Claudio Forleo: “Colpire un amministratore locale significa colpire la democrazia”.
Le intimidazioni agli amministratori locali non colpiscono soltanto chi ricopre un incarico pubblico, ma rappresentano un attacco alla libertà di scelta delle comunità e al corretto funzionamento delle istituzioni democratiche.
Da sedici anni “Avviso Pubblico” monitora il fenomeno attraverso il rapporto “Amministratori sotto tiro”,, diventato un punto di riferimento per comprendere l’evoluzione delle minacce nei confronti di sindaci, assessori, consiglieri e dipendenti della pubblica amministrazione. Ne abbiamo parlato con Claudio Forleo, curatore del Rapporto e responsabile dell’Osservatorio Parlamentare di “Avviso Pubblico”, per approfondire i dati dell’ultima edizione del report, il radicamento delle mafie nei territori e le priorità per rafforzare la cultura della legalità.
Avviso Pubblico è una delle principali reti di enti locali impegnati nella promozione della cultura della legalità e nel contrasto alle mafie. Quali attività portate avanti quotidianamente a sostegno delle amministrazioni?
Noi ci poniamo come una rete di supporto agli enti locali e, attualmente, affianchiamo circa 630 realtà distribuite su tutto il territorio nazionale, tra comuni, regioni, città metropolitane e consorzi.
Offriamo sostegno in numerosi ambiti amministrativi.
Ad esempio, mettiamo a disposizione strumenti utili per predisporre delibere o regolamenti sul gioco d’azzardo, partendo da un database che raccoglie le sentenze della giustizia amministrativa.
Favoriamo inoltre il confronto tra amministrazioni: mettiamo in contatto, ad esempio, comuni che hanno già maturato esperienza nella gestione dei beni confiscati con altri che si trovano ad affrontare per la prima volta l’assegnazione di un bene e necessitano di indicazioni operative. Cerchiamo di costruire un legame stabile con queste realtà, non solo offrendo supporto, ma anche promuovendo la condivisione delle buone pratiche amministrative.
Organizziamo, inoltre, attività di formazione rivolte agli enti locali sui temi dell’anticorruzione, dell’antiriciclaggio, del gioco d’azzardo e, più in generale, su tutte quelle materie per le quali i comuni richiedono il nostro supporto. Negli ultimi tempi, ad esempio, è cresciuto molto l’interesse per la cybersicurezza. Infine, sviluppiamo iniziative di sensibilizzazione rivolte ai cittadini e agli studenti. Naturalmente, tutto dipende dal target, dalla tematica e anche dal territorio. Ci sono realtà che hanno preso coscienza della presenza mafiosa più recentemente rispetto ad altre e che, proprio per questo, necessitano di percorsi personalizzati.
“Amministratori sotto tiro” è un punto di riferimento per comprendere il fenomeno delle intimidazioni nei confronti degli amministratori locali. Come nasce questo rapporto e qual è il suo obiettivo?
Il rapporto nasce nel 2010 da un’intuizione di “Avviso Pubblico:” colmare un vuoto che, a nostro avviso, era inspiegabile. Osservavamo un numero sempre crescente di intimidazioni rivolte agli amministratori locali, sia del Sud sia del Nord Italia. Ci accorgevamo che il tema conquistava l’attenzione dei media solo quando venivano colpiti i sindaci delle grandi città, mentre gli episodi che coinvolgevano amministratori di piccoli comuni ricevevano, nella migliore delle ipotesi, qualche trafiletto sulla stampa locale. Abbiamo quindi iniziato un lavoro di censimento, raccogliendo non solo le notizie pubblicate dalla stampa locale, ma anche le interrogazioni parlamentari. Così facendo è emersa la punta di un iceberg. I numeri restituivano esclusivamente i fatti noti, cioè quelli denunciati o particolarmente eclatanti, come l’incendio di un’auto. La fotografia del Paese era estremamente preoccupante. In sedici anni abbiamo censito oltre 6.000 casi, con una media di quasi 400 episodi all’anno, praticamente uno al giorno. Si trattava di un fenomeno nazionale sommerso che, in questi sedici anni, siamo riusciti a portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni. Da quel lavoro sono poi nate una Commissione parlamentare d’inchiesta, una legge approvata nel 2017 per rafforzare le tutele degli amministratori locali minacciati, un Osservatorio presso il Viminale e, dal 2021, un fondo destinato sia al ristoro dei danni subiti dagli amministratori sia al finanziamento di attività di sensibilizzazione nei comuni colpiti, con particolare attenzione alle scuole.
