Varlam Tichonovič Šalamov, I Racconti di Kolima.

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“Il poeta stava morendo. Le mani gonfie con le dita bianche, esangui e le unghie sporche erano posate sul petto, senza guanti. Prima se le metteva sul petto nudo, ma ormai neanche lì c’era più calore. Gli avevano rubato i guanti in pieno giorno: rubavano sfrontatamente”.

Poeta, scrittore e giornalista sovietico.
Detenuto politico per molti anni, Šalamov nasce a Vologda nel 1907.
Iscrittosi all’università, partecipa attivamente alla vita culturale e politica della capitale.
Nel 1929 viene arrestato per aver pubblicato clandestinamente il Testamento di Lenin” ovvero, una lettera che quest’ultimo, sul finire dei suoi giorni, invia al XXXIII Congresso del partito. In tale documento l’uomo denuncia le pecche dei dirigenti di partito, raccomandandosi di destituire Stalin dal ruolo di segretario generale.
I delegati del Congresso (molti dei quali perdono la vita in seguito alle purghe stanliniane), optano per la non pubblicazione della lettera.
La punizione per il futuro scrittore corrisponde a cinque anni di lavori forzati per la diffusione della stessa.
Nel 1937 una nuova ondata di terrore si diffonde:  Šalamov  è nuovamente imprigionato, questa volta con l’accusa di  “Diffusione del falso chiamato testamento segreto”.
Pena da scontare: dieci anni di lager presso le miniere di Kolyma.
“I racconti i Kolyma” , capolavoro della letteratura del XX secolo è la testimonianza di questo interminabile lasso temporale.


Narrazione del limite varcato dalla crudeltà umana, amarezza e disperazione.
O sopravvivi o muori a Kolyma, vivere non è ammesso.
I detenuti si spengono a causa dell’insostenibile durezza dell’attività lavorativa, freddo, malnutrizione e maltrattamenti.
Uomini senza volto, senza passato, senza memoria.
Nelle profondità dell’inferno non esistono tempo e spazio per i sentimenti: amore, affetto, pietà, si annullano vicendevolmente e velocemente.
Quando l’uomo è un morto che cammina c’è posto solo per la rabbia, l’ultimo dei sentimenti umani.
L’indifferenza si spegne poco prima.
Kolyma sono abiti sudici, come l’animo del prevaricatore.
Soggetti nudi, completamente deprivati di tutto: massa muscolare, calore, amore.
Intorno a sé gelo, il gelo  dell’essere umano che perde il senso dell’umanità.
I concetti di secondi, minuti, ore si perdono: interminabili istanti che passano, scompaiono, inghiottiti da tutto ciò che si è tramutato in disumana abitudine.
Decide di suicidarsi, a Kolyma ,l’uomo: in tal modo, salva la propria integrità morale.
Spinto al limite della sofferenza psicofisica, l’essere umano si amputa volontariamente di parti del corpo.
“L’esperienza del fronte del soldato non può preparare l’essere umano allo spettacolo della morte nei lager”, così si legge tra le pagine del libro.
Circa queste strutture, Šalamov è chiaro  nell’affermare la loro posizione primaria nell’ambito della struttura del  regime stanliniano.
Essere scampato alla morte ed essere sopravvissuto al totalitarismo , lo portano ad analizzare le conseguenze di quest’ultimo : “ Nella corruzione della mente e del cuore, quando alla stragrande maggioranza della gente viene inculcata di giorno in giorno, in maniera sempre più convincente l’idea che, in realtà si può vivere senza carne, zucchero, vestiti, scarpe, ma anche senza onore, coscienza, amore, dovere. L’.uomo è completamente spogliato e quest’ultimo denudamento è terrificante”.
Una dittatura è  manipolazione,  controllo, imposizione forzata di un’ideologia,  di destra o di sinistra non ha importanza: è  illegittima presa di potere.
Violenza e soppressione adibiti a  strumento per veicolare e modificare il pensiero di una comunità.
Diritti umani calpestati, vite massacrate nel nome del delirio di onnipotenza incentrato in un’unica persona alla guida di un sistema malato.

Sopravvissuto all’esperienza del gulag, si spegne a Mosca il 17 gennaio 1982.

“Congiungersi all’immortalità non è cosa da poco, un ruolo che non risulta facile.
Trema la mano, ed è incerto il passo, trema la mano”.