Sonia Casubolo racconta “Scissioni”
In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, Associazione Culturale InfinityArt ha presentato “Scissioni”, mostra personale di Sonia Casubolo.
Un percorso in bianco e nero dove volti, mani, posture e frammentazioni del segno diventano il linguaggio di una tensione interiore che appartiene, in forme diverse, a ciascuno di noi.
Tra emozioni difficili da riconoscere, tensioni che cerchiamo di controllare, fragilità che spesso impariamo a nascondere e il corpo che, qualche volta racconta, quanto le parole non riescono a dire.
È qui che nasce “Scissioni”.
Attraverso carboncino e grafite, l’artista porta sulla carta figure essenziali, volti attraversati dall’inquietudine, mani che comprimono il volto, corpi che si torcono e sguardi rivolti verso l’interno.
Abbiamo incontrato Sonia Casubolo per parlare di questa sua ricerca.
Partiamo dal titolo: perché “Scissioni”? che cosa rappresenta per te questa parola?
Il concetto generale della mostra si basa sulla presentazione e sull’approfondimento di temi e aspetti legati alla sfera emotiva e psicologica umana: stati e sfaccettature dell’essere, invisibili a uno sguardo superficiale, ma che più di ogni altra cosa ci caratterizzano e ci determinano. Si tratta di dimensioni numerose, estremamente profonde e complesse, presenti in ognuno di noi, come tanti frammenti che ci compongono.
È proprio da questa idea che nasce il termine che dà il titolo alla mostra e che, in un certo senso, racchiude tutto: “Scissioni”.
La mostra nasce in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale. Quanto questo tema è legato alla tua ricerca artistica e che cosa significa per te affrontarlo attraverso l’arte?
È estremamente legato alla mia ricerca artistica, per me l’arte nutre e cura ciò che abbiamo dentro, deve restituire e suscitare emozioni che vanno al di là della sola bellezza estetica che un’ opera può avere, ed è questo che voglio che l’osservatore trovi di fronte alle mie opere,. Il mio obiettivo è fare in modo che l’osservatore possa diventare un ascoltatore, quindi non solo che apprezzi visivamente quello che vede, ma che ne resti anche colpito, che riesca a sentire autenticamente quello che volevo trattare e trasmettere attraverso l’opera. È quello che ricerco sempre, riuscire a dare un’ anima ad un opera Ritengo, inoltre, che l’ arte parli di noi e poterlo affrontare per mezzo dla forma di linguaggio più attentica che io conosca, oltre ad essere un onore per me significa omaggiarlo, e dargli volto, con il rispetto di cui necessita.

Nelle tue opere il corpo sembra diventare il luogo in cui prende forma una tensione interiore. Perché hai scelto proprio il corpo come strumento di racconto?
Esatto, perché trovo che il corpo sia lo strumento di racconto più diretto, attraverso il quale tutto può prendere forma.
La sfera psicologica ed emotiva, è vero, non ha una forma, ma risiede nel nostro corpo e possiamo vederla e riconoscerla attraverso di esso, assume quasi il ruolo di tramite.
Pensiamo, per esempio, alle emozioni: non possiamo vederle fisicamente, ma possiamo riconoscerle attraverso il corpo e il modo in cui le manifesta.
Utilizzare il corpo come strumento di racconto trovo sia, quindi, il modo più diretto e impattante per trasmetterle allo spettatore, che ha così la possibilità di riconoscerle, sentirle e reinterpretarle in base alla propria esperienza e al proprio vissuto, per poi potersi confrontare con esse.
Le mani che comprimono il volto, le torsioni, gli sguardi rivolti verso l’interno: quanto è importante il gesto nella tua ricerca? Che cosa può raccontare un corpo senza bisogno delle parole?
I gesti sono fondamentali per dare dinamicità e identità ai soggetti. Il movimento e le pose del corpo conferiscono al soggetto l’espressività di cui necessita per raccontare ed esprimere emozioni, stati d’animo e, addirittura, anticipare pensieri.
È per questo che esistono opere d’arte che non utilizzano parole, così come esistono tante discipline e forme d’arte che non si esprimono verbalmente. Pensiamo, ad esempio, alla fotografia o alla danza: mondi molto diversi tra loro, ma che non utilizzano parole per raccontarsi. Sono proprio tutte quelle caratteristiche che ho elencato prima a renderli così speciali.Un’opera può parlare ed essere sentita dall’osservatore anche senza l’utilizzo delle parole.
Parli di un equilibrio emotivo che si incrina. Qual è, secondo te, il momento in cui una persona si accorge che qualcosa dentro di sé sta cambiando?
Dipende, trovo sia una cosa molto personale, ma sicuramente è qualcosa che accomuna tutti.
Spesso, ancora prima di esserne pienamente e razionalmente consapevoli, ci accorgiamo che una stessa cosa, a un certo punto, non ci trasmette più le stesse sensazioni di prima. E questo non perché sia cambiata, ma piuttosto perché qualcosa dentro di noi è cambiato, anche se non riusciamo ancora a spiegarcelo.