Nel report scrivete che colpire un amministratore locale significa colpire la democrazia. Un concetto apparentemente semplice, ma che merita di essere approfondito. Quando un atto intimidatorio viene rivolto, ad esempio, a un sindaco, l’obiettivo è condizionarne le decisioni, indirizzando l’azione dell’amministrazione in una determinata direzione oppure inducendolo a fare un passo indietro rispetto a politiche particolarmente improntate alla legalità. In altri casi, invece, il tentativo è quello di avvicinarlo, con lo scopo di stringere accordi. L’intimidazione rappresenta quindi un avvertimento, uno strumento di pressione per costringere il sindaco a modificare il proprio operato. Ma quel sindaco, così come un assessore o un consigliere comunale, è stato eletto dai cittadini per attuare un preciso programma. Nel momento in cui qualcuno cerca di alterare quel percorso, non colpisce soltanto la persona, ma anche la volontà espressa dalla maggioranza degli elettori. È questo l’aspetto che vogliamo sottolineare: non viene colpito soltanto il singolo amministratore, né esclusivamente la sua famiglia. L’intimidazione è un attacco rivolto all’intera comunità, perché mira a sottrarre ai cittadini la libertà di vedere realizzato il programma per cui hanno espresso il proprio voto.
Passiamo ai dati: c’è stato un calo nel numero delle intimidazioni, ma un aumento dei comuni coinvolti. Come spiega questo dato e cosa ci dice sul fenomeno?
All’interno del fenomeno “Amministratori sotto tiro” esistono diverse dinamiche.
Una di queste riguarda i comuni colpiti in modo reiterato, sia nel corso dello stesso anno, sia nell’arco di più anni, un aspetto che monitoriamo puntualmente. Sebbene il numero complessivo degli atti intimidatori sia leggermente diminuito rispetto all’anno precedente, l’aumento dei comuni coinvolti indica che alcuni territori continuano a essere bersaglio di episodi ripetuti. Questo rappresenta un elemento di forte criticità. È vero che un’intimidazione può anche essere il gesto isolato di una persona che, anziché esprimere il proprio dissenso in modo civile, ricorre alla minaccia o all’aggressione. Tuttavia, quando gli episodi si ripetono nello stesso territorio, spesso ci troviamo di fronte a una strategia precisa, portata avanti da gruppi criminali o da più soggetti che intendono orientare le scelte dell’amministrazione. Questo accade soprattutto nelle regioni del Sud, ma non solo. Anche al Nord registriamo comuni colpiti ripetutamente da atti intimidatori. Le faccio un esempio risalente a qualche anno fa, ma particolarmente significativo. In un comune della provincia di Como di appena 1.000 abitanti, tra il 2009 e il 2016, gli amministratori furono vittime di una lunga serie di intimidazioni molto violente: incendi alle auto del sindaco di turno, protrattisi per diversi anni. La situazione arrivò a un punto tale che, alle successive elezioni amministrative, la notizia trovò spazio anche sulla stampa nazionale: diventò difficile trovare persone disposte a candidarsi a sindaco. E non stiamo parlando di un paese dell’Aspromonte o alle pendici del Vesuvio, ma di un piccolo comune della provincia di Como. Molto spesso gli atti intimidatori, soprattutto quando sono reiterati, precedono l’emersione di un’inchiesta giudiziaria. È accaduto, ad esempio, a Carmagnola, in provincia di Torino, dove un assessore subì due incendi dell’auto nell’arco di un anno. Successivamente è stato accertato che dietro quelle intimidazioni vi fosse una ‘ndrina presente sul territorio, che aveva preso di mira l’assessore perché si era rifiutato di scendere a determinati compromessi. Da quell’indagine nacque poi l’inchiesta Carminius, che portò a diversi arresti. Gli atti intimidatori sono spesso il sintomo di qualcosa che, a livello criminale, si sta muovendo su un determinato territorio.
