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19 luglio 1992:“Il caso mi portò in Via D’Amelio“. Intervista a Giovanni Taormina, giornalista.

Tremante e carica di emozioni è la voce di Giovanni Taormina mentre mi racconta quel tragico 19 luglio 1992, del caso che lo condusse nei pressi di Via D’Amelio nel momento in cui un’esplosione spezzò la vita di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta.
Il nastro della pellicola si riavvolge e insieme ripercorriamo quegli istanti, interminabili.

19 luglio del 1992.  Il destino volle che lei si trovasse vicinissimo a Via D’Amelio, torniamo a quel giorno.

Era una domenica e tornavo dal mare, stavo riportando a casa una mia amica.
Mentre parcheggiavo la macchina ci fu l’esplosione che, per altro, causò danni al suo palazzo, la feci salire per controllare cosa fosse accaduto e io mi recai, immediatamente, verso dove vedevo alzarsi il fumo.
Contemporaneamente, giunto in Via D’Amelio, intravidi la sagoma del giudice Ayala accorrere dalla direzione opposta alla mia.
Ai miei occhi, in quel momento, comparve un’immagine di guerra: fumo, macchine incendiate… i soccorsi non erano ancora arrivati, sembrava una zona appena bombardata.
Ho capito immediatamente che si trattava di Paolo Borsellino, perché ho visto le auto blindate e  lì viveva sua madre.
Sono scene difficili da dimenticare, in seguito iniziarono a giungere i primi aiuti.
Noi non ci siamo avvicinati per paura che ci fossero altre esplosioni, infine, la zona con il sopraggiungere di vigili del fuoco e polizia, venne cinturata.
I titoli di giornali di quei giorni, forse, furono azzeccati: Palermo come Beirut.
Un palazzo distrutto, vetri in frantumi, veicoli distrutti, cumuli di qualcosa che non si capiva se fossero persone o pezzi di auto fumanti.

Prima di proseguire le chiedo di raccontarmi Palermo dopo il 23 maggio.

Palermo era una città sgomenta perché una cosa è pensare che un magistrato possa, realmente, morire, un’altra è vederlo nelle modalità vissute il 23 maggio: un’autostrada distrutta, saltata in aria.
Il 19 luglio, nonostante Paolo Borsellino avesse partecipato  alle tante manifestazioni che c’erano state, sembrava di essere tornati al 23 maggio con conseguenze ancora più gravi.
Ricordo ancora un’assemblea organizzata dagli studenti nel quale fu invitato lo stesso Borsellino che arrivò in ritardo.. fu il suo ultimo intervento…

Quale fu il suo primo pensiero dopo essere giunto sul posto?

Pensai: E adesso? Avevano trasformato quella zona in un campo di battaglia, un atto così violento e distruttivo poteva costare la vita a tante altre persone e non solo a Paolo Borsellino e alla sua scorta.
All’interno del palazzo, infatti, molti rimasero feriti, altri dovettero abbandonare le case e stare un anno in altri appartamenti con traumi e relativi problemi psichici e fisici.
Adesso cosa succederà? Questo fu il mio unico pensiero.
Palermo veniva da due fatti diversi tra loro: l’omicidio di Salvo Lima  e la strage di Capaci.
Con la strage di Capaci, la città iniziò a svegliarsi, ma con Via D’Amelio si iniziò a prendere coscienza, primi tra tutti i giovani.
Non c’era più la scritta, temporanea, trovata dopo l’omicidio del generale Dalla Chiesa “Qui muore la speranza dei palermitani onesti” , perché i palermitani onesti presero coscienza e scesero in piazza.
Quindi, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio questa consapevolezza si era sempre più rafforzata.

Quando ebbe la cognizione di quanto accaduto, cosa provò? La prima emozione..

Ho provato rabbia, tanta rabbia… c’era anche la rabbia per i morti che hanno preceduto questa strage, tante persone che amavano il proprio lavoro.
Poi, piano piano iniziarono ad uscire i nomi degli uomini della scorta… altra rabbia, perché la prima donna ad essere ammessa ad un servizio scorta è stata anche la prima a morire in servizio: Emanuela Loi, una ragazza giovane che sarebbe potuta rientrare a casa per sposarsi ma preferì restare al lavoro e partire all’ultimo, sappiamo che non ebbe il tempo di farlo.
Rabbia, rabbia, soprattutto rabbia.. avevano trasformato Palermo in Beirut, le immagini che vidi in quei giorni, erano le stesse che si vedevano durante la guerra in Libano.

Secondo lei, era possibile prevedere questa strage?

Sì, sapevano tutti che sarebbe accaduto.

Perché nessuno fece niente per impedirlo?

