Alda Merini. Donna, madre e poetessa.

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Anima fragile e irrequieta.
Nata il primo giorno di primavera del 1931, in “ Reato di Vita” ne spiega il senso: “La nascita è il momento migliore della nostra vita. Nel corpo naturale dell’essere c’è tutto lo svolgimento di ciò che egli sarà domani, degli amori che incontrerà, dei sudori, dei suoi personali cinismi fino alla morte”.
A soli otto anni la curiosità la spinge a imparare a memoria la “Divina Commedia”, la sua salute non può non subire le conseguenze di questi sforzi mentali, ma ad Alda poco importa: possiede un bagaglio culturale fuori dal comune.
Il momento storico vissuto dalla nostra futura poetessa non è certo dei migliori: il fascismo, la guerra la casa di Viale Papiniano distrutta da una bomba, il fratellino che nasce sotto i bombardamenti e lei ad assistere al parto.
Durante l’ultimo anno di guerra riesce a terminare le scuole di avviamento al lavoro, ma per ragioni familiari non può proseguire gli studi: l’interruzione del percorso scolastico ha un ruolo predominante in quella che è la sua complicata psicologia.
Così Racconta: “ A quindici anni ero stata mandata a Torino per una grave anoressia, iniziata durante la guerra a causa della vera fame che si era provata ed aggravatasi per il dolore causatomi dall’interruzione degli studi ordinata da mia madre. Era nato mio fratello e non c’era da mangiare per tutti”.
In “Delirio Amoroso” scrive: “Sono un essere frustrato dalla demenza. La demenza era insorta così, un giorno, quando mia madre nascendo mio fratello, mi disse: Non puoi più studiare, è nato il maschio. Il maschio a quei tempi era sacro. Il maschio doveva assorbire tutte le riserve morali e fisiche della famiglia e dell’ambiente”.
Talento e tenacia sono destinati a vincere su tutto.

Siamo alla fine degli anni Quaranta quando entra in contatto con Giacinto Spagnoletti presso la redazione di “Democrazia”.
Nel 1947  inizia a frequentare ”casa” Spagnoletti, dove si relaziona con Giorgio Manganelli e altri intellettuali, figure che divengono fondamentali nel percorso personale e professionale di Alda.
L’incontro con Manganelli non si limita a un’amicizia letteraria.
Manganelli ha ventisei anni ed è sposato, mentre la Merini una sedicenne.
La relazione è dura e difficile.
Le lancette del tempo corrono veloci e, finalmente, nel 1950 la nostra talentuosa artista arriva all’esordio.
Le sue prime poesie, tra le quali “ Estasi di San Luigi Gonzaga”( nella quale   viene contemplato il raggiungimento dell’estasi  anche per mezzo della dimensione erotica) –  Dio dell’innocenza / io Ti chiedo al mio amplesso.  Ti vedo, Estasi ripida dell’oro/ flusso di gemma alzata all’agonia; /il Tuo unico Senso/ occhieggia misterioso e ineluttabile dietro cieca persiana. e “Lettere” – Ci reggevamo entrambi negli abbracci/pregando che durassero gli intenti, / ci promettemmo il “sempre” degli amanti, / certi dei nostri spiriti d’Idii… – vengono pubblicate su “ Paragone”, rivista diretta da Roberto Longhi.
Nel 1951 Alda Merini è inclusa nell’antologia Poetesse del Novecento curata da Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani.
L’anno successivo all’esordio, il 1954, la vita di Alda subisce un cambiamento che influirà sul suo cammino.
Interrotta la relazione con Manganelli ( fu proprio l’amore a renderci nemici, noi che c’eravamo tanto amati, fu l’ Amore con la a maiuscola a riscattarci. Per quarant’anni non ci siamo più visti, non ci siamo più innamorati. La grande impostura del matrimonio inteso come prostituzione domestica, fece piangere Manganelli e me.), conosce un panettiere milanese, Ettore Carniti. I due si sposano il 9 Agosto 1954. 

