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Michael Morelli: “Il blocco emotivo è una forma di protezione”

| Mara Cozzoli |

l blocco emotivo è un’espressione che utilizziamo spesso per descrivere una difficoltà a riconoscere, esprimere o lasciar fluire ciò che proviamo. Ma dietro quella che chiamiamo genericamente “chiusura” può esserci qualcosa di più preciso: un’emozione che non trova una forma, perché sentirla fino in fondo può fare paura, disturbare o entrare in conflitto con l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.
Ne parliamo, oggi, con Micheal Morelli, psicologo e psicoterapeuta.

Partirei proprio dall’espressione che utilizziamo: che cosa intendiamo, psicologicamente, quando parliamo di “blocco emotivo”?

Quando parliamo di “blocco emotivo” ci riferiamo a un’emozione che non riesce a trovare una forma e una via di espressione. Ci sono emozioni che non vogliamo esprimere – e a volte neanche sentire – perchè ci spaventano, perchè ci disturbano, perché non le consideriamo accettabili, perché sono dissonanti rispetto all’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Quelle emozioni, però, non scompaiono… Rimangono dentro di noi e si manifestano sotto altre forme: ansia, irritabilità, tensione oppure attraverso il corpo. Sciogliere un blocco emotivo, quindi, non significa sforzarsi di eliminarlo, ma creare le condizioni perché ciò che abbiamo represso e trattenuto possa essere riconosciuto, ascoltato e trovare finalmente il proprio modo di esprimersi.

Blocco emotivo: è una definizione precisa oppure appartiene soprattutto al linguaggio comune?

“Blocco emotivo” non è una definizione clinica, ma un’espressione appartenente soprattutto al linguaggio comune. Viene utilizzata per descrivere situazioni anche molto diverse tra loro, accomunate dalla difficoltà di riconoscere, esprimere o lasciar fluire ciò che si prova. Dietro quello che chiamiamo blocco emotivo possono esserci, per esempio, la paura di entrare in contatto con un’emozione, l’abitudine a controllarla oppure il timore delle conseguenze che avrebbe esprimerla. Però il termine blocco ci aiuta a comprendere bene il meccanismo in atto: qualcosa che dentro di noi tende a fluire liberamente si blocca, si ferma, arresta il suo corso naturale.

Che differenza esiste tra un momento di difficoltà emotiva e un blocco emotivo?

Ci sono emozioni che ci travolgono, che ci mettono in grande difficoltà, che ci segnano profondamente, ma che riusciamo comunque a sentire, a nominare e, con il tempo, a superare. Nei blocchi emotivo, invece, questo processo si interrompe. Le emozioni vengono trattenute, evitate o non riconosciute e tendono a ripresentarsi indirettamente, attraverso pensieri, comportamenti, difficoltà relazionali o segnali corporei.

Da dove nasce un blocco emotivo? Può essere legato a un’esperienza traumatica, a una relazione, a un fallimento, a una perdita, oppure può costruirsi lentamente nel corso della nostra storia?

Un blocco emotivo può nascere da un’esperienza precisa, come un trauma, una perdita, un fallimento o una relazione che ci ha ferito. In questi casi una parte di noi può aver imparato che entrare in contatto con certe emozioni è troppo doloroso o pericoloso e cerca quindi di proteggerci, impedendoci di sentirle pienamente o di esprimerle. Ma un blocco può anche costruirsi lentamente, nel corso della nostra storia. Può accadere, per esempio, quando cresciamo in un ambiente in cui alcune emozioni non trovano spazio: la rabbia viene giudicata, la tristezza vissuta come debolezza, la paura come qualcosa da nascondere. Con il tempo impariamo a controllare o a escludere quelle parti di noi. Un blocco emotivo è una forma di protezione. Il problema è che quella difesa ci allontana dalle nostre emozioni, che sono – anche quelle che ci mettono in difficoltà – una linfa vitale che nutre la psiche e il corpo. Le barriere che erigiamo dentro di noi sembrano proteggerci, ma in realtà ci limitano e ci inaridiscono.

Quanto incide il bisogno di controllo?

