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Caravaggio e la morte che non consola

| Mara Cozzoli |

C’è un rosso cupo che cala dall’alto come un sipario.
Non annuncia gloria, bensì la fine.
Sotto, il corpo della Vergine è disteso, gonfio, pesante, immerso in un silenzio che nessuna fede sembra infrangere.
Niente luce miracolosa.
L’ombra che stringe ogni cosa è indicativa della disperazione silente di coloro che le stanno intorno.
Il volto non è idealizzato, ma reale: si tratta di quello di una prostituta trovata morta nel Tevere.
Scelta che suscitò scandalo, al punto che il dipinto venne rifiutato dalla chiesa di Santa Maria della Scala a Roma, cui era destinato.
Caravaggio, però, non temeva di abbattere il velo del sacro: prendeva la carne ai margini, dimenticata e fragile, per collocarla al centro della scena, illuminata con la stessa intensità riservata ai santi e ai re.
Il contrasto netto del chiaroscuro diventa qui linguaggio drammatico: la luminosità scava le figure, mettendo a nudo i volti piegati, mentre l’oscurità inghiotte lo spazio e accentua la gravità della perdita.
Non esiste teatralità retorica, ciò che emerge è verità cruda.
La morte è rappresentata nella sua concretezza, senza trasfigurazioni, e proprio per questo ancora più potente.
Le figure attorno non pregano: sopravvivono allo strazio piegando la testa, nascondendo gli occhi, aggrappandosi a gesti senza speranza.
È un lutto terreno, palpabile, che non concede consolazione.
L’artista ci ricorda che la bellezza, quando è autentica, non teme la realtà e che, nonostante il turbamento della natura umana – ivi compresa la morte -, in essa si nasconde un frammento di assoluto.

Caravaggio, La morte della Vergine
olio su tela,
369 x 245 cm
1604-1606,
Museo del Louvre, Parigi

Mara Cozzoli

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