«Il Futurismo è stato prima di tutto pensiero». Matteo Vanzan racconta “Futurism: Prophecy and Revolution”
A oltre un secolo dalla pubblicazione del Manifesto futurista, il Futurismo continua a interrogare il presente, alimentando riflessioni che vanno ben oltre l’ambito artistico.
In occasione di “Futurism: Prophecy and Revolution”, la mostra ospitata a Caorle, ho approfondito tali questioni con il curatore Matteo Vanzan.
Dalla centralità del pensiero futurista alla sua eredità nei linguaggi contemporanei, passando per il rapporto tra arte, innovazione e modernità, emerge il ritratto di un’avanguardia che continua a essere oggetto di studio.
Perché una mostra dedicata al Futurismo ?
Il Futurismo è stato relativamente poco approfondito negli anni passati e oggi si assiste a una maggiore attenzione nei confronti di questo movimento. Ho quindi ritenuto fosse il momento giusto per proporre un progetto espositivo dedicato a una delle più importanti avanguardie del Novecento. La recente mostra di Roma ha certamente contribuito a riaccendere l’interesse culturale attorno al Futurismo.

La mostra riunisce oltre sessanta opere tra dipinti, manifesti e pubblicazioni Entriamo nel merito del percorso espositivo?
Esistono molti modi per raccontare il Futurismo. Si può seguire una scansione cronologica, distinguere tra primo e secondo Futurismo oppure concentrarsi sulle diverse personalità artistiche. Per Caorle ho scelto invece una lettura tematica.
Il punto di partenza è una lettera autografa che Umberto Boccioni scrisse a Francesco Balilla Pratella il 17 agosto 1915. Da qui prende avvio il racconto di quello che i futuristi consideravano il grande teatro della modernità e del rinnovamento. Il percorso attraversa le radici divisioniste di Gaetano Previati, l’espressionismo e il simbolismo di Plinio Nomellini, fino ad arrivare alle sperimentazioni di Giacomo Balla, Umberto Boccioni e Luigi Russolo, per poi approfondire i numerosi ambiti della società che il Futurismo ha cercato di trasformare.
Proprio da quella lettera nasce il titolo della mostra. Che cosa l’ha colpita di questo documento?
Ho scelto il titolo Futurism: Prophecy and Revolution perché in quelle parole sembra quasi che Boccioni anticipi il proprio destino. Quando scrive di nuovi assalti che “speriamo arriveranno presto”, esprime una tensione verso il futuro che lui stesso non avrebbe avuto modo di vedere realizzata.
Anche gli scritti di Filippo Tommaso Marinetti rivelano una straordinaria capacità di immaginare il domani. Molte intuizioni che all’epoca apparivano visionarie si sono poi concretizzate nel corso del Novecento. Da qui l’idea della profezia, intesa come capacità di anticipare il cambiamento.

Il Futurismo non è stato soltanto un’avanguardia artistica, ma un fenomeno culturale che ha influenzato musica, editoria, moda e design. Quanto è importante restituire questa dimensione trasversale?
È fondamentale. Il Futurismo ha cercato di intervenire in ogni ambito della vita quotidiana. Pensiamo alla musica sperimentale di Luigi Russolo, alle innovazioni nell’editoria, alla moda, alla cucina. Molti elementi che oggi associamo al made in Italy trovano le proprie radici proprio in quelle esperienze.
I futuristi erano artisti poliedrici che volevano rinnovare non solo l’arte, ma anche i linguaggi e i comportamenti. Un esempio significativo è rappresentato nel secondo Futurismo dall’aeropittura, che introduce una prospettiva completamente nuova sul modo di osservare e rappresentare il mondo. Cioè, non solo salire su un aeroplano Caproni e farsi un volo, ma la possibilità che per la prima volta nella storia ha un artista di cambiare prospettiva, di non raccontare più il mondo a terra, ma in planata sulle città che diventano una sorta di geometria astratta in continuo movimento.
Da questa mostra, dunque, oltre ai temi legati al movimento e alla velocità, emerge anche il tema dell’innovazione.
Sì, perché i futuristi sono stati innovatori in ogni ambito. Il Futurismo non dovrebbe essere studiato soltanto attraverso i manuali scolastici, ma anche leggendo direttamente i testi e i manifesti scritti dai suoi protagonisti. Solo così si comprende come il Futurismo sia stato, prima di tutto, pensiero.
I futuristi hanno elaborato teorie, formulato visioni e interpretato i profondi cambiamenti della loro epoca. Anche la musica moderna deve molto alle intuizioni di Luigi Russolo e Francesco Balilla Pratella. Il punto centrale era la volontà di rompere definitivamente con il passato, perché era la società stessa a trasformarsi.
Russolo, ad esempio, riuscì a teorizzare l’Arte dei rumori proprio osservando il mutamento del paesaggio sonoro contemporaneo: non c’era più soltanto il canto dell’usignolo, ma anche il rombo dei motori, il passaggio dei tram, le sirene delle fabbriche. Il Futurismo nasce da questa capacità di leggere il presente e di guardare il futuro.

