Billie Holiday: Essere Una Race Woman.

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“Sono Billie Holiday. Cantare è l’unica cosa che so fare, e loro non vogliono lasciarmelo fare. Si aspettano forse che io torni a strofinare scale… come facevo agli inizi della mia vita?”.

Cantante statunitense di fama internazionale, la più grande di tutti i tempi nei generi jazz e blues, la cui voce, trasmette disperazione,  delicatezza e armonia.
Sono circa una quarantina i libri scritti su di lei, testi scritti in differenti lingue. Tutti coloro che hanno cercato di raccontarla, mostrano le infinite sfumature dell’artista stessa: donna vivace, strafottente, afflitta e condannata all’ eterno dispiacere. La sua figura oscillò tra il pianto di bambina e il ruggito da leonessa matura e consapevole.
Entrò in conflitto con una società tendente alla ghettizzazione della donna di colore, portò avanti dure lotte per vederne riconosciute rispettabilità e virtù, nonosante l’essere prostituta o donna di servizio.
Per mezzo della musica si scagliò contro emarginazione e disagio sociale che schiacciarono la comunità afroamericana ; soavità  la sua, che assunse il sapore di un’accusa, accusa altresì legata al suo vissuto personale: Strange Fruit, My Man, God bless the child, Gloomy Sunday, No Regrets.
Lady Day (così venne soprannominata da Lester Young) attraversò tre distinte fasi strettamente correlate alla vita professionale : gioventù, maturità e infine la donna nell’ultimo stralcio di vita, la race woman, ovvero la donna di razza.
Figura tutt’ora enigmatica e complessa, si raccontò in ”Lady Sings the Blues”, autobiografia redatta insieme a William Dufty  nelle vesti di coautore.
Duecentocinquantuno pagine duramente bersagliate dalla critica, a partire dalle prime righe, forti e sconvolgenti: “ La mamma e il babbo erano ancora due ragazzi quando si sposarono. Lui aveva diciott’anni, lei sedici, io tre”.
Si difese: “ Quando scrivo, devo far capire a chi legge come stanno le cose per la mia gente. Sono una negra. Questo potrebbe sembrare uno svantaggio. Sono contenta di questo svantaggio. Non sono diversa dagli altri ma sono orgogliosa di essere negra”.
Al di là della confusione relativa alla sua nascita, Eleonora (vero nome) fu una donna dal trascorso psicologico  pesante.
Mancata presenza paterna, rapporto conflittuale con la madre, soprusi di carattere socio-razziale, tentativo di stupro all’età di dieci anni, violenza sessuale effettivamente subita a dodici , inizio attività lavorativa da bambina come cameriera e prostituzione: situazioni che  la portarono a cercare affetto e protezione, molto spesso, tra le  braccia di uomini discutibili, poco importa questo dettaglio, purché la difendessero.
“Nella mia vita mi sono successe cose che il tempo non è riuscito né riuscirà mai a cancellare: finire in galera a dieci anni perché un uomo di quaranta ha tentato di violentarmi. Non c’era motivo di rinchiudermi, però lo fecero. No davvero, non era me che dovevano punire. Eppure è così che è andata. CI vogliono anni e anni per liberarsi del tutto da quell’incubo che ritorna, ritorna.
Nella mia vita sentimentale, nei rapporti con gli uomini, c’era un rischio che non potevo correre. Non ammettevo che un uomo ignorasse ciò che mi era capitato da bambina; ma allo stesso tempo diventavo guardinga con lui, sospettosa, nella paura che un giorno, in un qualunque litigio, lui saltasse su a rinfacciarmele quelle cose. Tutto avrei potuto sopportare. Ma quello no. Non volevo che un uomo potesse tenere il mio passato come una pedina da muovere quando capitava l’occasione, o magari soltanto per lasciarmi capire che io ero sempre qualcosa meno di lui”.

