Resilienza e Creatività. Solitudini in Mostra – Milano 2020.

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La rassegna “Solitudini in Mostra” che si e’ tenuta a Milano negli spazi del “Tempio del Futuro Perduto”, centro culturale indipendente, dal 05.06.2020 ha presentato in esposizione opere di singoli artisti e di collettivi d’arte attraverso un percorso nelle sale, suddiviso per autori e tecniche; arte astratta, fotografia, collage, grafica, pittura, video art, installazioni. L’iniziativa ha avuto risalto sui social attraverso una call, una chiamata all’arte, alla quale hanno risposto artisti che hanno deciso così di rappresentare visivamente  lo stato di isolamento e di preoccupazione vissuto durante il periodo della quarantena conseguente alla pandemia da Coronavirus (Covid 19). L’impatto della pandemia sulla salute dei cittadini è un fenomeno nuovo che non ha punti di riferimento nella storia recente. Il sistema sanitario è stato sottoposto a dura prova nell’azione di contrasto all’epidemia: dalla organizzazione degli ospedali, al monitoraggio delle persone coinvolte fino alle strategie di cura e di sostegno alla famiglia e agli operatori sanitari. Rimane da comprendere la portata delle misure di sostegno all’economia e la reale necessità delle forme virtuali di lavoro dalle quali può dipendere il futuro di molte aziende e la stabilità sociale e psicologica di tante persone. Il Tempio del Futuro Perduto ha deciso di proporre questa iniziativa che ha assunto le caratteristiche di esperimento sociale: lasciare spazio agli artisti per rappresentare artisticamente lo stato emotivo da loro vissuto in una situazione unica e osservare le strategie  che possono aiutare a far fronte agli eventi stressanti. L’Arte è uno strumento perfetto per rappresentare le emozioni, per materializzare stati d’animo e stati di sé. Attraverso l’Arte (creazione o visione) si possono contenere ad esempio reazioni ansioso depressive e migliorare in termini di quantità e qualità  il benessere soggettivo. L’Arte poi è Cultura che genera Cultura. Su queste basi, si compone un’immagine tridimensionale della malattia, dove alla malattia biomedica (disease), si affianca l’esperienza soggettiva e culturalmente mediata dello stare male vissuta dal soggetto (illness) e la malattia intesa come riconoscimento sociale (sickness). L’uomo è per sua stessa definizione un organismo biopsicosociale, in cui si intrecciano inestricabilmente la dimensione biologica e quella psicologica e sociale.

“L’artista produce una potente immagine delle proprie esperienze di vita e dei propri conflitti, e questa immagine è intrinsecamente ambigua. L’ambiguità è nello spettatore che risponde emotivamente ed empaticamente all’immagine nei termini dei propri conflitti e della propria esperienza di vita. Come l’artista crea un’opera d’arte, così lo spettatore la ricrea rispondendo alla sua intrinseca ambiguità (Kris, 1952).”

Artisti e pittori, scultori e poeti, attori e musicisti esplorano le proprie scoperte nella propria coscienza e nei propri sentimenti più profondi, lasciando una traccia di quello che trovano. Il loro lavoro comunica queste esperienze vissute. Quando creano in relazione autentica con i loro sentimenti, affermano cose in grado di smuoverci nel profondo, di aprire la nostra consapevolezza, e di modificare i modi in cui valutiamo le esperienze compiute. Ci danno anche immagini durature da condividere e conservare come icone che portano “verità” riguardo alla nostra vita interiore. Ne deduco che le opere d’arte sono possibili perché le menti umane sono predisposte in maniera innata a sviluppare e a tenere vive le loro coscienze lungo linee parallele e in comunicazione collettiva (Trevarthen, 1997).”

Nel campo della ricerca un argomento di  forte interesse oggi è quello della neuroestetica, che unisce la biologia alla psicologia della visione e la applica allo studio dell’arte, e ancora più della  neuroestetica emotiva, che va coniugando la psicologia cognitiva, la biologia della percezione, dell’emozione e dell’empatia con lo studio dell’arte. Si osserva quindi che nello spazio dell’artista e del fruitore dell’opera d’arte si colloca un terzo soggetto, un mezzo esplicativo ed estensivo per capire il ruolo dei meccanismi cerebrali che rendono possibile la creatività non solo nell’arte, ma nella scienza. A tale proposito Kandell nel suo libro “L’età dell’inconscio” affermò che le conoscenze relative alla neurobiologia della percezione visiva e delle risposte emotive non sono solo obiettivi importanti per la biologia della mente, ma anche stimoli per una nuova forma d’arte e di creatività (Kandell, 2012).