In sintesi, si può dire che il Futurismo abbia avuto un forte impatto sia sulla società dell’epoca sia su quella attuale?
Sulla società dell’epoca sì e no. Probabilmente la portata della sua rivoluzione è stata compresa pienamente solo nel tempo. Con il senno di poi, il mondo della cultura, gli storici dell’arte e gli studiosi ne hanno riconosciuto l’importanza, anche perché molte delle successive sperimentazioni artistiche e numerose innovazioni sul piano tecnico e linguistico hanno attinto proprio a quell’esperienza. È in questa prospettiva che oggi possiamo cogliere fino in fondo l’influenza che il Futurismo ha esercitato sulla cultura contemporanea.
Il Futurismo continua però a suscitare dibattiti che vanno oltre l’ambito artistico. C’è il rischio che il giudizio storico-politico finisca per oscurarne il valore culturale?
La cultura va studiata e compresa nel proprio contesto storico. L’arte è arte e il suo valore culturale non può essere cancellato o oscurato esclusivamente da considerazioni politiche maturate in epoche successive. Se adottassimo questo criterio, dovremmo rinunciare ad autori come Wagner perché apprezzato da Hitler, oppure mettere in discussione gran parte della produzione artistica del passato per le idee o le circostanze storiche che l’hanno accompagnata. Il Futurismo nasce come espressione del proprio tempo: ciò che vogliamo raccontare a Caorle non è la politica, ma il valore culturale e artistico di un movimento che ha rivoluzionato il linguaggio delle arti, influenzando pittura, scultura, letteratura, musica, grafica e persino il modo di concepire la modernità.

Secondo lei, qualche aspetto del Futurismo è ancora poco compreso?
Del Futurismo o si comprende tutto o non si comprende nulla e molto dipende dalla volontà di approfondire, studiare e capire ciò che questi artisti hanno realmente fatto, senza fermarsi ai consueti preconcetti che legano automaticamente arte e politica. Quando ci si lascia condizionare da questo tipo di barriere, si finisce per ostacolare il naturale fluire della cultura e, di conseguenza, la possibilità stessa di conoscere e comprendere. È proprio questo, a mio avviso, l’aspetto che ancora oggi sfugge a chi non vuole andare oltre una lettura superficiale del movimento. I numeri della mostra dimostrano però che una parte significativa del pubblico culturale è interessata al Futurismo, ne riconosce il valore e sente l’esigenza di approfondirlo.
Lei è uno storico dell’arte e da anni studia questo movimento. Esiste qualcosa del Futurismo che riesce a sorprenderla?
Dal punto di vista generale, dopo anni di studio, il Futurismo difficilmente riesce ancora a sorprendermi nelle sue linee fondamentali. Più che le opere, però, continuano a stupirmi i documenti. Molte delle opere presenti in mostra provengono dagli eredi degli artisti e questo mi ha dato l’opportunità di consultare corrispondenze, manoscritti e materiali poco conosciuti. Sfogliare lettere, appunti e pubblicazioni dell’epoca significa entrare in contatto con il lato più umano del movimento, scoprendo aspetti meno noti e comprendendo meglio la personalità dei suoi protagonisti. Sono spesso queste testimonianze dirette a rivelare dettagli, rapporti e sfumature che le opere, da sole, non possono raccontare. Ricordo ad esempio di aver letto una risposta di Fasullo al celebre slogan futurista “Vogliamo abolire la pastasciutta”. Un documento che oggi può far sorridere, ma che allo stesso tempo restituisce il clima culturale dell’epoca e persino l’ironia che caratterizzavano il movimento futurista.

Per concludere: cosa vorrebbe che il visitatore portasse con sé al termine della visita? Una conoscenza più approfondita del futurismo o un giudizio diverso sul rapporto arte, società e modernità?
Vorrei che comprendesse come il futurismo non appartenga soltanto al passato.
Il significato stesso del suo nome richiama uno sguardo costantemente rivolto al futuro.
Oggi viviamo immersi in trasformazioni tecnologiche che coinvolgono l’intelligenza artificiale, la realtà aumentata e le nuove forme dell’arte digitale. Molte delle intuizioni futuriste continuano a dialogare con questi cambiamenti.
Il Futurismo oggi è più vivo che mai. Più che una corrente conclusa, può essere interpretato come un atteggiamento mentale: i fautori di questo pensiero sono uomini che vivono pienamente il proprio tempo e, poiché il mondo è progresso, sperimentazione e ricerca, l’umanità è costantemente proiettata verso l’avvenire.
Per questo motivo ritengo che il Futurismo, in fondo, non morirà mai.
“Futurism: Prophecy and Revolution”.
5 giugno- 8 settembre 2026
Caorle , Centro Culturale A. Bafile
L’esposizione è visitabile tutti i giorni dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 18.30 alle 22.00.
L’ultimo ingresso è consentito trenta minuti prima della chiusura.
Mara Cozzoli