Ne parlavamo poco fa: un’intimidazione ogni 28 ore circa. Quali sono le forme più frequenti e che differenza c’è tra intimidazione diretta e indiretta?
Nel 2025 Incendi di automobili, abitazioni , mezzi comunali ( come quelli destinati alla raccolta dei rifiuti ) ma anche di municipi e altre strutture pubbliche, sono stati la tipologia più diffusa. Lettere e i messaggi minatori, anche i social network rappresentano un terreno particolarmente insidioso, non solo per gli amministratori locali ma, più in generale, per tutti. Vengono spesso utilizzati per diffamare, una forma di intimidazione particolarmente subdola. Vi sono poi le aggressioni fisiche e le scritte intimidatorie sui muri delle città, spesso reiterate. Un caso emblematico è quello del sindaco di Cinisello Balsamo , bersaglio per anni di una vera e propria campagna denigratoria attraverso scritte offensive comparse ripetutamente sui muri della città. Vi sono poi episodi macabri, come il ritrovamento di animali morti o di loro resti davanti alle abitazioni o sulle automobili degli amministratori.
Come cambiano le modalità tra Nord e Sud?
Nel Sud prevalgono incendi e intimidazioni più eclatanti e violente. Nel Nord, invece, si tende a evitare azioni che possano suscitare un forte allarme sociale o attirare l’attenzione dei media, privilegiando lettere minatorie o l’invio di bossoli per posta. Questo, naturalmente, non significa che episodi più gravi non si verifichino anche al Nord: basti ricordare, ad esempio, l’incendio dell’auto di un assessore a Lissone.
Per quanto riguarda la distinzione tra intimidazioni dirette e indirette, le prime colpiscono direttamente la persona, cioè il sindaco, il consigliere, l’assessore o un dipendente della pubblica amministrazione in quanto titolare di una funzione pubblica. Le intimidazioni indirette, invece, prendono di mira strutture comunali, mezzi pubblici, collaboratori o familiari. In sostanza, si cerca di raggiungere l’amministratore attraverso le persone a lui vicine. È il caso di chi si rivolge al figlio di un sindaco dicendogli: “Di’ a tuo padre che deve cambiare atteggiamento.”
Quando l’intimidazione colpisce il primo cittadino, quanto incide sul lavoro dell’intera amministrazione comunale?
Le reazioni possono essere diverse. La prima cosa sulla quale abbiamo cercato di lavorare, anche dal punto di vista della comunicazione, è stata trasmettere un messaggio chiaro: chi subisce un’intimidazione non deve essere lasciato solo. Parlando con sindaci e amministratori che avevano subito minacce emergevano sempre gli stessi sentimenti: la paura per sé, il timore per i propri familiari e, soprattutto, un forte senso di solitudine. Terminata la fase dei comunicati di solidarietà, molti raccontavano di sentirsi isolati, talvolta perfino dalla propria comunità. Per questo abbiamo lavorato insieme alle istituzioni e alle prefetture. Al di là delle misure di tutela, come la sorveglianza o, nei casi più gravi, la scorta, strumenti indispensabili quando necessari, è fondamentale che le istituzioni manifestino pubblicamente la propria vicinanza a chi è stato minacciato. In molte realtà la cittadinanza ha risposto positivamente, organizzando presìdi davanti ai municipi, consigli comunali aperti e altre iniziative di solidarietà. Questa è la reazione che auspichiamo e che, fortunatamente, in molti casi si è verificata. È accaduto, però, che una lettera minatoria o altri atti intimidatori abbiano portato un sindaco o una sindaca a rassegnare le dimissioni. Fortunatamente, negli ultimi anni questi casi sono diminuiti, ma quando accade è una sconfitta per tutti, perché significa che l’intimidazione ha raggiunto il suo obiettivo. Naturalmente non è un giudizio nei confronti di chi decide di fare un passo indietro. Nessuno è tenuto a fare l’eroe. È una sconfitta del sistema, che non è riuscito a garantire la necessaria tutela a chi è stato colpito.
