Funzione terapeutica delle fiabe.

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Viene definita fiaba una breve esposizione incentrata su racconti medio brevi, il cui contenuto è focalizzato su avvenimenti e personaggi magici.
La loro origine è popolare, tramandate da generazione in generazione per descrivere la povertà, le paure e le credenze.
Il messaggio intrinseco trasmesso è di tipo pedagogico: una sorta di formazione alla vita.
Essa può fungere da sostegno all’infante, fornendogli la possibilità di non provare quel senso di inadeguatezza o incapacità innanzi alle difficoltà che la vita stessa in futuro potrà sbattergli in faccia.

Italo Calvino in Fiabe Italiane scrive: “ La fiaba è spiegazione generale della vita; il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo o a una donna, soprattutto per la parte di vita che è il farsi di un destino: la giovinezza, che poi vede la sua conferma nella maturità e nella vecchiaia”.
Contiene quindi in sé argomenti che ripercorrono percorsi fondamentali dell’esistenza umana.
Bettelheim, psicoanalista austriaco di matrice junghiana, naturalizzato statunitense e sopravvissuto all’olocausto, afferma che la fiaba dona al bambino quanto di cui emotivamente necessita : “Ogni favola inizia dove il bambino si trova dal punto di vista emotivo, gli mostra dove andare, e come procedere”.
Possiamo quindi equiparare quest’ultima a un precettore.
Ogni racconto, per quanto breve può essere, diviene strumento educativo accompagnato da effetti terapeutici, che a lungo andare portano al conseguimento di un sano sviluppo psicologico.
Bruno Bettelheim  nel corso della su attività si è occupato della funzione psicoanalitica della fiaba.
La fiaba consente di trovare soluzione a problemi psicologici legati al processo di crescita dei bambini. A suo dire rappresenta i conflitti interiori, rivalità fraterne e soluzioni nello sconfiggere problematiche di natura edipica, mettendo in evidenza la possibilità di essere risolti, nel momento in cui riescono ad abbandonare dipendenze legate all’infanzia, arrivando ad acquisire non solo una propria individualità, ma anche un aumento del proprio valore.
Secondo lo psicoanalista, compito delle favole è occuparsi di tutto ciò che ”preoccupa la mente del bambino, e quindi parlano al suo io e ne incoraggiano lo sviluppo, placando al contempo pressioni preconsce e inconsce”.

Ne “ I tre Porcellini” emerge un conflitto: Principio di piacere e Principio di realtà.
Ciò che  insegna ai bambini è il non essere pigri, perché il risultato potrebbe essere la morte. I tre porcellini costruiscono case, e questo sottolinea l’evolversi della condizione umana nella storia. Se i primi due porcellini vivono secondo il principio del piacere,  senza minimamente pensare alle necessità future, il terzo si muove secondo il principio di realtà: lascia per così dire da parte il piacere e si focalizza sul futuro.
Il lupo rappresenta invece elementi inconsci da cui l’essere umano deve proteggersi.
Si può affermare che la fiaba è maestra, insegnando ai piccoli che si possono raggiungere soddisfazioni rispettando la realtà dei fatti.
Nel “Saggio Incantato” esprime il compito pedagogico della fiaba: “ Il processo di sviluppo del bambino inizia con una fase di resistenza ai genitori e con la paura di crescere e termina quando il giovane ha realmente trovato se stesso, raggiungendo l’indipendenza psicologica e la maturità morale”
La fiaba mette il bambino in contatto con i suoi contenuti inconsci in quanto utilizza una forma linguistica simbolica.
Stiamo parlando di un’opera letteraria che non solo mantiene il piccolo lettore impegnato, ma è valido mezzo per entrare in contatto con significati profondi relazionati al proprio stadio di sviluppo. Conseguenza: la fiaba non va spiegata per non invadere e interpretare i pensieri inconsci di una persona.
“Le fiabe hanno un valore senza pari: offrono nuove dimensioni all’immagine del bambino, dimensioni che egli sarebbe nell’impossibilità di scoprire se fosse lasciato completamente a se stesso. Cosa ancora più importante, la forma e la struttura delle fiabe suggeriscono immagini per mezzo delle quali egli può strutturare i propri sogni ad occhi aperti e con essi dare una migliore direzione alla propria vita”.


Ogni racconto, presenta problemi che toccano tutti( bisogno di essere amati, senso d’inadeguatezza, paura di morte e separazione).
Ci troviamo difronte quindi ad un aiuto a esteriorizzare ciò che si sente attraverso il riconoscimento con il personaggio. Il fanciullo identificandosi con trama e personaggio si sente meno solo, rassicurato e compreso.
Al momento dell’immedesimazione, il bambino si domanda: “Chi voglio essere?”.
In alcune fiabe come Cenerentola e Biancaneve, il rapporto edipico della fanciulla con il padre (amore della figlia verso il padre) viene minato dall’ingresso di un’altra donna, una matrigna, cattiva, raffigurata come un personaggio che minaccia il rapporto padre-figlia. Grazie alla fiaba, i bambini edipici possono provare sensazioni edipiche a livello fantastico, mantenendo buoni i rapporti con i genitori nella realtà.
Secondo Bettelheim però ” la funzione terapeutica della favola è assai limitata rispetto ai benefici che si possono trarre dalle fiabe. Le favole presentano anch’esse un difficile conflitto interiore ma suggeriscono, in forma figurata, quello che le persone dovrebbero fare, imponendo o minacciando in modo moralistico la soluzione da adottare suscitando così ansia e timore che bloccano la discesa conoscitiva del bambino nel proprio inconscio”.
Ritornando però al discorso Biancaneve e Cenerentola, e rivolgendomi alle bambine voglio guardare la fiaba con occhio maggiormente critico e ricordare che in nessun caso arriva l’uomo perfetto, il principe azzurro che, in sella a un cavallo bianco ci salva: siamo noi a salvarci da sole.
Staccandomi per un secondo  da un discorso  fiabe e favole, non posso non citare “Il piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry, il quale veicola i bambini all’ importanza della amicizia e  dei legami affettivi.
In conclusione secondo Marie-Louise von Franz, psicoanalista svizzera, e in questo caso il discorso è rivolto agli adulti: “ Il sé, al quale mira ogni fiaba, rappresenta l’archetipo fondamentale della psiche, l’obiettivo primario dell’intero corso della vita: la completezza umana, la compenetrazione delle forze opposte che da sempre influenzano il nostro comportamento”; definendo il sé come: “La totalità psichica dell’individuo, ma anche il centro regolatore dell’inconscio collettivo. Ogni individuo e ogni popolo vive a suo modo questa realtà psichica”.