Luca Colombo: “Ascoltare il corpo per comprendere meglio il concetto di salute”.
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ToggleNell suo primo libro “Il linguaggio delle cellule”, Luca Colombo, laureato in scienze olistiche, naturopata di lunga esperienza, presidente e socio fondatore dell’Associazione Italiana di Medicina Informativa (AIMIN), affronta il tema della riprogrammazione cellulare e dell’epigenetica, approfondendo gli studi e le ricerche condotte dal professor Pier Mario Biava, al quale è legato anche da un rapporto di amicizia.
Attraverso un percorso che intreccia esperienze personali, riflessioni scientifiche e una visione integrata della salute, l’autore invita a riscoprire la complessità dell’organismo umano e il valore dell’ascolto nella prevenzione e nella cura.
Leggendo il suo libro emerge, sul piano personale, quanto il suo interesse per la medicina integrata sia legato anche alla malattia che colpì suo padre. Quanto questa esperienza ha cambiato il suo modo di guardare alla salute, all’esistenza umana e alla medicina?
La malattia che colpì mio padre oltre vent’anni fa ha certamente influenzato profondamente il mio percorso, tanto personale quanto professionale. In realtà, però, il cambiamento era iniziato molto prima, quando, stanco di convivere con invalidanti attacchi di emicrania, decisi di intraprendere un percorso terapeutico differente, modificando radicalmente anche il mio stile di vita.
L’incontro con il dottor Emilian Dobrea segnò una svolta importante. Non soltanto si prese cura della mia salute, ma mi incoraggiò a intraprendere un percorso di studi in Naturopatia che, alcuni anni più tardi, mi avrebbe portato a cambiare completamente vita.
Il tumore al pancreas che colpì mio padre non gli lasciò scampo. Quell’esperienza rappresentò una prova durissima per tutta la famiglia, ma divenne anche una straordinaria, seppur dolorosa, scuola di vita. Fu allora che iniziai ad approfondire il Metodo Di Bella e, soprattutto, avvertii il bisogno sempre più profondo di trovare risposte a interrogativi che, fino a quel momento, nessun libro e nessun medico erano riusciti a chiarire pienamente.
Oggi, dopo questo cammino, chi è Luca Colombo?
Non si finisce mai di imparare. A distanza di tanti anni mi considero una persona più consapevole e, per certi versi, più libera. Ho imparato a riconoscere la fragilità dell’esistenza e a comprendere quanto sia prezioso il tempo che ciascuno di noi ha a disposizione. Un tempo che dovremmo dedicare maggiormente alla qualità delle nostre relazioni, agli affetti familiari e ai rapporti umani. La vita, pur con tutte le sue difficoltà, rimane una straordinaria opportunità da cogliere e valorizzare.
Nel 2008 incontra il professor Pier Mario Biava. Che cosa l’ha colpita del suo lavoro e quale nuova prospettiva le ha aperto? Con la morte di mio padre iniziò un periodo di profondo smarrimento interiore. Mi resi progressivamente conto di quanto ci si possa sentire soli di fronte alla vita quando viene a mancare un punto di riferimento così importante. È un’esperienza che molti attraversano, seppure in modi differenti. E penso a quanto questo senso di smarrimento possa diventare ancora più profondo quando si perdono entrambi i genitori. Conclusa nel 2004 la mia esperienza professionale in ambito finanziario, nel 2005 aprii la mia Naturisteria, un nome che avevo scelto proprio per distinguere quell’attività dalle tradizionali erboristerie. Qualche anno più tardi, durante un convegno, incontrai Pier Mario Biava, medico e ricercatore che da tempo si occupava dei processi di differenziazione cellulare e del loro possibile ruolo nella comprensione dei tumori. Ascoltando la sua relazione, ebbi la sensazione di trovare finalmente alcune delle risposte che cercavo da anni. Fu una vera folgorazione intellettuale. Ancora oggi, quando ripenso alle sue intuizioni e alle prospettive aperte dalle sue ricerche, provo lo stesso entusiasmo di allora.