Presa nel suo complesso, quali sono le regioni e i comuni maggiormente colpiti?
In questi sedici anni abbiamo censito 1.736 comuni colpiti da atti intimidatori, poco più del 22% di tutti i comuni italiani. Va però fatta una premessa: nel nostro monitoraggio rientrano anche le aggressioni ai dipendenti della pubblica amministrazione. Pensiamo, ad esempio, al cittadino esasperato, in difficoltà economica o contrario alla realizzazione di un’antenna 5G, che reagisce aggredendo verbalmente o fisicamente un dipendente comunale, oppure a chi perde il controllo mentre è in fila per richiedere la carta d’identità.
Questo dimostra che il fenomeno non è riconducibile esclusivamente alla criminalità organizzata, ma riflette anche situazioni di forte disagio sociale presenti in alcuni territori, una sorta di “pentola a pressione” che, per motivi diversi, finisce per esplodere. Tra i comuni medio-piccoli particolarmente colpiti possiamo Monte Sant’Angelo, nel Foggiano. Quest’ultimo rappresenta un caso emblematico: dopo lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose si è insediata una nuova amministrazione che ha avviato una politica rigorosamente improntata alla legalità. Parliamo di un territorio estremamente delicato, soprattutto negli ultimi dieci-quindici anni. Proprio per questo motivo gli amministratori hanno subito una lunga serie di intimidazioni: lettere minatorie, minacce sui social, incendi di automobili e perfino il recapito di un teschio umano. Monte Sant’Angelo è un caso rappresentativo, ma esempi simili sono presenti in tutta Italia..
A livello regionale, le aree maggiormente colpite restano le quattro regioni del Sud in cui hanno avuto origine le mafie storiche: Sicilia, Calabria, Campania e Puglia. Complessivamente, circa due terzi degli episodi censiti in questi sedici anni si concentrano nel Mezzogiorno. Nel Nord Italia, invece, la regione più colpita è la Lombardia, seguita da Veneto ed Emilia-Romagna.
Qual è la situazione in Lombardia e quali sono gli aspetti che destano maggiore preoccupazione?
In Lombardia registriamo sia atti intimidatori riconducibili a singoli cittadini, per le motivazioni di cui parlavamo prima, sia episodi che presentano evidenti caratteristiche di matrice criminale.