Nella vita quotidiana possiamo considerare la resilienza come la capacità dell’uomo di affrontare le avversità della vita, adattandosi ad esse, superandole e uscendone rafforzato o trasformato. Quindi per resilienza si intende la capacità di adattamento alle situazioni e all’evoluzione delle stesse.  A partire da tale iniziale definizione il termine è stato utilizzato sotto forma di metafora da varie discipline. La psicologia ha preso in prestito tale definizione per descrivere l’atteggiamento di  andare avanti nonostante le difficoltà, reagendo così agli eventi traumatici e resistendo nel raggiungimento dei propri obiettivi (Malagutti, 2005).  Consideriamo quindi una inversione di tendenza rispetto al focus attentivo della psicologia, che  è passata dal porre attenzione solo alle caratteristiche problematiche dell’individuo fino a risaltare le sue capacità e possibilità di riuscita. A tal proposito, i primi a porre l’attenzione verso  la componente sana del soggetto, garantendo la promozione della salute, furono gli approcci positivi e umanistici. Antonovsky (1980,1987) fu uno dei primi autori a dedicarsi allo studio delle componenti del benessere psicologico. Attraverso una serie di interviste ai sopravvissuti all’olocausto individuò alcune componenti fondamentali nella promozione della salute. Il primo elemento è la capacità di esercitare il controllo, sia reale che fantasticato, su di una situazione particolarmente difficoltosa. Il secondo elemento è la comprensibilità, ossia la capacità di leggere ed elaborare ciò che sta avvenendo, in modo da non lasciarvisi sopraffare. L’ultimo elemento è il significato che si dà a quel determinato evento ponendolo in relazione non solo alle precedenti componenti ma anche alle proprie esperienze di vita. Lo stesso Antonovsky afferma l’importanza di non dimenticare di ricercare il negativo in ciò che ci è accaduto, in quanto la mancata elaborazione e dunque l’incomprensibilità del fatto non permette di uscire dallo stato di sofferenza psichica. Oggi si parla sempre più di eliminare lo stress, tuttavia non vi è nulla di più controproducente. L’uomo è infatti generato per convivere con lo stress e possiede tutte le risorse di cui ha bisogno; ciò che spesso invece viene a mancare è la capacità di individuare queste risorse e adoperarle al meglio per gestire gli stressors che condizionano la vita quotidiana. Questa capacità prende il nome di resilienza o resistenza psicologica e può essere identificata anche con il termine “Hardiness” derivante dagli scritti della psicologa Susanne Kobasa (1979). A seguito dell’affermarsi dei nuovi filoni di ricerca quali la psicologia positiva con Antonovsky e Seligman che basarono i loro studi sull’esperienza soggettiva positiva rispetto al passato, al presente e al futuro e ai punti di forza del soggetto, l’attenzione psicologica cominciò a focalizzarsi sempre più su ciò che rende felici le persone con particolare riguardo all’autorealizzazione, la crescita personale, lo sviluppo delle competenze, la costruzione dei significati, l’ottimismo, l’autodeterminazione e la condivisione, caratteristiche che costituiscono il costrutto stesso di resilienza. Tale cambiamento di prospettiva non si deve unicamente alla psicologia positiva ma anche alla psicologia umanistica e di comunità. Secondo la prospettiva della psicologia umanistica l’uomo è un essere in divenire, tendente ad un fine e che apprende dall’esperienza (Giordani, 1988). La psicologia della comunità invece studia l’individuo nel suo rapporto con il contesto in un influenza reciproca con l’ambiente (Bronfenbrenner, 1979). Ad utilizzare per la prima volta il concetto di resilienza in psicologia fu la psicologa americana Emmy Werner (1982). A partire dagli studi di psicologia evolutiva, negli anni settanta, cominciarono a diffondersi ricerche sullo studio di bambini e ragazzi che avevano uno sviluppo positivo nonostante la presenza di fattori di rischio. Nello specifico i ricercatori cominciarono a studiare persone che sono riuscite a trovare un equilibrio e a vivere una vita gratificante nonostante traumi e violenze subite. Sulla stessa scia di pensiero vediamo alcuni autori quali Marie Anaut (2003) che definì la resilienza come la capacità di superare le difficoltà, sottolineando comunque il fatto che questa non rende invincibili gli individui e che pur essendo insita in ogni uomo non è presente per tutta la vita. Infatti qualora dovessero verificarsi eventi eccessivamente difficili da gestire la persona potrebbe destabilizzarsi. Boris Cyrulnik (2000) definisce la resilienza come un intreccio di fili quali lo sviluppo, il sociale e le relazioni di un’unica trama la quale converge in un reticolo fatto di interazioni fra individuo e ambiente. Le persone resilienti sono dunque coloro che hanno scoperto in loro stesse, nelle relazioni umane e nel quotidiano quegli elementi e quella forza per superare