Sara Arnaù racconta Pàthos: un dialogo tra segno, gesto e percezione.
In occasione di “Pàthos”, mostra personale di Sara Arnaù, ospitata dal 16 al 23 luglio 2026 presso lo spazio espositivo Punto Arte di via Bergamo, a Monza, proponiamo un approfondimento dedicato alla giovane artista. L’esposizione, promossa da Associazione culturale “InfinityArt” con il patrocinio del Comune di Monza, invita il visitatore a esplorare il rapporto tra percezione, memoria ed esperienza emotiva.
In questa intervista Sara Arnaù ripercorre i temi che caratterizzano la sua ricerca.
Il concetto di Pàthos è il filo conduttore della mostra. Come si traduce nel tuo linguaggio artistico?
Il termine Pàthos, che dà il titolo alla mostra, è una parola molto potente e ricca di rimandi culturali, antropologici e psicologici. È un concetto che esprime una condizione di intensa partecipazione emotiva, viscerale, per cui tutte le emozioni e i sentimenti sono espressi con grande profondità e passionalità. Descrive ampiamente il modo coinvolgente con cui lavoro.
Nelle opere su carta mi accingo al lavoro come se al loro interno ci fossero dei piccoli segreti da custodire, da accudire, da far crescere e tutto avviene davanti al mio viso ad un distanza molto ridotta da potermi letteralmente sentire dentro quei colori e dentro le scene che creo. È un lavoro intimo, fatto di prossimità e ascolto. Tutto avviene da molto vicino. Le opere di grande formato, invece, richiedono una relazione completamente diversa. Lavorando in orizzontale, è il gesto ampio e immersivo che permea e costruisce la scena a infonderle una forte carica emotiva. Il rapporto è molto fisico, diretto, col materiale e le mani, attraverso il movimento delle dita, fungono da trasmettitori di questa infusione di energia al dipinto, con tutte le tensioni e le intenzioni. I movimenti vengono registrati sulla tela con tutta la loro carica interna, strato dopo strato.
Il segno è uno degli elementi centrali della tua ricerca. Che ruolo assume nel tuo processo creativo?
Nel mio lavoro il segno è l’elemento fondante e primario da cui tutto inizia e prende significato. È anche il tracciato del mio corpo in movimento che si sedimenta attimo dopo attimo sulla tela o sul foglio. Direi che è la fonte attraverso cui io accedo alla mia pratica artistica, ancor prima dell’atto di pensare.
Nelle tue opere ricorrono concetti come margine, doppio, negativo e invisibile. Da dove nasce questa attenzione verso ciò che non si manifesta immediatamente?
Nasce dalla mia attenzione e osservazione per il mancante, per ciò che manca, o per ciò che resta, di una determinata presenza.Nasce dalla mia curiosità verso ciò che viene tracciato e generato tra il momento prima dell’azione e subito dopo, quando quella traccia resta l’unica certezza di un’avvenuta separazione da qualcos’altro, come testimonianza di qualcosa che è stato ma non è più. Il mio sguardo si orienta naturalmente verso il negativo, il vuoto, il margine, verso tutto ciò che esiste in relazione al proprio simile-opposto. Sono profondamente attratta da quelle forme temporali-visive che vengono definite tracce indicali. È li che per me si concentra una particolare intensità percettiva ed emotiva: segni che non rappresentano semplicemente qualcosa, ma ne attestano l’avvenuto passaggio, e l’attuale assenza.
Il gesto, nelle tue opere, non sembra essere soltanto un atto esecutivo, ma una forma di pensiero. Quanto è importante nel tuo modo di fare arte?
Il gesto è il primo atto di pensiero. È attraverso il corpo che, muovendosi e seguendo l’intuito, il pensiero prende forma e trova le proprie risposte e le deposita attimo dopo attimo sulla superficie, un segno dopo l’altro. Credo che questa risulti la modalità più autentica di vivere con presenza il fare artistico. Diventa una sinergia di intenti, di direzioni, di intensità, di significati che traspare nelle tracce lasciate sulla superficie che conservano la memoria del processo tanto quanto quella dell’immagine finale.