La Lombardia è, senza dubbio, la regione del Nord maggiormente infiltrata, soprattutto dalla ‘ndrangheta. Le inchieste degli ultimi quindici anni hanno semplicemente confermato un fenomeno che affonda le proprie radici da oltre sessant’anni. Anche il processo Hydra sta facendo emergere ulteriori elementi circa la cosiddetta “mafiosità immanente”. Esistono situazioni che presentano segnali inequivocabili. Penso, ad esempio, a Buccinasco, dove il sindaco Rino Pruiti, durante il suo secondo mandato, è stato vittima di numerosi atti intimidatori, alcuni dei quali riconducibili alla locale di ‘ndrangheta legata alle famiglie Papalia e Barbaro. Un altro caso significativo è quello di Lonate Pozzolo, dove è stata accertata la presenza di un’altra locale di ‘ndrangheta. La sindaca, già durante la campagna elettorale, è stata minacciata e uno dei candidati consiglieri, tra i pochi imprenditori ad aver denunciato, ha subito pressioni e intimidazioni. Sono segnali disseminati sul territorio che indicano chiaramente una presenza criminale. Come dicevo, al Nord si tende a intimidire in maniera più silenziosa: si preferiscono lettere minatorie o tentativi di avvicinamento piuttosto che azioni eclatanti. Qualche anno fa abbiamo realizzato uno studio insieme ad ANCI Lombardia. In collaborazione con la Prefettura di Milano abbiamo inviato un questionario anonimo a tutti i sindaci dell’area metropolitana, chiedendo se avessero mai subito intimidazioni. Molti episodi, infatti, pur essendo denunciati alle forze dell’ordine o alla Procura, non vengono resi pubblici per esigenze investigative e quindi non sono conoscibili dall’esterno. Da quell’indagine emerse un sottobosco molto ampio di intimidazioni, dalle più gravi a quelle apparentemente minori: dal danneggiamento di un’automobile fino alla minaccia verbale ricevuta per strada. L’aspetto più allarmante fu però un altro: molti amministratori consideravano inutile denunciare. È proprio per questo che insistiamo sull’importanza della denuncia. Che la vicenda diventi pubblica o meno è un aspetto secondario. Ciò che conta è consentire alle forze dell’ordine e alla magistratura di valutare se, ad esempio, uno pneumatico squarciato sia un semplice atto vandalico oppure il primo segnale di un tentativo di intimidazione. Invitiamo sempre a denunciare anche gli episodi apparentemente marginali, perché molto spesso rappresentano l’anticamera di intimidazioni ben più gravi. Accade frequentemente che, dopo un attentato incendiario, un sindaco racconti: “In realtà avevo già ricevuto lettere minatorie o altri segnali, ma non li avevo denunciati”. Solo in quel momento emerge un quadro più ampio, che le forze dell’ordine avrebbero invece dovuto conoscere fin dall’inizio.
Prima parlava di infiltrazioni. Vivo in Brianza: secondo lei non è più corretto parlare di un radicamento della ‘ndrangheta piuttosto che di semplici infiltrazioni?
Sì, e credo che questo ragionamento valga non solo per la Brianza, ma per l’intera Lombardia e, più in generale, per buona parte del Nord Italia. Continuare a parlare esclusivamente di infiltrazioni rischia di ridimensionare un fenomeno che, invece, è ormai storicamente documentato. Il radicamento della ‘ndrangheta in Lombardia è attestato da decenni di indagini e confermato da numerose sentenze della Corte di Cassazione. Sostenere il contrario sarebbe difficilmente sostenibile. La Brianza, inoltre, è strettamente connessa all’area milanese. Volendo usare una battuta, è quasi una “Milano 2”. La Direzione Investigativa Antimafia ha censito una trentina di locali di ‘ndrangheta in Lombardia, distribuite tra Milano, Lecco, Como, Pavia e altre province. Ovunque vi siano risorse economiche, possibilità di investimento e occasioni di riciclare i proventi illeciti, le organizzazioni mafiose cercano di inserirsi nell’economia legale. Vale per Monza e Brianza, come per la Valle d’Aosta, dove alcuni anni fa è stato sciolto un comune per infiltrazioni mafiose. Per questo motivo ritengo che, parlando della Brianza, il termine “radicamento” sia oggi il più corretto.
I piccoli comuni continuano a essere più vulnerabili. Perché?
