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Vivere senza una risposta. Andrea Pecorelli e il peso di un delitto rimasto senza colpevoli

Il tempo passa, ma alcune domande restano sospese, generando, in tal modo, un limbo emotivo.
Il 20 marzo 1979 il giornalista Mino Pecorelli veniva ucciso a Roma sotto casa. Aveva 51 anni ed era il fondatore dell’agenzia OP – Osservatore Politico, una voce scomoda, capace di muoversi tra i retroscena più oscuri del potere. La sua morte è diventata uno dei grandi misteri della storia italiana: indagini, processi, piste e ipotesi che negli anni si sono intrecciate senza arrivare a una verità definitiva.
A più di quarant’anni di distanza, quel delitto non ha ancora un colpevole. Ma dietro ogni caso irrisolto non c’è soltanto una vicenda giudiziaria. Vi è un nucleo familiare.
Andrea Pecorelli aveva quindici anni quando suo padre è stato ucciso. Oggi racconta cosa significa convivere per una vita intera con un interrogativo che non ha ancora trovato risposta.

Andrea, partiamo da quel giorno. Come è cambiata la sua vita da allora?

Più che cambiata…direi stravolta…

Lei aveva quindici anni quando è accaduto. Che ricordo ha di quei giorni?

Incredulità…dolore…lacrime…ed una domanda ricorrente: perché?

Per lei chi era prima di tutto Mino Pecorelli?

Era il mio esempio. Era il mio eroe…

Crescere con un omicidio irrisolto cosa significa nella vita di una persona?

La stravolge. In senso assoluto.
Un esempio su tutti: Ancora oggi sono solo il figlio del giornalista ucciso tanti anni fa…

Con il passare degli anni il dolore cambia forma. Nel suo caso come si è modificato i il modo di convivere con questa storia? Molte famiglie in Italia vivono situazioni simili.

Non è vero che il dolore cambia forma. Si consolida. Diventa parte di te. La più dura. E continua a fare male. Tutti i giorni…

In questi anni ha continuato a seguire e a studiare il caso di suo padre. Che ruolo ha avuto questa ricerca nella sua vita?

Primaria. Alla ricerca del perché e non di chi… Oggi è assoluta. Ho riaperto il giornale di papà per questo motivo. Voglio la verità. Anche se raccontata segretamente. Magari…in uno degli uffici che spariscono il giorno dopo …

Dopo così tanto tempo è cambiato il suo modo di guardare alla parola “giustizia”?

Direi di sì. Oggi la convinzione è che in questo paese c’è solo la legge. Ma non la giustizia…

Quando le persone sentono parlare di un delitto senza colpevoli spesso pensano a una vicenda di cronaca. Per lei invece è una vita intera. Che cosa vorrebbe che la gente capisse davvero di chi vive questa condizione?

È impossibile spiegarlo a chi non c’è passato. Normale che per tanti resti solo in fatto di cronaca.

Dopo tanti anni la domanda che si porta dentro è sempre la stessa oppure è cambiata con il tempo?

Per tanto tempo c’è stato solo capire il perché. Oggi mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se lui fosse rimasto in vita…

 C’è stato un momento in cui ha pensato di smettere di cercare?

 Mai. Un giuramento non può essere infranto…

Se potesse dire qualcosa alle altre famiglie che, come la sua, aspettano ancora una verità, quale sarebbe il pensiero che sente più urgente condividere?

Che non devono mollare. Che devono continuare a lottare. Che devono continuare a cercare.
È l’unico modo per resistere…

Se potesse parlare con suo padre, cosa gli direbbe?

Mi porti allo stadio a vedere la Lazio?

Infine, che cosa significa per lei continuare a cercare la verità dopo più di quarant’anni?

Ho una data stampata nel cuore. Il 20 marzo del ‘79. È il giorno del giuramento che ho fatto a me stesso.
Vi trovo. Prima o poi… Vi trovo…

Mara Cozzoli

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