In particolare, Pier Mario Biava sembrò rispondere a un interrogativo che lei si poneva da tempo.
Mi chiedevo perché non si potesse guardare al cancro anche da una prospettiva differente, cercando di comprendere se fosse possibile intervenire sui meccanismi che regolano il comportamento e l’identità delle cellule tumorali. Le ricerche di Biava mi offrirono una chiave di lettura nuova. Il concetto di tumor reversion, ossia la possibilità che determinate cellule tumorali possano modificare il proprio comportamento e acquisire caratteristiche meno maligne, rappresenta un ambito di ricerca scientifica particolarmente interessante.
Ad ora sappiamo che il destino cellulare non è necessariamente immutabile e che specifici segnali molecolari possono influenzare i processi di differenziazione e l’espressione genica. Ma il percorso scientifico di Biava non si è fermato alla dimensione sperimentale.
Le sue ricerche hanno infatti contribuito allo sviluppo di specifiche formulazioni nutraceutiche, già impiegate nell’uomo e oggetto di studi e osservazioni cliniche. Si tratta di un passaggio significativo, perché consente di affiancare alla ricerca di laboratorio l’osservazione degli effetti biologici e clinici associati al loro utilizzo. Naturalmente, la valutazione di questi risultati deve tenere conto della qualità degli studi disponibili e della necessità di ulteriori conferme, soprattutto quando si considerano possibili applicazioni in ambito oncologico o neurodegenerativo. Ritengo tuttavia che questa prospettiva meriti grande attenzione, anche per le possibili implicazioni future nella medicina rigenerativa e nello studio delle patologie neurodegenerative.
In termini semplici, che cosa ha cercato di comprendere Biava attraverso i suoi studi?
Biava ha concentrato una parte importante delle sue ricerche sui segnali molecolari presenti durante le prime fasi dello sviluppo embrionale, quando le cellule attraversano processi estremamente complessi di proliferazione, differenziazione e organizzazione. L’ipotesi alla base di questi studi è che alcuni fattori coinvolti nello sviluppo possano influenzare anche il comportamento di cellule alterate, favorendo, in determinate condizioni sperimentali, processi di differenziazione o di apoptosi, ossia la morte cellulare programmata. La domanda che ne deriva è affascinante: possiamo utilizzare le conoscenze acquisite su questi meccanismi per comprendere meglio la biologia tumorale e individuare nuove strategie terapeutiche? Biava ha cercato di dare una risposta a questo interrogativo attraverso un percorso che, partendo dalla ricerca sui modelli biologici, è arrivato anche allo sviluppo di preparazioni nutraceutiche destinate all’impiego umano. È proprio questa continuità tra ricerca fondamentale e possibili applicazioni alla salute che considero uno degli aspetti più interessanti del suo lavoro.
Una parte importante del suo libro riguarda i fattori di riprogrammazione cellulare, studiati anche attraverso lo zebrafish, un piccolo pesce ampiamente utilizzato nei laboratori di ricerca.
Lo zebrafish è un organismo modello particolarmente interessante perché condivide con l’essere umano numerosi geni e meccanismi biologici fondamentali. Durante le prime fasi del suo sviluppo embrionale vengono espressi fattori molecolari che partecipano alla regolazione della crescita e della differenziazione cellulare. Le ricerche di Biava hanno preso in esame preparazioni ottenute da embrioni di zebrafish, studiandone gli effetti su differenti modelli cellulari. Alcuni risultati sperimentali hanno suggerito la possibilità di influenzare specifici processi biologici, compresi quelli legati alla differenziazione e alla proliferazione cellulare. Un aspetto che ritengo particolarmente importante è che queste ricerche hanno avuto anche uno sviluppo applicativo concreto. Il professor Biava ha infatti contribuito alla messa a punto di integratori alimentari contenenti specifiche preparazioni derivate dallo zebrafish, il cui impiego è stato accompagnato da studi e osservazioni sull’uomo. Questo significa che non ci troviamo soltanto di fronte a risultati ottenuti su colture cellulari, ma anche a un’esperienza applicativa che merita di essere approfondita e valutata scientificamente. Le osservazioni cliniche disponibili costituiscono un elemento di interesse, pur dovendo essere distinte dalle prove necessarie per dimostrare l’efficacia terapeutica di un prodotto nei confronti di una specifica patologia. La sfida è comprendere quali componenti siano effettivamente responsabili degli effetti osservati, attraverso quali meccanismi agiscano e quale ruolo possano eventualmente assumere, sulla base di evidenze cliniche sempre più solide, nell’ambito di strategie integrate di prevenzione e di supporto alla salute.