Innanzitutto perché l’Italia è un Paese composto prevalentemente da piccoli comuni. Su circa 8.000 comuni italiani, oltre 6.000 hanno meno di 5.000 abitanti. Da un punto di vista statistico è quindi naturale che una parte consistente del fenomeno si concentri proprio in queste realtà. Ma c’è anche un’altra ragione. I piccoli comuni sono più vulnerabili e lo dimostra anche il numero degli scioglimenti per infiltrazioni mafiose, che interessa soprattutto i centri di dimensioni ridotte. Se osserviamo le analisi della Direzione Investigativa Antimafia e la mappa della presenza delle locali di ‘ndrangheta, vediamo che, se è vero che le organizzazioni criminali operano nei grandi centri perché lì si concentrano il traffico di stupefacenti, il riciclaggio e le principali attività economiche, è altrettanto vero che tendono a insediarsi nei piccoli comuni. In Lombardia, ad esempio, è stato sciolto il Comune di Sedriano; in Piemonte, Leini e Rivarolo Canavese. Parliamo di realtà comprese tra i 10 e i 15 mila abitanti. La spiegazione che ci siamo dati è piuttosto semplice. In un piccolo comune è più facile costruire relazioni sia con la politica sia con l’imprenditoria locale. Inoltre, l’attenzione mediatica è inferiore e anche la presenza delle forze dell’ordine è inevitabilmente meno capillare rispetto ai grandi centri. C’è poi un altro elemento: è più facile mimetizzarsi. Le organizzazioni mafiose non si presentano più con gli stereotipi del passato, ma come imprenditori, professionisti o investitori perfettamente inseriti nel contesto economico e sociale. Per questo il piccolo comune rappresenta un luogo ideale in cui radicarsi. Naturalmente anche le grandi città esercitano una forte attrattiva, perché vi circolano maggiori risorse economiche e offrono più opportunità di acquistare immobili, attività commerciali e imprese da utilizzare per il riciclaggio dei capitali illeciti. Tuttavia, il piccolo comune garantisce una maggiore tranquillità e una minore esposizione all’attenzione mediatica e istituzionale.
Prestate molta attenzione anche a ciò che accade durante le campagne elettorali, un momento particolarmente delicato.
Sì. Grazie a oltre quindici anni di monitoraggio abbiamo potuto ricostruire un andamento storico molto preciso. Abbiamo osservato che, tra marzo e giugno, periodo in cui si svolge la maggior parte delle campagne elettorali, il numero delle intimidazioni aumenta sensibilmente. Ogni anno, infatti, tra mille e duemila comuni, e talvolta anche di più, vanno al voto per il rinnovo delle amministrazioni. Per questo definiamo la campagna elettorale il momento ideale per intimidire. Se l’obiettivo è condizionare il processo democratico, quello è il momento più favorevole. Se un candidato porta avanti un programma contrario agli interessi di un’organizzazione criminale, l’intimidazione può servire a costringerlo a fare un passo indietro. In altri casi, invece, viene utilizzata per avvicinare un candidato e cercare di instaurare un rapporto. Analizzando quindici anni di dati abbiamo inoltre verificato che diversi episodi intimidatori, inizialmente considerati isolati, sono stati successivamente richiamati nelle inchieste giudiziarie come primi tentativi di avvicinamento da parte di soggetti poi condannati o processati per associazione mafiosa, concorso esterno o altre forme di collusione. In altri casi hanno determinato il ritiro di candidati dalla competizione elettorale. Quando si intimidisce un candidato non si colpisce soltanto quella persona: si invia anche un messaggio agli elettori. Qui si collega il tema dei piccoli comuni. In una fase storica in cui vota mediamente circa la metà degli aventi diritto, l’intimidazione durante la campagna elettorale diventa ancora più pericolosa, soprattutto nei territori del Nord caratterizzati da una forte presenza mafiosa. In un comune di 5.000 abitanti gli elettori effettivi possono essere poco più di un migliaio. In un contesto simile, controllare anche solo un centinaio di voti può risultare determinante per l’elezione di un consigliere comunale. Significa avere una persona all’interno dell’amministrazione in grado di tutelare determinati interessi. Per questo chiediamo un’attenzione particolare sia durante le campagne elettorali sia nei comuni già sciolti per infiltrazioni mafiose. In questi contesti, infatti, il rischio è ancora maggiore. Dopo il commissariamento un comune torna al voto spesso in condizioni di dissesto o pre-dissesto finanziario, conseguenza di una gestione fortemente compromessa. I commissari riescono a risanare solo in parte la situazione, che viene poi ereditata dalla nuova amministrazione. Accade, inoltre, che lo scioglimento per mafia non venga percepito dalla cittadinanza come una misura di tutela dello Stato, ma come un marchio negativo imposto al territorio. Questo rende più difficile la collaborazione con le istituzioni. Per i clan estromessi dallo scioglimento, la campagna elettorale rappresenta quindi un’occasione per tentare di riposizionarsi dopo l’intervento dello Stato. È anche per questo che registriamo una significativa corrispondenza tra il numero degli atti intimidatori e i comuni che, nel corso degli anni, sono stati sciolti una o più volte per infiltrazioni mafiose.
