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Sigmund Freud: Il disagio della civiltà e altri saggi

| Mara Cozzoli | ,

A quasi un secolo dalla pubblicazione, Il disagio della civiltà e altri saggi “ continua a interrogare una domanda che non ha perso la sua inquietudine: perché una civiltà capace di accrescere il nostro potere sulla realtà non riesce a garantire un pieno appagamento dell’individuo?
Freud
non cerca la risposta soltanto nella società, ma anche nella parte meno pacificata dell’uomo.
Il problema della civiltà, prima ancora di essere politico o sociale, è un problema psichico. Essa nasce per proteggere l’individuo dalla violenza, dall’incertezza, dalla natura e dagli altri uomini, per poterlo fare deve però imporre dei limiti. E ogni limite comporta una rinuncia.

Non tutto ciò di cui bramiamo può essere soddisfatto o essere agito. Ma il punto decisivo, in Freud, è un altro: ciò a cui rinunciamo non scompare semplicemente perché non possiamo realizzarlo.
La pulsione continua a esistere, cambia forma.viene deviata, rimossa, trasformata.

E può tornare nella vita psichica sotto altre forme.In tal caso, la civiltà smette di essere soltanto un insieme di regole e diventa una questione interiore.

La norma entra nella psiche, quanto inizialmente è un divieto esterno diventa progressivamente una voce interna.

Eccola,  una delle intuizioni più radicali del padre dela psicoanalisi: la civiltà non si limita a governare il comportamento. Governa, almeno in parte, ildesiderio.

Già ne “La morale sessuale civile” e “Il nervosismo moderno”, Freud osserva il conflitto tra le esigenze della vita civile e la sessualità.La società ha bisogno di regolamentare la vita sessuale, ma il desiderio non obbedisce semplicemente alla norma, la repressione non significa cancellazione, bensì diviene trasformazione del conflitto.
Quando ciò che desideriamo entra in contrasto con ciò che riteniamo di poter desiderare, la frattura non è più soltanto tra l’individuo e la società.

È dentro l’individuo, l’uomo civile è quindi un uomo diviso: da una parte ciò che vuole, dall’altra ciò che ritiene di dover volere.

Tra le due cose si apre uno spazio nel quale possono comparire angoscia, colpa, inibizione, sintomo. Non siamo soltanto ciò che desideriamo. siamo anche ciò che abbiamo imparato a proibire a noi stessi.

Ma Freud non si ferma alla sessualità. Nel “Disagio della civiltà porta il problema a un livello ancora più profondo: l’aggressività.

L’uomo non è soltanto un essere che cerca il legame, è anche un essere capace di distruggere. La civiltà è quindi costretta a fare i conti con una contraddizione fondamentale: deve unire gli uomini e, contemporaneamente, contenere la loro tendenza all’ostilità. Eros tende a legare, la pulsione di morte tende alla distruzione. La civiltà è il tentativo, sempre incompiuto, di far prevalere ciò che unisce su ciò che separa e distrugge. Ma proprio qui nasce il paradosso.
Per impedire all’uomo di rivolgere l’aggressività contro gli altri, la civiltà gli insegna a rivolgerne una parte contro se stesso.
L’aggressività viene interiorizzata,l’autorità esterna viene incorporata.

Nasce il Super-Io. E quella che era una forza rivolta verso l’esterno può diventare autocontrollo, autocritica, bisogno di punizione, senso di colpa. È forse il passaggio più inquietante del pensiero freudiano.
La civiltà ci rende più capaci di vivere insieme, ma nello stesso tempo può renderci più severi con noi stessi.
Il giudice non è più fuori,è dentro.
E può diventare molto più difficile da eludere, perché possiamo sottrarci allo sguardo degli altri.
Molto più difficile è sottrarci al nostro.
Il senso di colpa, per Freud, non nasce soltanto dopo aver compiuto qualcosa di male. Può essere legato anche al desiderio, all’intenzione, alla semplice possibilità di aver desiderato ciò che la coscienza morale proibisce.
La colpa, quindi, non riguarda soltanto ciò che facciamo, ma quanto siamo in grado di aspirare.

Ed è qui che il conflitto diventa profondamente psichico.

L’uomo può soffrire non solo per quello che gli altri gli fanno, ma per quanto dentro di sé non riesce ad accettare.

Questa stessa dinamica cambia scala quando Freud passa dall’individuo alla massa.