Come spiega nel suo libro, i nostri geni non determinano completamente il nostro destino.
Ciò significa che anche lo stile di vita può influenzare il modo in cui funzionano?
Esattamente. È uno degli aspetti più affascinanti dell’epigenetica. Il nostro patrimonio genetico rappresenta una componente fondamentale della nostra identità biologica, ma l’attività dei geni è regolata da meccanismi complessi, influenzati anche dall’ambiente e da numerosi fattori esterni. Per molto tempo le regioni del DNA che non codificano direttamente per le proteine sono state considerate di scarso interesse. Oggi sappiamo invece che una parte importante di queste sequenze svolge funzioni regolatorie essenziali. Soltanto una piccola percentuale del genoma umano, circa l’1,5%, codifica direttamente per le proteine. Questo non significa, naturalmente, che tutto il restante DNA abbia una funzione già conosciuta, ma dimostra quanto sia complessa la regolazione dell’espressione genica. Anche l’alimentazione, l’attività fisica, il sonno, l’esposizione a determinati fattori ambientali e le condizioni di stress possono influenzare, attraverso differenti meccanismi, il funzionamento del nostro organismo. È una prospettiva che ci invita a considerare la salute come il risultato di una continua interazione tra patrimonio genetico, ambiente e comportamenti individuali. Quando alcuni meccanismi di comunicazione e regolazione si alterano, possono svilupparsi condizioni patologiche. Nel cancro, ad esempio, le cellule possono acquisire alterazioni che modificano la loro risposta ai segnali di crescita, differenziazione e morte programmata, arrivando anche a eludere alcuni meccanismi di controllo immunitario. È come se una parte del sistema perdesse progressivamente la capacità di riconoscere e rispettare le regole che ne garantiscono il funzionamento complessivo. Studiare questi processi significa cercare di comprendere non soltanto come si sviluppa una malattia, ma anche se e come sia possibile intervenire sui meccanismi che la sostengono. Ed è qui che la ricerca epigenetica apre prospettive di grande interesse.
Un trauma emotivo non adeguatamente elaborato può contribuire ad alterare questo equilibrio?
Penso che possa avere un ruolo, anche se è importante distinguere gli effetti dello stress sull’organismo dalle cause specifiche delle singole malattie. Un trauma rappresenta spesso la rottura di un equilibrio personale, emotivo e relazionale. L’economia ci insegna che gli equilibri non sono mai definitivamente acquisiti, ma cambiano continuamente in funzione delle condizioni che li determinano. Qualcosa di simile accade anche nella nostra vita. Di fronte a un lutto, a una perdita affettiva o a un’esperienza particolarmente dolorosa, siamo chiamati a costruire un nuovo equilibrio. La sofferenza emotiva può avere ripercussioni concrete sul sonno, sul sistema neuroendocrino, sulla risposta allo stress e, più in generale, sul nostro benessere fisico. Questo non significa che un trauma provochi necessariamente una determinata patologia, ma che la dimensione psicologica e quella biologica sono profondamente interconnesse. La psiconeuroendocrinoimmunologia, o PNEI, studia proprio le interazioni tra sistema nervoso, sistema endocrino e sistema immunitario. Credo che non dovremmo mai dimenticare questa complessità, perché comprendere l’essere umano significa riconoscere anche il valore della sua dimensione emotiva e relazionale.