In “Superba è la notte” raccolta pubblicata da Einaudi nel 2000, all’uomo dedica i seguenti versi:
“Era un uomo senza discorso
quello che un giorno venne a vedermi
soltanto per viltà naturale               
e che toccò il mio corpo pieno di erbe
e d strani singulti. Una barriera
questo uomo, un inno alla disgrazia,
e aveva palpebre senza rumore
che cercano il freddo delle dimore
un fuoco, un desiderio..
Ma anche il tempo si fermò adagio
su quei baci di sempre che nel labbro
scavarono la roccia, un gran singulto
di amore che mi fece ripensare
al dispetto di Dio quando fece
il mio primo modello di follia”.
Quanto balza agli occhi è questo strano cambiamento: il passaggio da un intellettuale alla semplicità.
Secondo alcuni  il suo rappresenta un vano tentativo di abbracciare la normalità, per sottrarsi alla maledizione della poesia.
Da “Vuoto D’amore”:
“O poesia, non venirmi addosso
 sei come una montagna pesante,
 mi schiacci come un moscerino,
 poesia, non schiacciarmi
 l’insetto è alacre e insonne,
 
scalpita dentro la rete,
 poesia, ho tanta paura,
 non saltarmi addosso, ti prego.”
Ecco, la contraddizione: da un lato difficoltà nel reggere la sua inclinazione, dall’altra l’inaccettabilità di viverne senza.
La ricerca di normalità origina un dramma.
Nel 1955 nasce la prima figlia, Emanuela. Nello stesso anno vengono pubblicate due raccolte poetiche: “ Nozze romane” e “ Paura di Dio”.
Dopo questo, il vuoto. Ci prova Alda, con tutte le sue forze, ma gli editori si sottraggono.
Nel 1958 nasce la seconda figlia.
Giunge così il momento in cui la vita la mette duramente alla prova: le vicende familiari iniziano a complicarsi, i toni si alzano sempre più spesso, fino a quando, a seguito di una lite, subisce il primo ricovero.
Il suo destino prende una piega inaspettata, inimmaginabile e drammatica (in parte prevedibile).
Il primo internamento avviene il 31 ottobre del 1965 all’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini.

” La sera vennero abbassate le sbarre di produzione e si produsse un caos infernale. Dai miei visceri partì un urlo lancinante, una invocazione spasmodica diretta ai miei figlie mi misi a urlare e calciare con tutta la forza che avevo dentro, con il risultato che fui legata e martellata di iniezioni pesanti. Ma, non era forse la mia una ribellione umana? Non chiedevo io di entrare nel mondo che mi apparteneva? perché quella ribellione fu scambiata per un atto di insubordinazione?”. (L’altra verità. Diario di una diversa).
Rimane ricoverata per una settimana, da questo momento su di sé porta un marchio, il marchio della “pazzia”.
Qualche mese dopo, un secondo ricovero.
Quattordici anni d’inferno in terra.
Da “ L’Altra verità.Diario di una diversa : “ Le nostre infermiere erano esseri privi di qualsiasi sentimento umano, almeno per quanto ci riguardava, e, dato che la nostra vita all’interno dell’ospedale era già tanto difficile, ce la rendevano ancora più nera mortificandoci e dandoci a vedere ad ogni piè sospinto che noi eravamo “diverse” e che quindi non potevamo entrare nei loro discorsi”. Prosegue, Alda:“ In quel manicomio esistevano gli orrori degli elettroshock. Ogni tanto ci assiepavano dentro una stanza e ci facevano quelle orribili “fratture”. Io le chiamo così perché non servivano che ad abbruttire il nostro spirito e le nostre menti. Più di una volta il dottor G. venne a prendermi per un braccio e a portarmi via da quel supplizio. Io cominciavo a piangere e poi finivo col pisciarmi addosso, tanta era stata la paura “.
Sempre in Diario racconta la sua condanna: “ Al momento dell’internamento, l’ammalato sente sopra di sé il peso della condanna, che non puoi riversare sulla società tutta ed anche sui congiunti. I parenti invece avvertono questa repulsione come uno stato di malattia e “cercano di stare alla larga”, anche perché non è detto che non abbiano un vago senso di rimorso. I più impreparati non si aspettavano certo che il manicomio sia fatto in quel modo e, a modo loro, riportano degli shock.
Ma le vere vittime restiamo pur sempre noi, perché una volta a casa ci sentiremo sempre rinfacciare quella degenza come un fatto giuridico, e non di malattia. Insomma, il malato è un gradino più su di colui che è stato in galera
”.
Tra le indecenti mura di quelle strutture, tra personale sanitario sprovvisto di sensibilità, un raggio di sole brilla: lui, è il dottor G. In “Reato di vita” è descritto come quella figura amorevole che la salva.

