Il colore come esperienza nel percorso pittorico di Cristina Cleri
Nel lavoro di Cristina Cleri, il colore è un’esperienza che coinvolge lo sguadro in un processo che richiede tempo e predisposizione da parte dell’osservetore.
Ogni opera, infatti, invita a una fruizione lenta, fatta di avvicinamenti e sospensioni, quasi chiedesse di abitare uno spazio non immediatamente decifrabile.
Le superfici mostrano tonalità che emergono e si ritirano, forme che si affacciano e poi si dissolvono, in continua ridefinizione. Niente è definitivo: ciascuna immagine sembra trovarsi in una terra di mezzo, in bilico, aperta a nuove possibilità.
In tal senso, la pittura corrisponde a un luogo di passaggio, dove ciò che è celato prende vita senza mai fissarsi completamente.

Acrilici, oli, resine, gessi e paste assumono un ruolo centrale, creando trame dense e sensibili, permettendo alla materia di registrare tensioni, resistenze e aperture.
Essa diventa così parte attiva della narrazione visiva.
Le cromie si espandono e si ritirano, rispondendo a dinamiche psichiche, parallelamente il segno, a tratti, incerto e sfumato, lascia affiorare visioni interiori e oniriche, ricordi o percezioni che spuntano e mutano di densità.

Nell’astrazione, l’aspetto cromatico si traduce in movimento emotivo e la composizione rivela la propria dimensione tattile, con superfici irregolari e rilievi che evocano una relazione diretta tra corpo e memoria. La metamorfosi è costante: le configurazioni materiche subiscono modifiche volontarie, perdono contorno per acquisire respiro, e la frattura diventa linguaggio visivo.
Gli strati di tinte accolgono la contraddizione, permettendo a forza e fragilità, ombra e luce, di coesistere senza cercare sintesi.
In questa tensione aperta, il guizzo creativo dell’artista restituisce il senso di una soggettività in divenire, mai conclusa, profondamente umana.

Immagine in evidenza
Oneiros, olio su tela
100×100
2024
Mara Cozzoli