Il suo volume invita a considerare il corpo non come una semplice macchina, ma come un sistema complesso da comprendere e ascoltare. Che cosa significa, concretamente, imparare ad ascoltare il proprio corpo nella vita quotidiana?
Significa innanzitutto prestare attenzione ai segnali che il nostro organismo ci invia, senza ignorarli o considerarli semplicemente fastidi da eliminare. Una cefalea ricorrente, una gastrite, un disturbo intestinale o una stanchezza persistente possono rappresentare manifestazioni di condizioni molto diverse, che meritano di essere comprese e, quando necessario, approfondite dal punto di vista medico. In alcuni casi, accanto alle cause organiche, possono intervenire anche fattori legati allo stress, alle abitudini di vita o a situazioni emotive particolarmente impegnative. Ascoltare il corpo non significa attribuire automaticamente un’origine psicologica ai sintomi, ma imparare a osservare noi stessi nella nostra interezza. Significa riconoscere i nostri limiti, rispettare i tempi del riposo, curare l’alimentazione, coltivare relazioni sane e chiedere aiuto quando ne abbiamo bisogno. Il diritto alla salute è fondamentale, ma credo che debba accompagnarsi anche a una maggiore consapevolezza e responsabilità verso noi stessi, senza dimenticare il ruolo essenziale della prevenzione e dell’assistenza sanitaria.
Nel libro descrive, inoltre, le cellule come elementi capaci di comunicare tra loro attraverso segnali specifici.
Che cosa può accadere quando questa comunicazione diventa disfunzionale?
In termini semplici, è come se le cellule smettessero di parlare la stessa lingua. Il nostro organismo è un sistema straordinariamente complesso, nel quale miliardi di cellule comunicano continuamente attraverso segnali chimici, molecolari ed elettrici. Questa comunicazione consente ai tessuti e agli organi di coordinare le proprie funzioni, mantenendo quell’equilibrio dinamico indispensabile alla vita.
Quanto contano, a questo punto, l’ascolto, la relazione con il medico e l’attenzione alla dimensione umana della cura?
Contano moltissimo. La cura non è soltanto una prescrizione farmacologica o un intervento terapeutico. È anche capacità di ascoltare chi soffre, di comprenderne le paure e di accompagnarlo nella ricerca di risposte. Il rapporto tra medico e paziente rappresenta una componente fondamentale dell’assistenza sanitaria. La medicina dispone oggi di strumenti diagnostici e terapeutici straordinari, ma nessuna innovazione tecnologica dovrebbe farci dimenticare il valore della relazione umana. Un bravo medico non è soltanto un professionista preparato. È una persona capace di mettere le proprie competenze al servizio degli altri, con sensibilità, passione e, talvolta, anche con grande spirito di sacrificio. Ci sono professioni che non possono essere considerate semplicemente mestieri. Per molti rappresentano autentiche missioni di vita.
Per concludere, quale messaggio vorrebbe lasciare ai lettori con “Il linguaggio delle cellule”?
Con questo libro ho voluto raccontare una storia che intreccia il mio percorso personale con gli studi, le intuizioni e le ricerche di Pier Mario Biava. Ho conosciuto un medico profondamente appassionato al proprio lavoro, animato dal desiderio di comprendere alcuni dei meccanismi più complessi della vita e di contribuire, attraverso la ricerca, al progresso della medicina. Per me scrivere questo libro ha significato anche ritrovare una parte importante di me stesso, ripercorrendo esperienze e incontri che hanno segnato profondamente la mia esistenza. Ho cercato di affrontare argomenti complessi con un linguaggio accessibile, affinché anche chi non possiede una formazione scientifica specifica possa avvicinarsi a queste tematiche con curiosità e spirito critico. Se c’è un messaggio che desidero lasciare, è proprio questo: non smettere mai di interrogarsi, di cercare, di approfondire e, soprattutto, di riconoscere il valore straordinario della vita. Perché comprendere il linguaggio delle cellule significa, in fondo, cercare di comprendere un po’ meglio anche noi stessi.
Ai miei lettori, l’ardua sentenza!
Mara Cozzoli