Da “L’altra verità”: “ Con il dottor G. il dialogo si faceva sempre più scelto, aperto. Cominciai ad amarlo, e lui mi fece sospendere tutte le terapie. Una volta persino l’abbracciai gli dissi che l’amavo. Lui sorrise e mi passò teneramente la mano sui capelli. Chiese anche dei permessi per me, perché potessi uscire. Ogni giorno poco per volta. E così tornai a incontrare le margheritine, le violette, Dio! Baciai quell’erba la prima volta che la vidi! Credo che la mangiai di baci. Credo che me ne riempissi lo stomaco. Avevo fame di cose vere, naturali, primordiali; avevo fame di amore. L’avrebbero mai capito gli altri?”.
Tra il 1968 e il 1972, nascono Barbara e Simona, le quali vengono date in affido. Questi rientri in famiglia se da un lato portano a riconciliazioni parziali con il marito, dall’altro danno luce  a ulteriori problemi.
In “Lettere al dottor G.” a proposito di una sua gravidanza si possono leggere le seguenti parole: “ Non so dire altro, se parlo di mio figlio ne ho quasi orrore ma perché? Sono sicura che al momento della nascita non vorrò neanche vederlo; sarà un maschio ma quando mi aprirà le viscere con violenza e vorrà a tutti i costi quest’ orrida luce io proverò una grande pietà e certo impazzirò del tutto perché penso, e Dio mi perdoni, che dovrò ricominciare una dura lotta con la miseria, con l’incomprensione di tutti, che io stessa, che mi sento in fondo così tragica e pura, avrò orrore di tenerlo tra la braccia e pure quanto ho pianto su questo piccolo essere”.
Le terapie a cui viene sottoposta in quegli anni sono devastanti: elettroshock, Pentothal, Nobrium, Largatil, Seranase, Noritren.
La vera cura è però la poesia: “Sgravare la materia per trovare lo spirito è il compito del poeta: farsi male alle mani, al cuore, porsi un’infinità di domande e poi buttarle via, fumare per rendere piacevole il transito verso la morte. Tutto questo è amore per la vita perché in qualsiasi modo si voglia morire, una traccia di noi rimane che non è la carne.
Non si arrende, Alda. Non conosce il significato del termine rassegnazione, neanche quando tutto sembra crollato.
Nel 1980 dopo anni di silenzio Antonio Lalli pubblica la sua nuova raccolta di poesie: “ Destinati a morire. Poesie vecchie e nuove”.
Il libro è introdotto da Stefano Fiorelli, medico che per cinque anni la segue.
Io sono psicologo e posso comprendere certo come da un caos interiore possa nascere la linea purissima della poesia, ma il fenomeno Merini mi ha sconcertato. Questa donna pare spaccata in due, da una parte la vita quasi completamente anonima, chiusa in un guscio di tragica sofferenza, dall’altra l’esplosione della sua lirica, davvero bella, davvero infinita”.
Lotta, lotta e scrive! Nel 1983 sulla rivista “Il cavallo di Troia” vengono pubblicate in anteprima una selezione di componimenti, che danno vita a “ La Terra Santa”.
Nel 1984, dopo la morte del marito, sposa Michele Pierri contatto recuperato l’anno precedente.
Da Delirio Amoroso: “ Io l’ho amato. Ci siamo amati tanti tanto e siamo vissuti beatamente l’uno nell’altro. Lui non era bello, ma aveva la bellezza del saggio lungimirante. Lui mi vedeva giovane attraverso il suo amore e la sua conformazione di poeta. Mi chiamava “tesoro di papà”. Era a volte amabilissimo, a volte burbero: io non riuscivo a comprendere. Lui ammalato. Lui che si ergeva sempre battagliero difronte a tutto. Il nostro era un matrimonio riuscito, un matrimonio di amore, di amore vero. Due anime forti, talmente forti, che sfidavano l’interno universo. Eravamo due poeti liberi, liberi in ogni tempo, in ogni stagione. Ci amavamo al di fuori dei sensi, e oltre i sensi, malgrado il nostro amore avesse tutti i caratteri della passione. Io mi ero innamorata, ma in modo così distruttivo e totale da perdere l’identità. E quando mi sottrassero Lui persi anche il principio del mio amore, il che significa, virtualmente perdere la ragione di vita. La morte di Lui traduce in sintesi la morte dell’anima. Era il mio amore, la mia speranza di risurrezione medesima”.
La convivenza con Michele termina drammaticamente. Lui si ammala, lei ricade in profonda crisi e internata in manicomio a Taranto.
Un ricovero breve e traumatico, un’esperienza ancora più devastante delle precedenti. Viene quindi rispedita a Milano. Michele Pierri muore poco dopo, il 24 gennaio del 1988.