In “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, l’uomo non appare più come un soggetto isolato e razionale, ma come un essere che ha bisogno di legami.
La massa nasce da identificazioni e legami affettivi. Non siamo insieme soltanto perché condividiamo un interesse.

Siamo insieme perché, psicologicamente, abbiamo bisogno di appartenere. Il gruppo offre riconoscimento,  identità e protezione.
Ma proprio ciò che protegge può diventare limite. Quando l’identificazione con il gruppo diventa molto forte, l’individuo può delegare ad esso una parte del proprio giudizio.
Il dubbio diventa più difficile e il dissenso più doloroso.
L’altro può diventare minaccioso non per ciò che realmente è, ma perché mette in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi come parte di un noi. Ed è qui che l’appartenenza può trasformarsi in esclusione.

Per sentirci parte di qualcosa, abbiamo talvolta bisogno di distinguere chi ne fa parte da chi ne è fuori.

Il noi può avere bisogno di un loro, non  perché ogni comunità abbia bisogno di un nemico. Ma perché l’identificazione collettiva può diventare tanto forte da trasformare la differenza in minaccia.

Freud ci porta così verso una domanda ancora più scomoda: quanto della nostra opinione appartiene davvero a noi quando abbiamo bisogno di appartenere?

La guerra porta questo meccanismo al suo limite estremo.

Nelle “Considerazioni attuali sulla guerra e la morte”, Freud scrive durante la Prima guerra mondiale e si confronta con il fallimento dell’idea che la civiltà europea rappresenti ormai un progresso morale acquisito.La guerra mostra che non basta possedere istituzioni, cultura e progresso tecnico per essere immuni dalla distruzione. La civiltà rimane fragile e le sue regole possono essere sospese. Ciò che in tempo di pace è considerato violenza può diventare, in guerra, un dovere. La questione psicologica diventa allora decisiva: come può l’individuo partecipare alla violenza quando quella violenza viene legittimata dal gruppo a cui appartiene?

La risposta non può essere soltanto razionale: ntrano in gioco identificazione, appartenenza, paura, aggressività.

E soprattutto la possibilità di spostare sull’altro ciò che non vogliamo riconoscere in noi stessi.

La guerra costruisce il nemico anche psicologicamente, l’altro diventa ciò che minaccia il nostro noi. E quanto più forte è l’identificazione con il proprio gruppo, tanto più facilmente l’altro può essere privato della sua individualità.

C’è un altro modo in cui l’uomo cerca protezione: la religione.

Ne “L’avvenire di un’illusione”, Freud affronta la credenza religiosa a partire dalla sua origine psicologica. L’uomo è fragile, esposto alla natura, alla malattia, alla sofferenza, alla morte. E questa condizione di impotenza non è completamente estranea all’esperienza infantile.
Da bambini siamo dipendenti da figure più grandi e più potenti di noi.
Abbiamo bisogno di essere protetti. Secondo Freud, una parte di questa esperienza può essere trasferita nell’età adulta.
Dio può allora assumere, sul piano psichico, la funzione di una figura paterna idealizzata: una presenza capace di proteggere l’uomo dalla propria impotenza. Ma Freud compie qui un passaggio particolarmente interessante: non gli interessa soltanto stabilire se una credenza sia vera o falsa,ma capire da cosa nasce. Per Freud, un’illusione non coincide necessariamente con un errore. È una convinzione sostenuta soprattutto dalla voglia.

Questo rende la religione, nel suo pensiero, una questione profondamente psicologica. L’uomo non cerca soltanto una spiegazione del mondo. Chiede anche una risposta alla propria vulnerabilità, qualcuno o qualcosa che possa proteggerlo dalla morte, dalla natura, dall’incertezza. La religione diventa così anche una risposta al bisogno umano di non sentirsi completamente solo di fronte a ciò che non può controllare. E ancora una volta Freud porta una questione apparentemente metafisica dentro la psiche.
Non chiede soltanto: in quale oggetto crediamo, sollecita su un punto: che cosa abbiamo bisogno di credere?

È questa, forse, la linea sotterranea che attraversa l’intera raccolta.
L’uomo cerca protezione dalla realtà. Ma per ottenere protezione deve rinunciare a una parte della propria libertà pulsionale.

