Donne, mafia e ambivalenza

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Donne contro, ribelli, complici e conniventi.
Donne la cui esistenza è connaturata a un sistema corrotto.
Ritratti che, nelle sfere sociologica, antropologica e psicoanalitica pongono in risalto una situazione ambivalente rispetto all’ambiente mafioso.
Mafia, organizzazione monosessuale e omofoba, nella quale il sesso femminile è destinato a non raggiungere una vera e propria emancipazione, ma allo stesso tempo assurge una funzione di supporto estremamente fondamentale.
Omofobica come risposta alla fragilità maschile, meccanismo di difesa il cui scopo è blindare il riconoscimento dell’ inaccettabile: la denigrata inerzia, ovvia caratteristica femminile.
Tra uomini mafiosi sorgono forti amicizie, che, se  rilette in chiave freudiana, spiegano un’ esaltazione della fantasia verso lo stesso sesso, in netta contrapposizione quindi al senso insito nel  patriarcato:  sono sodalizi i quali indicano violenza, disprezzo, virilità.
Per giungere a comprendere l’unione tra affiliati, torna utile “Psicologia delle masse e analisi dell’io”.
Ipotizziamo quindi un gruppo di fratelli, riluttanti se accostati alla figura paterna, in quanto palesemente severa e oppressiva; il gruppo mafioso può al pari essere considerato come fratellanza.
In sintesi: la mafia è equiparabile a una comunità fraterna che nasce dal rigetto nei confronti dell’autorità paterna che,  congiuntamente viene interiorizzata.
Una struttura, dunque, originata dalla dissociazione rispetto alla società ufficiale dei padri, di cui rifiutano non solo la  stessa figura, ma anche ogni suo rappresentante e ne contrastano conseguentemente l’autorità posta al comando, attaccando la legge paterna con i suoi stessi mezzi.
Vigono due sentimenti: odio e amore. Il primo verso la già citata legge del padre, la seconda rivolta alla madre, la quale incarna il possesso territoriale.
La relazione psichica nei confronti del femminile è duplice: forte attaccamento materno da una parte,  paura e sprezzo dall’altra.
La centralità del ruolo della donna è evidenziata dalle manipolazioni parentali che inducono a scambi matrimoniali. Questi vincoli generano alleanze che accrescono il potere della cosca e fungono da strumento cardine per ricomporre ostilità altrimenti inguaribili tra famiglie. Il cessare di una faida corrisponde al momento in cui la purezza è data in sposa al maschio della famiglia antagonista.
Figura cardine e merce di scambio, il cui legame con il mafioso altro non è che possesso.

Su di sé porta una pesante responsabilità: la reputazione, principale giudizio per la nascita dell’illegale carriera.
Società contadina, società borghese e nel mezzo una zona d’ombra, la società mafiosa che la ingabbia nei connotati peggiori di entrambe: nega un potere di fatto esistente, ma non riconosciuto giuridicamente come accadeva in quella contadina, e l’accesso quanto meno all’uguaglianza formale raggiunta poi dalla famiglia piccolo e medio borghese.
Per il mafioso è di primaria importanza la madre del proprio figlio. Da qui il duplice sdoppiamento della figura femminile in madre o puttana, bipartizione che porta a proteggere dalla paura nei confronti del femmineo.  La negazione della singolarità femminile, difende dal pericolo di amare, il che, impedisce di tradire l’onorata società e le sue regole.
Prive di libertà individuale, ma decantate in quanto portatrici di onore,  riescono a piantare radici nell’ambito dell’universo mafioso: la mafia non può fare a meno di loro, e trae vantaggio negandole il diritto all’individualità.
La madre è il tramite tra figlio e padre, trasmette a quest’ ultimo la “Legge” ; essa sostiene fortemente il modello trapiantato dall’autorità del coniuge.
Per l’infante essa è l’autorità, autorità riconosciuta e detenuta dal padre.
L’affermazione secondo la quale la donna non raggiunge la totale emancipazione non vuole toglierle un ruolo di rilievo.
Svolge una funzione primaria nell’ambito dell’organizzazione, senza una partecipazione attiva non si arriverebbe alla “signoria del territorio”.
Il potere è nelle mani degli uomini, ma essa assume  ruolo attivo come spacciatrice, trafficante e prestanome, figura questa, diffusa tra mogli, sorelle, figlie, ovvero tra componenti interne.
“Da custode del focolare domestico, diviene con il tempo amministratrice del patrimonio familiare”.
Coprono il crimine, costituiscono un tassello importante nel riciclaggio di denaro sporco, occultano improvvise ricchezze. Se l’uomo è in prigione diviene amministratrice della ricchezza accumulata attraverso attività illecite o riceve aiuti dagli amici mafiosi del marito.
Vera e propria mediatrice nella comunicazione tra carcere e mafia, recapita lettere delle ragazze al proprio padre contenenti messaggi

cifrati di natura mafiosa.
Indossa l’abito del decoro interfacciandosi con chiunque.

La donna dell’uomo latitante tesse la tela volta a proteggerlo, è supporto psichico e materiale.
Tuttavia, la gestione economica non riflette un reale potere.
Questa tipologia di uomo non prende ordini da una donna, sottrarle individualità significa raggiungere concretamente il profitto inseguito.
Può la donna raggiungere la libertà? Svincolarsi da determinati meccanismi?
Sì, in questo, gioca un ruolo cardine la sfera affettiva, la componente emotiva. Esistono sentimenti forti: vendetta, rabbia, sete di giustizia collegati all’amore. Amore, quel sentimento che tanto spaventa il mafioso è un’ arma a doppio taglio.
In opposizione all’amore di una madre, che per evitare di compromettere il futuro di un figlio accetta la legge mafiosa, vi è la disperazione per la morte del suo sangue, la quale porta a tradire tale legge
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Quindi, se la complicità porta vantaggi di status, sopravvivenza e arricchimento in termini economici, dall’altro è fortemente condizionata da legami di dipendenza affettiva, che donano alla donna la facoltà di sradicare un clan.
La complicità può rompersi, innescare effetti contrari.
Da donna di altri, subordinata a direttive criminali scritte con il sangue, subisce un mutamento e assume padronanza di sé attraverso la grandezza delle emozioni.
Collaborare, ricominciare da sé stesse, porsi in prima linea, significa prendere la scena, ovvero potere, potere di ricostruire e bloccare
procedimenti totalizzanti, costituiti da controllo, terrore, ricatto, elementi in completa antitesi  con i diritti dell’uomo.
Quando una donna viene colpita nell’intimo, nell’affetto, non ragiona più da donna pro-mafia: l’omertà cade, non esistono regole che possono fermarla.
Proprio questa certezza, porta l’uomo di mafia a diffidarne e ad escluderne un’effettiva potenza mafiosa.
La differenza di genere consiste dunque in qualcosa di profondo, radicato nell’anima.
Donna , sinonimo di instabilità sentimentale, impronta che la rende al contempo inaffidabile e forte.

Fonte Bibliografica: : Renate Siebert _ Le donne, la mafia.