Uno dei temi che attraversano “Scissioni” appare essere il rapporto tra controllo e vulnerabilità. Che relazione c’è, nella tua ricerca, tra queste due dimensioni?
È un equilibrio molto delicato e sottile, quasi una lotta tra due dimensioni, in cui ciascuna vorrebbe trovare spazio ed emergere a discapito dell’altra. All’interno di “Scission”i, il controllo e la vulnerabilità affrontano un rapporto conflittuale, dando vita a una dualità. In alcune opere emerge maggiormente il controllo, in altre la vulnerabilità. In realtà, sono più numerose quelle in cui emerge quest’ultima, quindi, alla fine, sembra essere proprio la vulnerabilità a prevalere. Tuttavia, l’aspetto che mi interessa maggiormente è proprio questo alternarsi tra le due dimensioni. Mi piace interpretarlo come un racconto del conflitto con noi stessi, in cui una dimensione cerca di sovrastare l’altra. Per l’essere umano, accettare il concetto di coesistenza tra vulnerabilità e controllo è molto complesso: è difficile riuscire a essere controllati e vulnerabili allo stesso tempo, e spesso si finisce per lasciare che una delle due dimensioni abbia la meglio sull’altra. È proprio su questo che si basa il conflitto tra le due.

Il bianco e nero è una scelta molto forte. Che cosa ti permette di raccontare attraverso il carboncino e la grafite che forse non riusciresti a esprimere attraverso il colore?
Sì, è proprio il forte contrasto che crea il bianco e nero ad affascinarmi. È una tecnica molto essenzialista, visivamente estremamente impattante e poco dispersiva.
Indipendentemente da ciò che viene rappresentato, il vero soggetto diventa l’insieme delle emozioni e delle sensazioni che desidero far emergere, mentre l’estetica molto cupa contribuisce a evidenziarne il significato.
Il chiaroscuro costruisce i corpi, ne evidenzia i volumi e le tensioni muscolari. Quanto è importante per te la fisicità nella rappresentazione di una realtà interiore?
È anch’essa fondamentale, perché è il mezzo attraverso il quale comunico la realtà interiore.
La fisicità, i volumi e le tensioni muscolari sono aspetti che emergono attraverso l’ utilizzo di un intenso chiaroscuro, mi servo di tali aspetti per rappresentare le realtà interiori di quei corpi.
Il corpo diventa il testimone di ciò che viene vissuto e provato all’ interno raccontandolo attraverso se stesso.
Il chiaroscuro invece ne conferice l’ intensità neccessaria, per colpire e comunicare all’ osservare.
Trasformando così volumi, movimenti, pose e dettagli puramente fisici, nello specchio che permette di riflettere esteriormente tensioni, turbamenti e stati emotivi interiori.
In alcune opere il segno si frammenta e interrompe la compostezza del disegno. Che cosa rappresenta per te questa frattura?
Queste interruzioni o fratture del segno nascono da gesti molto veloci, dinamici ed istintivi, che possono rappresentare discontinuità, impulsività, cedimento, perdita del controllo o anche vulnerabilità a seconda del contesto e dal tipo di opera
La frammentazione del segno richiama la perdita di controllo e la difficoltà di contenere ciò che emerge dall’esperienza umana. È anche questo uno degli aspetti che ti interessava indagare attraverso la mostra?
Sì, esattamente. Come anticipato prima, il segno richiama anche la perdita di controllo e la difficoltà di contenere ciò che emerge dall’esperienza umana.
È assolutamente uno degli aspetti principali che mi interessava indagare attraverso le opere che compongono questa mostra. La fragilità, la vulnerabilità e la perdita di controllo sono forse le dimensioni più presenti in Scissioni, proprio perché rappresentano aspetti profondi della nostra esperienza interiore.
Attraverso la frammentazione del segno, cerco di dare forma a ciò che spesso fatichiamo a controllare o a trattenere, a quelle sensazioni e a quegli stati interiori che possono emergere in modo improvviso, istintivo e talvolta persino incontrollabile.
La discontinuità del tratto diventa così un mezzo espressivo capace di tradurre visivamente una condizione interiore, rendendo percepibile quella tensione tra il tentativo di mantenere il controllo e ciò che, invece, tende a sfuggirci.
È proprio la possibilità di indagare e rendere visibili tali meccanismi attraverso il linguaggio artistico che mi interessa: dare una forma a ciò che spesso rimane invisibile, ma che contribuisce profondamente a definirci.
Quanto c’è di autobiografico, se c’è, nelle figure di “Scissioni”? e quanto invece appartiene a un’esperienza più universale?
Alcune opere appartengono a esperienze più universali, meno specifiche o personali, mentre la maggior parte nasce da esperienze che hanno suscitato in me emozioni affini e profondamente sentite.