Cerca l’altro,ma in quest’ultimo può trovare anche il nemico. Cerca l’appartenenza, sebbene essa possa diventare conformismo. Cerca la sicurezza che può diventare dipendenza. Cerca una morale, che può trasformarsi in senso di colpa. Cerca la felicità. Ma la civiltà, proprio mentre rende possibile una vita più organizzata, gli impone rinunce che non può evitare.

Il disagio non è quindi un incidente della civiltà.

È il suo rovescio psicologico.

La civiltà nasce dal tentativo di rendere compatibili esigenze che, nell’uomo, non sono naturalmente compatibili:la libertà pulsionale e la convivenza, l’aggressività e il legame,il desiderio e la norma, l’individuo e la collettività.

Eros e distruzione. Non esiste una soluzione definitiva, ma sussiste “un equilibrio sempre precario.

In “Perché la guerra?”, il dialogo con Albert Einstein porta questa riflessione sul piano politico. Sigmund Freud non considera la guerra una fatalità assoluta. Riconosce nel diritto e nella costruzione di istituzioni comuni strumenti capaci di limitare la violenza.
Ma non confonde il progresso istituzionale con il superamento delle pulsioni. La pace non nasce perché l’uomo diventa improvvisamente buono. Deve essere costruita contro ciò che nell’uomo continua a rendere possibile la distruzione.

È una differenza importante, in quanto Freud non propone una visione ingenua della civiltà.

Egli che la civiltà stessa è un lavoro di contenimentoo, un lavoro mai concluso.

Forse è qui che Freud diventa sorprendentemente contemporaneo, non perché abbia previsto la nostra società,  a perché ci ha insegnato a diffidare delle spiegazioni troppo semplici. Dietro un comportamento visibile può esserci un conflitto invisibile, alle spalle di una convinzione può esserci un desiderio e a tergo di un giudizio morale può esserci un’aggressività trasformata.

Dietro un’appartenenza può esserci un bisogno di protezione e dietro una forma di controllo può esserci paura.

E posteriormente a una richiesta di perfezione può esserci un Super-Io che non concede mai abbastanza.
Oggi il comando non è sempre: “Non devi.”, a volte è: “Devi riuscire,,devi essere felice, essere efficiente, desiderabile, essere all’altezza, dimostrare il tuo valore”.

E quando non ci riesci, puoi finire per considerare il fallimento una colpa privata. Qui il disagio individuale può nascondere una dimensione collettiva. Le aspettative sociali diventano aspettative interiori.
Gli ideali diventano obblighi. Il giudizio degli altri può diventare il nostro giudizio su noi stessi. E la libertà, paradossalmente, può trasformarsi in una nuova forma di imperativo. Freud ci aiuta a vedere questo passaggio.
Ci ricorda che l’uomo non è trasparente a se stesso.
Non coincide completamente con ciò che pensa di essere.
È attraversato da desideri che non controlla, identificazioni che non sempre riconosce, ambivalenze che preferirebbe negare.

Forse è proprio questa la sua lezione più difficile: non tutto ciò che ci governa è cosciente.

E ciò che non riusciamo a riconoscere dentro di noi può essere agito fuori di noi. Per questo la civiltà non può consistere nell’eliminazione del conflitto. Il conflitto è parte dell’umano, la questione è che cosa ne facciamo. Possiamo rimuoverlo, proiettarlo, trasformarlo in odio verso l’altro. Oppure possiamo provare a pensarlo. È forse questa la differenza tra una civiltà che si limita a reprimere e una civiltà capace di elaborare. Freud non ci promette un uomo finalmente pacificato ma ci estituisce un individuo più complesso, che ha bisogno dell’altro e può odiarlo.

Che desidera la libertà e cerca protezione, costruisce legami e può trasformarli in appartenenza esclusiva. Un soggetto che vuole essere felice e può diventare il proprio più severo giudice. Il disagio della civiltà non è allora qualcosa che possiamo semplicemente eliminare. È la traccia del conflitto tra ciò che desideriamo e ciò che la vita insieme ci chiede di essere.

Probabilmente maturare non significa liberarsi definitivamente da questa contraddizione, ma significa imparare a riconoscerla.
Perché soltanto ciò che possiamo pensare può smettere, almeno in parte, di governarci nell’ombra.

I questa tensione (tra desiderio e limite, tra Eros e distruzione, tra individuo e collettività)  che Freud continua a porre la sua domanda più scomoda: quanto della civiltà che abbiamo costruito è anche il riflesso del conflitto che non siamo riusciti a risolvere dentro di noi?

Mara Cozzoli

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