Il corpo, pur non essendo sempre rappresentato in modo esplicito, sembra essere una presenza costante nelle tue opere. Che ruolo assume all’interno della tua ricerca?
Il corpo assume il ruolo di trasportatore di messaggi e di sentimenti. È il tramite attraverso cui esprimere condizioni psicologiche, traumi, respiri, sensazioni. Scandisce il tempo e lo spazio. Scandisce la temperatura emotiva di un determinato lavoro. Nelle opere su carta è proprio il corpo, nella sua piena complessità e moltitudine di pose raffigurate, a generare quel senso di tensione interna e quell’atmosfera carica di emozione. La narrazione si fonde con la materia pittorica e il colore, in un processo di continua stratificazione. Quel che viene nascosto e ricoperto dagli strati di colore, emerge in seguito in sottili linee di contorno che restituiscono quel che rimane di quella storia. Le linee di contorno allora si fanno portatrici di quelle tracce psichiche della memoria e, allo stesso tempo, della perdita. Uniche testimoni della presenza ancora non del tutto scomparsa.
Il colore compare con misura nelle tue opere, ma assume un ruolo significativo. Come dialoga con il segno all’interno della tua ricerca?
Nella mia ricerca, molte volte, è proprio il segno stesso ad avere una propria cromaticità interna. Forma e colore, per così dire, si fondono per concentrarsi sul movimento, sul ritmo, sullo spazio. Il colore non interviene per descrivere o decorare, ma contribuisce attivamente all’energia percettiva dell’immagine.
Ti sei formata all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Quali insegnamenti hanno inciso maggiormente sul tuo percorso artistico e quali, invece, hai sentito la necessità di superare?
L’Accademia mi ha trasmesso soprattutto il valore della dedizione costante e quotidiana alla pittura che considero fondamentale e necessario affinché il mio lavoro possa crescere, evolversi e prendere una sua propria attitudine e direzione. Più che sentire il bisogno di superare determinati insegnamenti, ho avvertito la necessità di renderli miei, filtrandoli attraverso la mia sensibilità. Credo che ogni percorso formativo offra strumenti utili e validi, ma che a un certo punto sia indispensabile prendere le distanze dai modelli acquisiti per costruire un linguaggio autentico e personale.
“Pàthos” è la tua prima mostra personale. In cosa si distingue dalle esperienze espositive collettive che hai affrontato finora?
Sicuramente si distingue per il maggiore potere decisionale che una mostra personale comporta, rispetto a una collettiva, dove le scelte sono condivise tra più partecipanti. Con Pàthos ho potuto mettere in pratica tutto ciò che ho imparato nel tempo, osservando le esposizioni di altri artisti e facendo tesoro delle esperienze maturate nelle precedenti mostre collettive. Il risultato è un percorso espositivo che riflette pienamente la mia personalità e il mio modo di intendere l’arte e la sua fruizione.
Per concludere: cosa vorresti che il visitatore portasse con sé dopo aver vissuto “Pàthos” ?
Vorrei che il visitatore entrasse in questo spazio concedendosi il permesso di fare esperienza di qualcosa che non ha il bisogno di voler essere subito capita, assorbita, digerita. Vorrei piuttosto che egli si concedesse il tempo di sostare in quella finestra temporale sospesa in cui semplicemente si resta con ciò che si prova in quel momento, senza la necessità di comprendere, capire, decifrare. Semplicemente l’opera chiede di prendersi quel tempo e quello spazio per assorbire le sensazioni, contemplare e soffermare lo sguardo. È un esercizio sulla lentezza e sull’inefficienza dell’immediata comprensione.
È un modo per abitare quel sottile senso di disagio che si prova a stare sulla soglia della logica.

Mara Cozzoli