Sta alla magistratura scoprirlo. 
Adesso sappiamo che ci sono stati degli esecutori ma chi c’era dietro alle due stragi non lo sappiamo.
Non sappiamo chi stava dietro a Cosa Nostra, a chi questo faceva comodo. Sicuramente, erano persone di altro livello.
Dopo trentuno anni non si conosce la verità vera.  
Se la zona in cui viveva la mamma di Borsellino era pericolosa, essendo strada senza uscita, perché non era prevista neanche la zona rimozione? Tutti sapevano che Borsellino sarebbe stato il prossimo obiettivo.
Qualche settimana prima fu chiamato, di corsa, al carcere dell’Ucciardone perché un recluso, uno che era stato arrestato per mafia, voleva parlargli e gli confessò che era lui quello che doveva ammazzarlo, ma non ebbe il coraggio e si fece arrestare.
Lo sapevano anche le pietre.
Perché non è stato protetto? Perché non è stato chiamato a Caltanissetta per essere interrogato?
Un giorno, forse, lo sapremo, magari ci vorranno altri trent’anni.

Sempre che lo sapremo mai..

A volte il tempo è galantuomo. Alcune cose si sapranno.

In questa circostanza specifica, il suo dover rimanere inerme, non poter agire, come l’ha fatta sentire? Cosa avrebbe voluto fare se avesse seguito l’istinto?

L’istinto su una strage del genere dice poco. Cosa avrei voluto fare? Avrei voluto urlare, avrei voluto che sempre più gente si schierasse dalla parte del giusto e non della convenienza, che la gente smettesse di essere una cosa. 
Questo avrei voluto.
Le due stragi, ma non solo esse, anche l’uccisione di Salvo Lima, fecero sì che la nuova generazione si schierasse al fianco della legalità, malgrado a Palermo ci fossero stati altri omicidi eccellenti.
Questi tre fatti segnarono la svolta.
Cosa Nostra si levò di torno tre persone che reputava un pericolo, però fece un brutto investimento in quanto da quelle stragi nacque quella consapevolezza che fino ad allora era celata.

Una consapevolezza che lei aveva…

Io avevo, tanti altri avevano e altri no.
Qualcuno non denunciava il pizzo o nessuno vedeva e sapeva, ma le cose succedevano.

Da cosa nasce la non consapevolezza?

Dalla convenienza. Quando lo Stato è assente, qualcun altro fa le veci dello Stato e Cosa Nostra era l’altro Stato.
Lo Stato, all’ora, era molto lento e Cosa Nostra, nonché l’Anti-Stato era molto più veloce.
Libero Grassi, l’imprenditore che denunciò il pizzo, venne ammazzato: un omicidio che costituì un esempio per gli altri imprenditori.
Dati i segnali, si faceva finta di non vedere, non ci si schierava.

Fino a che punto l’avvertimento può costituire una scusante rispetto alla scelta di non agire?  È giustificabile?

No, non è mai giustificabile. C’è da dire che ognuno ha le sue priorità,  le sue paure, c’è il tirare a campare.
Ci si domandava: perché devo mettermi nei guai?
Condanno chi non si schiera perché significa che decidi di voltarti dall’altra parte.
È come se vedessi per strada un individuo che sta picchiando una persona e ti giri dall’altra parte, fatti che accadono tutt’ora accompagnati, scandalosamente, da coloro che girano  video o scattano foto senza intervenire.

Queste escalation di violenze, compresa quella a cui lei ha assistito personalmente, quanto  e in che modo hanno condizionato la sua vita?


Non lo so, so solo che dovevo decidere da che parte stare e persistere su questa strada, con questa scelta, senza tentennare ma soprattutto senza ripensamenti, perché se ami il tuo Paese o il posto in cui vivi devi fare di tutto per migliorarlo.

In quella Palermo, perse molte persone care?

Sì, tante, troppe… amici e conoscenti.

Prima di lasciarci le chiedo: Cosa possiamo rispondere al comune cittadino quando afferma che lo Stato ruba e, conseguentemente, si sente legittimato a comportarsi come vuole.
Questo mi ricorda quella mentalità mafiosa del “Lo Stato è cattivo e io, dunque, mi pongo come Anti-Stato”. 
Quanto non abbiamo compreso di ciò che Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri hanno cercato di insegnarci?

Le parole hanno sempre un significato. Cos’è lo Stato? Chi è lo Stato? Lo Stato siamo noi, quindi se dico che lo Stato è ladro, significa che io sono ladro.
Lo erano anche Falcone, Borsellino i poliziotti e i carabinieri che non si sono tirati indietro?
Quando il commerciante non ti da lo scontrino o la ricevuta, li chiedi. Le tasse che non paga lui le paghi tu.
Questo è.
Allora, le cose si possono cambiare se ognuno fa la sua parte.
Quando dici a una persona di non buttare la carta per strada e ti risponde :“La buttano tutti, perché devo essere io a non buttarla? “. Intanto, comincia tu e altri ti seguiranno.
Se tutti facessero la loro parte in tutto, nel lavoro, nella vita sociale e in comune andrebbe tutto meglio.
Lo Stato siamo noi, e questo è un modo per cambiare, l’altro è andando a votare.
Tu non puoi dire che lo Stato è ladro e poi non vai a votare, così facendo ti poni dalla parte sbagliata.
Se in questo Stato ognuno facesse la sua parte non sarebbero necessari eroi.

Rubrica Mafie: ieri, oggi e domani

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