Il bisogno di controllo può incidere molto, perché le emozioni sono, per loro natura, spontanee e imprevedibili: non possiamo decidere quando provarle, con quale intensità o in quale forma si presenteranno. Chi teme di esserne sopraffatto può cercare di contenerle, razionalizzarle o soffocarle prima ancora di comprenderne il significato. Spesso, dietro un forte bisogno di controllo, c’è la paura che, lasciando emergere un’emozione, possa accadere qualcosa di imprevedibile: perdere il proprio equilibrio, mostrarsi vulnerabili, entrare in conflitto o compiere scelte che cambierebbero la propria vita. Ma più si cerca di controllare ciò che si prova, più l’emozione tende a manifestarsi in altre forme. Non si tratta quindi di perdere il controllo, ma di imparare a tollerare e ascoltare anche ciò che non possiamo governare.

Possiamo essere bloccati anche perché non abbiamo le parole per dare un nome a quello che ci accade?

Certamente, ma non credo che il problema sia soltanto la mancanza delle parole giuste. Prima ancora di riuscire a dare un nome a un’emozione, bisogna riuscire a sentirla davvero, a lasciarla esistere dentro di sé senza cercare subito di spiegarla, controllarla o trasformarla in un ragionamento. In questo senso, le immagini possono essere persino più importanti delle parole. Un sogno, una fantasia, un ricordo improvviso o una metafora possono dare forma a ciò che ancora non sappiamo dire. Le emozioni, infatti, non parlano soltanto attraverso il linguaggio razionale: spesso si esprimono prima attraverso il corpo e le immagini. Le parole possono arrivare in un secondo momento, quando quell’esperienza interiore è stata accolta e ha cominciato a prendere forma.

Esiste un rapporto tra corpo e blocco emotivo? Quanto sintomi come tensione, insonnia, stanchezza, tachicardia o difficoltà respiratorie possono esprimere ciò che non riusciamo ancora a riconoscere sul piano emotivo?

Il corpo e la psiche non sono due realtà separate: ciò che viviamo emotivamente coinvolge sempre anche il corpo. Quando un’emozione non viene riconosciuta o non riesce a trovare una forma, può manifestarsi attraverso tensione, insonnia, stanchezza, tachicardia, difficoltà respiratorie e ancora, emicranie, gastriti, coliti. In questi casi il corpo non sta semplicemente “traducendo” un’emozione in un sintomo, ma sta esprimendo un disagio che la coscienza non riesce ancora a cogliere. È come se parlasse prima della mente, segnalando che qualcosa dentro di noi ha bisogno di attenzione. Naturalmente, un sintomo fisico deve sempre essere valutato anche dal punto di vista medico. Ma, una volta escluse cause organiche, ascoltare ciò che accade nel corpo può aiutarci a entrare in contatto con emozioni, bisogni o conflitti che non trovano altra strada per esprimersi.

Può una persona essere bloccata non perché non sappia cosa desidera, ma perché quel desiderio la mette di fronte a qualcosa che teme?

Sì, molto spesso il blocco non nasce dall’assenza di un desiderio, ma dal conflitto che quel desiderio produce. Una parte di noi sa che cosa vuole, mentre un’altra teme le conseguenze: deludere qualcuno, perdere una relazione, mettere in discussione l’immagine costruita di sé o abbandonare una condizione conosciuta, anche se non ci rende più felici. Ogni desiderio autentico, infatti, porta con sé una possibilità di trasformazione. Non ci mostra soltanto ciò che vorremmo avere o fare, ma anche la persona che potremmo diventare. Ed è proprio questo cambiamento a spaventare. In questi casi il blocco non significa “non sapere cosa si vuole”, ma non sentirsi ancora pronti ad accogliere tutto ciò che quel desiderio potrebbe cambiare.
Le emozioni sono il motore del desiderio: sono ciò che ci orienta verso ciò che ci attrae, ci incuriosisce e ci fa sentire vivi. Quando alcune emozioni vengono censurate perché considerate pericolose, inaccettabili o troppo difficili da sostenere, anche il desiderio che nasce da esse finisce per passare in secondo piano. La persona può allora convincersi di non sapere che cosa vuole, mentre in realtà ha perso il contatto con quelle emozioni che potrebbero indicarle una direzione. Per ritrovare il desiderio, quindi, non serve necessariamente chiedersi in modo razionale che cosa si vuole, ma tornare a sentire ciò che ci muove, ci coinvolge e suscita energia dentro di noi.