Per concludere, secondo lei cosa occorre fare? Quali sono oggi le priorità per contrastare questo fenomeno?
Prima ancora di parlare di nuove leggi, bisogna ricordare che l’Italia dispone già di una normativa tra le più avanzate d’Europa. La vera sfida è sviluppare una cultura della legalità fondata su un principio molto semplice: la legalità conviene. Non è soltanto una scelta etica o morale, ma una scelta di convenienza per l’intera collettività. Quando le organizzazioni criminali riescono a mettere radici in un territorio, anche senza ricorrere alla violenza, producono comunque danni enormi. Faccio spesso un esempio quando incontro gli studenti nelle scuole. Se si parla di riciclaggio, fatture false o reati economici, è facile perdere la loro attenzione. Allora chiedo quanti abbiano un genitore o un parente che gestisce un bar o un ristorante. A quel punto immagino insieme a loro una situazione concreta: accanto al ristorante della loro famiglia apre un altro locale, apparentemente normale, ma in realtà controllato da un’organizzazione mafiosa attraverso un prestanome. Quel ristorante può permettersi di non pagare contributi, abbassare artificialmente i prezzi e praticare una concorrenza sleale, perché il suo vero obiettivo non è fare utili, ma riciclare denaro. Il risultato è che l’attività onesta rischia di chiudere. Questo significa meno posti di lavoro, meno ricchezza che rimane sul territorio e meno opportunità per i giovani, che magari avrebbero voluto proseguire l’attività di famiglia. Cerco sempre di riportare questi temi nella quotidianità delle persone, perché è così che si comprende davvero il problema. Come Avviso Pubblico riteniamo fondamentale far capire che, anche se oggi le mafie sparano meno rispetto al passato, continuano a produrre effetti devastanti. Quando si parla di traffico di droga, ad esempio, il problema non è soltanto il pusher che spaccia nel parco. Dietro quel singolo episodio c’è un sistema criminale miliardario che utilizza quei proventi per acquistare ristoranti, immobili, aziende e attività economiche. Quei capitali non sono denaro come gli altri.
Sono risorse che drenano ricchezza dal territorio e finiscono per impoverirlo.
Quando quel territorio non è più conveniente, le organizzazioni criminali si spostano altrove, lasciando dietro di sé soltanto macerie economiche e sociali. È su questo che dobbiamo lavorare con maggiore forza. È ancora molto diffusa l’idea che, siccome non siamo più negli anni delle stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il problema sia meno grave. Per fortuna oggi non assistiamo più a quel livello di violenza, ma le mafie hanno semplicemente cambiato strategia. Le loro azioni sono diventate più silenziose e più subdole. Gli effetti, però, sono sotto gli occhi di tutti: diffusione degli stupefacenti, impoverimento dei territori, minori servizi, economia alterata. È proprio questo il collegamento che dobbiamo riuscire a far comprendere. Troppo spesso, quando si parla della mancanza di servizi, del degrado di un territorio o delle difficoltà economiche di una comunità, non si coglie il legame con la corruzione, lo sperpero di denaro pubblico e gli interessi della criminalità organizzata. È lì che bisogna continuare a lavorare, con pazienza e determinazione, scavando nella pietra.
Mara Cozzoli