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L’Io intessuto: il paesaggio interiore di Cristina Sirizzotti

| Mara Cozzoli |

In alcune opere non è lo sguardo a entrare nel quadro. È il contrario: è l’immagine che, lentamente, entra dentro di noi.
Nel lavoro “L’Io intessuto” di Cristina Sirizzotti, la scena si apre come un paesaggio sospeso tra sogno e inquietudine, dove cielo e acqua sembrano appartenere alla stessa dimensione emotiva.

La luce lattiginosa di una luna piena attraversa un cielo torbido, mentre una mongolfiera, fragile e quasi organica, tenta di salire. La promessa della leggerezza è lì, visibile, ma qualcosa la trattiene. Fili sottili scendono verso il basso, intrecciandosi come un reticolo invisibile. Non sono semplici corde: sembrano piuttosto i legami interiori che tengono l’individuo ancorato alla propria storia.

Sotto la superficie dell’acqua, la scena cambia registro. Mani emergono dal buio liquido, tese verso l’alto. Non è chiaro se stiano cercando di afferrare qualcosa o se, più semplicemente, stiano chiedendo aiuto. In questo gesto sospeso si condensa una tensione profondamente umana: quella tra il desiderio di risalire e la fatica di farlo.

L’acqua, qui, assume il ruolo simbolico dell’inconscio. Una figura femminile è immersa in questo spazio interiore, come se abitasse quella dimensione sommersa che spesso sfugge al controllo razionale. Poco distante, un’altra donna sembra piegarsi su sé stessa, quasi a cercare il proprio riflesso: un gesto intimo che suggerisce una ricerca identitaria, la necessità di riconoscersi tra le stratificazioni della propria interiorità.

Tra le increspature dell’acqua affiorano anche degli occhi. Non sono semplicemente elementi fantastici: ricordano piuttosto pesci che emergono dal fondo, simboli di uno sguardo che nasce dal profondo. È l’idea che l’osservazione più autentica, quella capace di rivelare qualcosa di noi, provenga proprio dalle zone meno illuminate della psiche.

Sul fondo, appena percepibile, una figura incappucciata osserva la scena. Non interviene, non si muove. Rimane lì, silenziosa, come una presenza archetipica. Potrebbe essere la coscienza, oppure la parte più oscura dell’Io che contempla il conflitto senza scioglierlo.

L’opera costruisce così un equilibrio sottile tra evasione e vincolo. La mongolfiera suggerisce la possibilità di un altrove, di una fuga verso la leggerezza, ma i fili ricordano che ogni tentativo di liberazione passa inevitabilmente attraverso ciò che ci trattiene.

Realizzata con vernici su tela, attraverso l’uso di pennello e rulli, l’opera di Cristina Sirizzotti (dimensioni circa 50 × 70 cm) si muove nel territorio del simbolo e dell’immaginazione, ma il suo nucleo resta profondamente psicologico.
“L’Io intessuto” sembra suggerire che la nostra identità non sia una struttura lineare, ma un tessuto complesso di tensioni, memorie e desideri.

E forse è proprio lì, in quella trama invisibile, che prende forma il vero mutare dell’essere umano.

Mara Cozzoli

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