È possibile che alcune persone rimangano bloccate perché il cambiamento implica necessariamente una perdita? Cambiare significa lasciare qualcosa, anche quando ciò che lasciamo non ci f più bene.

Sì, perché le emozioni sono movimento: ci tengono in contatto con il fluire continuo della vita, che è una trasformazione incessante. Ciò che proviamo cambia nel tempo e ci spinge a lasciare certe situazioni, a cercarne di nuove e a diventare qualcosa di diverso da ciò che eravamo. A volte non vogliamo sentire determinate emozioni proprio perché ci accorgiamo che potrebbero condurci verso un cambiamento. Preferiamo fermarci, perché cambiare significa anche perdere qualcosa: una relazione, un ruolo, un equilibrio conosciuto o una certa immagine di noi stessi. Persino quando ciò che lasciamo non ci fa più bene, separarcene può essere doloroso. Il blocco emotivo può allora rappresentare il tentativo di arrestare questo movimento, per conservare ciò che conosciamo e proteggerci dall’incertezza. Ma quando cerchiamo di fermare le emozioni, non fermiamo soltanto il dolore o la paura: interrompiamo anche quella spinta vitale che potrebbe portarci verso una nuova fase della nostra esistenza.

Arriviamo così alla domanda forse più difficile: come si supera un blocco emotivo?

Un blocco emotivo non si supera cercando di forzarlo, perché spesso nasce proprio da un atteggiamento interiore che tende a forzare, a interferire con ciò che accade spontaneamente. Il primo passo è tornare in contatto con la nostra naturale capacità di sentire. Questo significa imparare a restare in contatto con ciò che si prova, anche quando è confuso o scomodo, senza cercare di spiegarlo o correggerlo. Possono aiutarci l’ascolto del corpo (in cui le emozioni si manifestano sempre), i sogni, le immagini, la scrittura e tutte quelle attività creative che permettono al mondo interiore di esprimersi. Quando il blocco è profondo o persiste nel tempo, un percorso psicologico può offrire uno spazio protetto in cui avvicinarsi gradualmente a ciò che è rimasto trattenuto. Si tratta di imparare a stare via via con tutte le emozioni in modo che queste riprendano la loro fluidità, il loro movimento naturale.

Quando una persona sente di essere ferma, può essere possibile che dentro di lei qualcosa, invece, si stia muovendo profondamente?

Senza dubbio. La psiche è viva e, proprio per questo, non è mai davvero immobile, anche quando a noi sembra di essere fermi. Continua a lavorare e a trasformarsi nel profondo. Lo mostrano bene alcuni sogni che possono comparire nei momenti di blocco emotivo: sogni di esondazioni, onde o masse d’acqua che invadono la terra. Nel linguaggio simbolico dell’inconscio, l’acqua rappresenta spesso il mondo delle emozioni, mentre la terra può essere associata al territorio stabile e conosciuto della coscienza. L’acqua che supera gli argini mostra allora che qualcosa dentro di noi sta cercando di emergere e di entrare nella nostra vita cosciente. Anche quando ci sentiamo bloccati, quindi, una parte profonda della psiche può essere già in movimento e lavorare per riportarci in contatto con emozioni e aspetti di noi dai quali stiamo cercando di allontanarci.

Michael Morelli, se dovesse lasciare ai nostri lettori una sola indicazione per imparare a guardare diversamente i propri momenti di arresto, quale sarebbe?

E’ il suggerimento che do sempre ai miei pazienti: ricorrere alle immagini. Quando ci si sente bloccati, invece di cercare subito una spiegazione razionale, si può provare a domandarsi: «Se questo momento fosse un’immagine, quale sarebbe?». Potrebbe apparire un muro, una porta chiusa, un animale in gabbia, un fiume fermo o qualsiasi altra scena. Le immagini riescono spesso a descrivere le emozioni meglio delle parole, perché ne mostrano contemporaneamente le diverse sfumature. Ma non si limitano a rappresentarle: possono anche suscitarle, rimetterle in movimento e trasformarle. Entrare in relazione con un’immagine, attraverso un sogno, il disegno, la scrittura o l’immaginazione, significa offrire alla psiche una possibilità nuova di esprimersi. E talvolta è proprio l’immagine a mostrarci il passaggio che, con il solo ragionamento, non riuscivamo ancora a vedere.

Mara Cozzoli

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