Descrisse la profanazione del suo corpo : ” Avevo dodici anni, quando un suonatore di jazz, un tipo d’una grossa orchestra negra, riuscì a prendermi con la forza, sul pavimento del salotto della nonna. Sentii un male terribile, tanto che credevo di morire. Corsi dalla mamma e le mostrai i miei panni imbrattati di sangue.” Nel corso di un provino come ballerina, in un momento di impellente necessità economica, le porsero una domanda: “ Sai mica cantare, bimba?”.
Certo che so cantare”.
Inconsapevole del suo talento intonò Vagando da sola”.
Silenzio in sala e lacrime dei presenti al termine dell’esibizione.
In quel preciso istante nacque il mito Billie Holiday, colei che infranse il pregiudizio e cantò accompagnata da un’orchestra di soli uomini bianchi. Lei, ragazza negra al centro di un palcoscenico.
“Sono sicuro che la Lady sa cavarsela da sé”, la sfidò Artie Shaw.
Arrivò a  collaborare con Louis Amstrong.
Billie è considerata l’artista squarciata e squarciante del jazz.
Attraverso la sua voce riuscì a trasmettere tragicità, sofferenza, gioia e ogni tipo di emozione possibile.
Utilizzò il vibrato, un tremolio equilibrato per aumentare lo stampo emotivo di frasi e parole.
Per i critici musicali, descrivere la sua voce fu problematico; ne ebbe infatti più di una: chiara, pulita, aspra, soffocata e in alcuni casi vicina a un brontolio irritato e minaccioso.
Tutti questi toni subirono modifiche in funzione del pezzo cantato.
L’innato talento nell’ evocare emozioni forti e talvolta dolorose, indussero addirittura a pensare che stesse vivendo un malessere, che fosse in pieno tormento.
La verità è una: per cantare non è necessario provare un dolore, occorre saperlo comunicare, si è interpreti.
Nel 1946 iniziò ad abusare di sostanze stupefacenti, eroina, nello specifico.
Venne perseguitata dalla polizia, molto spesso arrestata per detenzione. al punto da vedersi revocata la card, obbligatoria per esibirsi.
Attraversò diversi percorsi terapeutici per disintossicarsi.
“C’è qualcosa che io so più dei dottori. Mi accorsi di avercela fatta, per esempio, una mattina in cui la televisione non mi andava più giù. Prima quand’ero bene imbottita, riuscivo a stare alla televisione dalla mattina alla sera e ne ero incantata. Chi può dire, ora, quel che succederà? Altro processo? Non ci piove. Altra galera? Forse. Ma una volta svezzata e una volta dato un calcio alla Tv non c’è galera al mondo che ti possa far paura”.
In “Lady Sings the Blues”  scalpitò e sostenne la necessità di un cambiamento in merito alla legislazione concernente droga e riabilitazione.
Denunciò la violazione di diritti civili a cui la sottoposero FBI e polizia, chiedendo in tal modo la restituzione della tessera per poter  esercitare il suo genio, la sua creatività, e quindi, lavorare.
Non mancò di lanciare un messaggio forte ai giovani : ” Se credete che le droghe servono a eccitarvi e a emozionarvi, non ne avete la più pallida idea. È da pazzi pensare che per cantare o suonare ci voglia la droga. Perché la droga può sistemarvi in una maniera tale che non ce la farete mai più, né a cantare né a suonare. L’unica cosa che vi può succedere, è che una volta o l’altra vi beccano.  E quando questo è successo non vi libererete mai più. Guardate quel che è successo a me. Io non voglio far prediche a nessuno. Spero però che qualche ragazzo legga questo libro e impari qualcosa. Anche se un solo ragazzo ci trovasse una sola cosa da imparare a me basterebbe”.
Billie si spense nel 1859 all’età di quarantaquattro anni a causa di problemi cardiaci e renali.
Lavorò a Lady in Satin in condizioni di salute precarie, con corde vocali ben lungi da quelle di un tempo, rovinate, secondo qualche critico.
Miles Devis, la commentò così: “ Preferisco ascoltarla ora. È diventata molto più matura. A volte puoi cantare le stesse parole ogni sera per cinque anni, e tutto d’un tratto capisci il vero senso delle parole”.
Quella di Billie non è la storia di una vittima, ma di una femmina che si ribellò alle etichette coercitive imposte dalla sottocultura dei tempi.  
La cantante insegnò come onore, istinto alla sopravvivenza e fermezza furono, sono e saranno qualità riscontrabili anche nelle fasce più povere della collettività.
A Lady Day porgo “l’attacco finale”:  “ Non mi sono mai sentita inferiore a nessuno e non mi sono mai comportata come tale. È sempre stato questo il mio problema. Non sono mai andata oltre la quinta elementare. A tredici anni decisi di punto in bianco che avrei fatto e detto soltanto cose in cui credevo. Nessun “prego signore” o “ grazie signora”. Niente a meno che non ci credessi. Soltanto chi è povero e nero sa quante botte sui denti deve prendersi anche solo per provare a fare una cosa del genere. Ma io non mi sono mai data per vinta. Delinquenti, prostitute, affitta camere. Ho capito che erano loro che volevano che “io andassi avanti”. I loro applausi e il loro aiuto hanno continuato ad ispirarmi”.

Fonti BibliograficheBillie Holiday : John Szwed
Lady Sings the Blues : Billie Holiday _ William Dufty