le avversità. Anche George Vaillant (1993) sottolinea l’importanza delle variabili individuali e sociali nello sviluppo della resilienza, definendola un processo che varia in base alle vicissitudini e agli apprendimenti delle persone, individuando tre dimensioni: biologica, psicologica e sociale. Ed infine Anna Oliverio Ferraris (2003) la quale considera la resilienza come un tratto di personalità in cui convergono fattori cognitivi, emotivi, sociali, educativi ed esperienziali. L’Associazione degli Psicologi Americani definì la resilienza come l’insieme di più capacità: socializzazione, progettazione e pianificazione, autostima e fiducia in sé, comunicazione efficace e problem solving, controllo emotivo. Tra i fattori determinanti la resilienza concorrono il temperamento sul versante individuale, l’attribuzione di significati sul versante socio-culturale ed il sostegno sociale sul versante relazionale. Il temperamento viene definito come la modalità innata di percepire il mondo. L’ambiente biologico in cui il bambino cresce è definito dalle relazioni con i genitori, i quali hanno il compito di fornire quegli stimoli adeguati allo sviluppo della resilienza. Fondamentale in tal senso risulta essere l’attaccamento e il bambino oggetto di attaccamento sicuro presenterà una migliore prospettiva di sviluppo ed una migliore resilienza. Ancora più del trauma stesso ad assumere una valenza fondamentale è il significato che si dà all’evento. Infatti per innescare il processo di resilienza bisogna comprendere ed elaborare il significato del trauma per poi agire. In ultimo, il sostegno sociale rappresenta un importante tutore di resilienza che permette attraverso il supporto e l’ascolto di riprendere le fila della propria vita. Oltre ai fattori sopra citati è possibile intravedere fattori di rischio e protettivi che incidono sullo sviluppo della resilienza. Il concetto di rischio è stato utilizzato per definire le probabilità di uno sviluppo maladattivo in condizioni di vita sfavorevoli (Garmezy, 1993; Masten, 1994; Rutter, 1988). Tale concetto comprende fattori genetici, psicologici, ambientali e socio-economici. Vi sono inoltre alcuni elementi che si stabilizzano nel corso della vita, come una malattia improvvisa, difficoltà nella relazione di coppia, avvenimenti di difficile gestione. Rispetto alla famiglia potrebbero sussistere problematiche sia strutturali che funzionali, ad esempio un’educazione rigida e frequenti liti coniugali o ancora un’eccessiva coercizione e punizioni fisiche frequenti potrebbero favorire un futuro disagio, aumentando le probabilità di un adattamento negativo (Costabile, 1996). I fattori di protezione giocano un ruolo nel contrastare gli effetti negativi degli eventi stressanti e costituiscono dunque l’opposto dei fattori di rischio (Stouthamer-Loeber, 1993). Esistono tre macro aree di fattori di protezione: caratteristiche individuali, ambiente famigliare e contesto sociale allargato (Masten, 1994; Rutter, 1987; Werner & Smith, 1992). Tra i fattori individuali vi sono: temperamento aperto alle relazioni sociali, buona intelligenza, autonomia, capacità di risolvere i problemi, capacità di porsi obiettivi e di saperli realizzare. Quelli familiari comprendono coesione, sostegno affettivo, coinvolgimento in attività pro-sociali e consapevolezza del loro valore, intesa fra i genitori per un mutuo aiuto, legame profondo con i figli durante l’infanzia, sostegno da parte della famiglia allargata e dalle persone care. Infine tra i fattori protettivi sociali vediamo un adeguato coinvolgimento del gruppo in attività di solidarietà nei confronti della comunità, iniziative per favorire la coesione sociale, solidarietà e partecipazione ed interventi mirati alla promozione del benessere dei giovani. In questo contesto il Tempio del Futuro Perduto svolge alcuni importanti compiti di solidarietà verso la comunità. Le iniziative volte ad assicurare coesione sociale e promozione del benessere individuale vanno dai corsi di yoga, alla danza contemporanea, alla musica (intesa come produzione ma anche come musicoterapia), al teatro autobiografico fino ad arrivare all’arte in tutte le molteplici espressioni artistiche.

Bibliografia: V. Verrastro, A. Rizzuti, V. Saladino.

Carlo Capocasa

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Capocasa Carlo
Carlo è ricercatore in campo medico e svolge la sua attività tra la Svizzera e Milano. Si è occupato del miglioramento della qualità di vita del malato oncologico promuovendo e realizzando anche alcuni convegni medico scientifici. Ha la passione per la letteratura classica, la storia e ama collezionare libri antichi. Il suo interesse per la qualità di vita delle persone con patologie che possono determinare fragilità anche sociali, ha motivato l'avvio di alcuni studi che prevedono discipline olistiche e psicoterapia a sostegno del paziente durante il percorso di cure mediche.