“Oltre la forma”: l’arte come spazio di trasformazione. Intervista a Erika Berra
In un tempo in cui le fragilità sembrano moltiplicarsi, l’arte può diventare uno spazio di ascolto e scoperta.
Non solo, dunque, qualcosa da guardare, ma un luogo da vivere e attraversare, dove le emozioni trovano forma e, a volte, la superano.
Dal 16 al 24 aprile 2026, negli spazi di CHiAMaMilano in Via Laghetto 2, Erika Berra porta il pubblico “Oltre la forma”, con una mostra personale curata da Mara e Stefano Cozzoli per InfinityArt.
Un percorso che intreccia astrattismo e dimensione terapeutica, restituendo al colore il ruolo di voce emotiva.
Abbiamo incontrato l’artista per lasciarci guidare nel suo mondo e capire cosa significa, davvero, abitare l’arte.
Oltre la forma”: cosa c’è, per te, al di là di quest’ultima?
Oltre la forma c’è l’esperienza. La forma è il punto di arrivo visibile, ma ciò che mi interessa è tutto quello che accade prima: il movimento, l’esitazione, la sovrapposizione.
L’astrattismo per me, non è allontanarsi dal reale, è togliere il superfluo per entrarci piu a fondo. Come quando chiudi gli occhi e senti meglio.

Il tuo lavoro si muove nell’astrattismo, ma non appare come una fuga dalla realtà, al contrario un modo diverso per entrarci.
Nelle tue opere il gesto ha una presenza molto forte. Quanto conta l’impulso nel tuo processo creativo?
L’impulso è l’inizio di tutto. Non parto mai da un’idea definita, parto da un gesto: una traccia veloce, un colore gettato. È‘ il corpo che decide prima della testa. Poi, certo, subentra la riflessione, ma se manca quell’impulso iniziale il lavoro resta freddo.

Dopo che l’impulso si deposita sulla tela, entra in gioco anche la stratificazione: livelli, memoria, trasformazione. Che rapporto hai con ciò che resta sotto?
Ho un grande rispetto per ciò che resta sotto. Non copro mai del tutto. Mi piace che si intraveda la storia del quadro, gli errori, i pentimenti. Sono strati di tempo, come cicatrici. La trasformazione avviene proprio li: nel dialogo tra ciò che era e ciò che sta diventando.

Al termine del percorso espositivo giungi alla “ricomposizione”. È un punto di equilibrio o qualcosa che continua a muoversi?
È un equilibrio instabile. La ricomposizione non è una conclusione, è una tregua. Guardo l’opera e sento che, per ora, può stare così. Ma so che potrebbe continuare a muoversi, dentro chi la guarda. E questo mi piace: che non sia mai davvero ferma.

Nelle tue opere il colore possiede una dimensione emotiva molto intensa. Che rapporto c’è, per te, tra arte e arteterapia? Entriamo nel merito del concetto di arteterapia. La pratichi con pazienti oncologici.
Per me arte e arteterapia non sono separate. Il colore è linguaggio prima di essere estetica: è uno stato d’animo che prende corpo. Nel lavoro con i pazienti oncologici ho visto come un segno, anche il più semplice, possa allegerire un peso, dare nome a qualcosa che non ha parole. Non si tratta di “fare un bel quadro”, ma di attraversare un’emozione e trasformarla. Ed è esattamente quello che cerco di fare anche nella mia ricerca personale..

Cosa accade quando un’emozione diventa segno o colore?
Accade una liberazione. L’emozione, quando resta dentro, pesa. Quando diventa un segno, esce, prende spazio, respira. E cambia forma: la rabbia poà diventare un rosso vivo e poi, strato dopo strato, trasformarsi in qualcosa di più morbido. Il colore la traduce, la rende visibile e quindi affrontabile.

C’è qualcosa che ancora fai fatica a portare “oltre la forma”?
Sì. Il silenzio. Ci sono emozioni così profonde che resistono al segno, che non vogliono essere dette. E forse è giusto così. Lavorare ?oltre la forma? Significa anche accettare che non tutto debba essere mostrato, che qualcosa possa restare sospeso.

Se dovessi lasciare al visitatore una sola chiave per entrare nella mostra, quale sarebbe?
Il tempo. Non guardate le opere di fretta. Fermatevi, fate qualche passo indietro, poi avvicinatevi. Lasciate che il colore vi raggiunga prima del pensiero. La chiave è rallentare.

Infine, possiamo affermare che “Oltre la forma” costituisce un percorso nel quale il colore diventa linguaggio e l’opera un luogo di incontro, aperto e personale?
Si lo è. Vorrei che ogni opera fosse un luogo, non un oggetto. Un luogo dove ognuno può entrre con il proprio vissuto e trovare qualcosa di suo. Il colore parla una lingua che non ha bisogno di traduzioni, e in questo senso l’opera diventa incontro.

“Oltre la forma”
Mostra personale di Erika Berra
Ente organizzatore: Associazione culturale InfinityArt
A cura di Mara e Stefano Cozzoli
Vernissage: giovedì 16 aprile ore 18:30. Durante il vernissage è prevista la presentazione del volume di opere realizzate dai pazienti oncologici, allievi del corso di arteterapia dell’artista, in cura nei reparti di diversi ospedali di Monza, Milano, Bergamo e Roma.
Orari visita: Tutti i giorni dalle 10:00 alle 19:00, sabato e domenica esclusi
Luogo: CHiAMaMilano, Via Laghetto 2, Milano
Info e contatti mara.cozzoli@infinityart.cloud
Mara Cozzoli