Un ulteriore breve ricovero: tanto breve quanto devastante.
Viene quindi rispedita a Milano. Michele Pierri muore poco dopo, il 24 gennaio del 1988.
Negli anni ’90 diventa una vera e propria macchina da combattimento: gli editori se la contendono.
Alda è l’emblema del talento oppresso e risorto dal buio, una sorta di araba fenice che risorge dalle proprie ceneri.
A partire dal 2000 con “L’anima innamorata” incomincia una produzione di poemi dal contenuto religioso.
In “Corpo D’Amore”  fonde erotismo, psiche e fede.
Si spegne il 1 novembre 2009 stroncata da un tumore osseo.

Chi è stata Alda?
Donna alla costante ricerca d’ amore, ma che allo stesso tempo ha amato con tutta se stessa.
“Lascio a te queste impronte sulla terra
tenere, dolci, che si possa dire
qui è passata una gemma o una tempesta
una donna che avida di dire,
disse cose notturne e delicate
una donna che non fu mai amata
Qui passò forse una furiosa bestia
avida sete che dette tempesta
alla terra, a ogni clima, al firmamento,
ma qui passò soltanto il mio tormento”.
(da, Vuoto d’amore)

Donna profondamente spaventata. Da chi o cosa? In “Delirio amoroso” confessa: “ Io ho paura. Ma cosa è la paura? È l’amore, è la poesia e tutto ciò che elimina e assorbe. La paura è tutto ciò che mi tiene prodigiosamente astratta alla vita. Quando dico “quello mi fa paura”, intendo dire che mi coarta di passione, e perché uso questo termine non lo so. È un modo come un altro per scambiare sensi e paura”.

Madre a cui una cartella clinica impedisce di vivere giorno dopo giorno, pelle contro pelle le sue bimbe; donna che verseggiando non smette di cantare loro il suo amore.
 “O figli miei
  sparsi come l’erba pulita,
  siamo stati quattro fiumi con cinque affluenti
  e un grande inno d’amore.
  Qualsiasi orso ci avrebbe depredato
  vedendoci colmi di miele.
  La nostra dolcezza
  è grande come la parola del dio puro
  che vede venir meno la terra
  di fronte al suo fulgore”

Voglio provare a  immaginarla così,  rinchiusa fra quattro mura, davanti a sé una macchina da scrivere  nell’atto di scandagliare le profondità dell’abisso, trionfando infine sul disordine della quotidianità.
Lei e il suo immancabile rossetto rosso in compagnia della sua sigaretta.

“Vado fumando questa sigaretta
 e il mio tempo, lo spazio e ogni riposo
 sento nell’ozio che non più mi affretta
 ma intanto brucio questo verde alloro
 e qualche forte mio pensiero audace
 che mi viene a trovare qual sirenetta”.

Lei e la sua lucida determinazione, quando alla morte di Giovanni Falcone punta il dito contro i suoi assassini.
“La mafia sbanda,
  la mafia scolora,
 la mafia scommette,
 la mafia giura che l’esistenza non esiste,
 che la cultura non c’è,
 che l’uomo non è amico dell’uomo.
 La mafia è il cavallo nero
 dell’apocalisse che porta in sella
 un relitto mortale
 la mafia accusa i suoi morti,
 La mafia li commemora
 con ciclopici funerali:
 così, è stato per te, Giovanni,
 trasportato a braccia da quelli che ti avevano ucciso”.

Fonti bibliografiche:  L’altra verità. Diario di una diversa
                                       Reato di vita
                                       Delirio Amoroso.