’associazione, avuto il privilegio di incontrare delle persone (i nostri soci) che hanno condiviso gli stessi ideali, la stessa volontà di “impegnarsi concretamente”. Assieme a loro abbiamo avuto il privilegio di conoscere alcune famiglie di vittime innocenti e tutti noi è come avessimo “raccolto il testimone”. Tutte le storie che ho avuto modo di approfondire hanno aperto delle ferite, hanno creato dolore ma questo credo sia comune per tutti coloro che hanno cuore e sensibilità umana. La storia che però più ha segnato il mio percorso è stata la Strage di via dei Georgofili. Fino ai primi anni 2000, nonostante avessi letto dei libri sulla mafia cosa nostra, non conoscevo i fatti conosciuti come “le stragi del 1993”.
Nel 2011 ho conosciuto Giovanna Maggiani Chelli all’epoca Presidente dell’associazione con una figlia che rimase invalida in quella strage. Da quel giorno con lei nacque un rapporto profondo. Riuscimmo a organizzare degli incontri pubblici e a portarla in alcune scuole nella Provincia di Pordenone. Con lei nacque un rapporto personale profondo che purtroppo si è bruscamente interrotto il 21/08/19 quando una malattia mise fine alla sua vita.
Invito tutti a leggere o ascoltare le sue interviste. Giovanna aveva una capacità di scrittura e una dialettica unica, che non ho mai più ritrovato. Le seguì tutti i processi e credo tutte se non quasi tutte le udienze sulla strage di FI ma anche sulle stragi del 1993. Aveva raggiunto quindi, suo malgrado, una conoscenza tale sulle stragi del 1993 da poter essere una testimonianza unica non solo della brutalità mafiosa (che ricordiamo in quella strage uccise 5 persone tra cui due bambine) ma anche delle conseguenze sociopolitiche che quelle stragi terroristiche eversive generarono nel nostro paese.

Raccontare queste storie significa anche entrare nel dolore delle persone. Come si può raccontare la sofferenza di una famiglia senza trasformarla in una narrazione da consumare? Dove passa il confine tra testimonianza e spettacolarizzazione?

L’unico modo che noi conosciamo per raccontare determinate storie è farlo fare ai famigliari delle vittime innocenti.

C’è poi una dimensione della memoria che riguarda tutti noi. Quando una famiglia racconta la propria storia, quella storia smette di appartenere soltanto alla famiglia?E noi, come cittadini, che responsabilità abbiamo nel momento in cui ascoltiamo? Per molte famiglie la battaglia continua anche dopo una sentenza. La giustizia processuale può davvero chiudere una storia oppure rimane sempre qualcosa che una sentenza non può restituire? La memoria rischia a volte di diventare soltanto una ricorrenza. Che cosa significa, invece, ricordare davvero una vittima di mafia?

Guarda la mia personale passione per il “fenomeno mafia” è legato alla cosiddetta “strage di Mogliano Veneto” avvenuta il 28 maggio del 1989. Durante un assalto criminale ad un porta valori vennero trucidate tre guardie giurate poco più che ventenni (Giovanni Pavan, Severino Fasan, Gianfranco Grandin). All’epoca si parlò di Mala del Brenta (peraltro alcuni membri, decenni dopo, si accusarono tra loro) ma le indagini sono sempre state archiviate e non si è mai arrivati ad un processo.
Questo fatto è emblematico perché non si può parlare di mafia perché non c’è mai stato un processo ma, di fatto, ci sono tre morti, tre famiglie che aspettano verità e giustizia da quasi 40anni, probabilmente sarà impossibile trovare prove tali per andare un giorno a processo ed è un fatto che membri appunto della Mala del Brenta hanno fatto dichiarazioni in merito. La testimonianza e il dolore immutato di queste famiglie è simile a tutte le storie di vittime innocenti di mafia senza verità e giustizia. La memoria quindi SI, diventa una ricorrenza e spesso, queste storie finiscono nell’oblio.
Per la “Strage di Mogliano” dove nel 1989 Pordenone indisse il lutto cittadino, mai è stata fatta una commemorazione ufficiale fino a quest’anno. Gianfranco, Severino e Giovanni (detto Gianni) non sono stati insigniti di nessuna medaglia “solamente” perché non facevano parte delle forze dell’ordine ma erano “semplici” guardie giurate.
La memoria, quindi, rimane immutata per i famigliari. Il dolore per un famigliare di vittima non passa mai, figuriamoci per coloro che non hanno verità e giustizia.
La memoria però, per gli altri, spesso diventa retorica, diventa un gesto da ripetere annualmente magari contornato da “parole di rito” che non sono vuote ma sicuramente non sono sentite come magari nell’immediatezza dei fatti.
Durante le commemorazioni, forse, solo ai famigliari andrebbe concesso il diritto di parola.

Che cosa può fare una comunità per non lasciare sole le famiglie? E quanto conta, in questo senso, il lavoro di un’associazione come la vostra? Vorrei chiudere tornando al nome della vostra associazione. La mafia non è solo Sud. Ma nemmeno la memoria può essere responsabilità di pochi. Dopo tutti questi anni di incontri e testimonianze, che cosa vorresti rimanesse a chi ascolta la storia di una vittima e della sua famiglia?

La comunità, la società civile è la chiave di volta nei confronti non solo della memoria ma anche al contrasto del crimine organizzato.
Tutte le più incisive leggi antimafia sono state emanate soltanto dopo tragici fatti che hanno insanguinato la nostra Repubblica e quindi soltanto dopo che “la gente ha preteso” delle risposte dallo Stato.
Non solo. Se pensiamo alle vittime innocenti, le storie più conosciute sono quelle delle persone che più hanno fatto breccia nell’umanità della gente. E’ per questa ragione che noi, avessimo la bacchetta magica, vorremmo:

1 – raccontare alle persone tutte le storie delle vittime innocenti delle mafie tramite la voce dei famigliari

2 – che ogni cittadino venisse a conoscenza di quanto, economicamente, la nostra vita cambierebbe se anche solo dimezzassimo il business delle mafie che incide sul nostro territorio/la nostra nazione.

Ecco noi siamo certi che, se si riuscisse a realizzare ciò, la pretesa, da parte della cittadinanza, di azioni concrete di memoria verso le vittime e di contrasto al crimine organizzato sarebbe tale che la politica, come fatto nell’immediatezza di certi fatti di sangue, non potrebbe sottrarsi dall’investire risorse su un fenomeno che, come disse il Giudice Falcone, non è una lotta personale tra noi e la mafia ma è, o dovrebbe essere, un impegno straordinario nell’ordinarietà di tutti, nei confronti di un fenomeno indegno di un Paese civile.

Mara Cozzoli

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