Credo che la componente autobiografica sia inevitabile, perché indagare la sfera emotiva e psicologica significa, in parte, confrontarsi anche con il proprio vissuto. Le esperienze personali rappresentano spesso un punto di partenza, attraverso il quale cerco di dare forma a determinate emozioni e stati interiori.
Allo stesso tempo, ciò che mi interessa è riuscire a trasformare queste esperienze in qualcosa che possa andare oltre la dimensione individuale, permettendo anche all’osservatore di riconoscersi in ciò che vede e di ritrovare, attraverso le opere, emozioni e sensazioni legate al proprio vissuto.

C’è un’opera della mostra alla quale sei particolarmente legata? Se sì, cosa racconta di te o del tuo percorso?
Difficile scegliere, non ce n’è una sola nello specifico, ma dovendo scegliere dico sicuramente le opere più recenti
Che comprendono quelle di questi ultimi due anni nel quale ho lavorato per lo più a carboncino, tra queste sicuramente ” Eterno Istante” e “La forza di continuare a combattere”.
Perché rientrano in una serie di produzioni che indagano una ricerca di me stessa più profonda, nel quale sento di stare iniziando a trovare la mia identità artistica ad oggi più autentica.
Che cosa vorresti che accadesse nello spettatore davanti alle tue opere? Quale sensazione, domanda o riflessione ti piacerebbe portasse con sé?
Vorrei che l’osservatore, di fronte alle mie opere, potesse rimanere colpito e incuriosito, che queste riuscissero a catturare la sua attenzione e a suscitare in lui un sincero interesse. Ma, soprattutto, mi piacerebbe che potesse emozionarsi e sentirsi compreso.
Vorrei che l’opera non si fermasse a ciò che appare visivamente, ma riuscisse a suscitare qualcosa di più profondo, portando l’osservatore a riconoscere emozioni e sensazioni che magari ha già provato, ma che non sempre è riuscito a comprendere o esprimere. Mi piacerebbe che, attraverso le opere, potesse trovare qualcosa di sé, sentirsi in qualche modo rappresentato e riconoscersi in ciò che vede, anche senza bisogno di parole.
Credo che sia proprio questa la forza dell’arte: riuscire a creare una connessione autentica con chi osserva, lasciando qualcosa che vada oltre la semplice esperienza visiva.
“Scissioni” parla di fragilità, ma anche della possibilità di guardarla. Che cosa significa per te accettare la propria parte fragile?
Per me, oggi, accettare le proprie fragilità significa accettarsi completamente e imparare ad amarsi interamente per ciò che si è, fragilità comprese, in quanto parti di noi che meritano comunque di esistere e di essere viste.
Credo che, spesso, si tenda a nascondere o a combattere le proprie fragilità, come se fossero qualcosa da correggere o da cui difendersi, quando in realtà fanno parte di ciò che siamo e contribuiscono a definirci. Accettarle significa anche imparare a riconoscerle senza giudicarle, concedendosi la possibilità di essere vulnerabili senza sentirsi per questo meno forti.
Per me, è un percorso di consapevolezza e accettazione, che ci permette di entrare in maggiore contatto con noi stessi e di imparare a guardarci nella nostra interezza, senza escludere quelle parti che spesso facciamo più fatica ad accogliere.
Se dovessi lasciare al visitatore una sola chiave di lettura per entrare nel mondo di “Scissioni”, quale sarebbe?
Onestamente, non apprezzo l’idea di imporre all’osservatore una sola e specifica chiave di lettura. Per quanto i temi di fondo affrontati all’interno di “Scissioni” siano chiari, mi piace pensare che ognuno possa interpretare le opere a modo proprio, con la propria sensibilità, adattandole al proprio vissuto e riconoscendovi qualcosa di personale.
Chiarito questo aspetto, se dovessi comunque lasciare al visitatore una chiave di lettura per entrare nel mondo di “Scissioni”, direi che è proprio la propria chiave emotiva. Gli suggerirei di avvicinarsi alle opere in modo autentico, fidandosi di ciò che sente e di ciò che l’opera gli trasmette, per entrare in sintonia con essa e vivere personalmente quello che è il significato e lo scopo della mostra.
Ovvero, entrare profondamente in contatto con sé stessi, mettendosi autenticamente a nudo e confrontandosi con le parti più fragili e vulnerabili di sé, quelle che spesso si tende a nascondere. Riconoscerle e accettarle senza timore, comprendendo che sono parti di noi che meritano di esistere e di essere viste.
“Scissioni,” mostra personale di Sonia Casubolo, 8 – 16 ottobre 2026.
Visitabile tutti i giorni dalle 10 alle 19 presso gli spazi di ChiAmaMilano via Laghetto 2
Promossa da Associazione Culturale InfinityArt, l’iniziativa, patrocinata dal Municipio 1 del comune di Milano rientra nel circuito eventi Milano4Mentalhealth.
Il vernissage svoltosi il giorno 8 ottobre ha visto l’intervento di MIcheal Morelli, psicologo e psicoterapeuta.
Mara Cozzoli