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ARTCHIMÈIYA. Il viaggio interiore di Maurizio Mariani tra colore, alchimia e rinascita

| Mara Cozzoli |

Artchimèiya è una parola che attrae, quasi ipnotica: evoca passaggi, metamorfosi, una materia che si trasforma. 
È questo il titolo scelto da Maurizio Mariani per la sua prima personale: un percorso artistico che, più che una mostra, è un viaggio alchemico nella sostanza profonda del colore, della forma e dello spirito.
Abbiamo così dialogato di visione, di cadute e rinascite, di geometrie che guidano l’occhio e di energie che attraversano l’opera. 
Un’intervista che racconta non solo un artista, ma un uomo che ha saputo rimettere al centro il proprio cammino interiore.

Artchimèyia è un titolo singolare. Come nasce questa scelta?

Nasce da due direzioni che, a un certo punto, si sono incontrate. Da un lato, il mio personale viaggio alchemico; dall’altro, una scelta di visual design. L’occhio, di fronte a un manifesto, corre veloce. Una parola come Artchymèia, sospesa tra inglese e greco, cattura l’attenzione, costringe a soffermarsi.
Poi c’è il viaggio interiore: un percorso che riguarda la mia vita di pittore, ma anche il cammino iniziatico che ho affrontato da solo e attraverso incontri significativi. In una sola parola, volevo racchiudere tutto questo.
Quando parla di “viaggio alchemico”, cosa intende esattamente?
Senza entrare negli aspetti più esoterici, l’alchimia è prima di tutto un lavoro su di sé. L’alchimista, mentre cerca il suo elisir, compie un pellegrinaggio interiore: deve prestare attenzione alle operazioni, alle trasformazioni, a ciò che accade dentro e fuori di lui. È un continuo misurarsi con la volontà e con le proprie forze. Questo è il nucleo che riconosco anche nel mio percorso artistico.


Da dove parte, in questo percorso parallelo, l’alchimista-pittore?

L’alchimista parte dagli elementi del mondo minerale, vegetale e animale. Il pittore parte dalla propria formazione. 
Nel mio caso dall’Istituto Statale d’Arte (arte applicata e grafica pubblicitaria) e dalla Scuola Politecnica di Design, dove ho avuto docenti di altissimo livello.
Nella mia ultima mostra ho voluto esporre anche i lavori degli anni da studente: sono le fondamenta, la materia prima da cui tutto è iniziato.

Vortici cuorigeni, Acrilico su tela 60×80 cm

Le vicende della vita l’hanno portata a cambiare strada. Anche questo fa parte del suo percorso alchemico?

Assolutamente sì. Dopo il percorso accademico ho lavorato come visual designer, mentre iniziavo a dipingere. Le prime opere erano grandi, intense. Poi è arrivato il computer: una rivoluzione che ha sconvolto il mio modo di lavorare, livellando il campo economico e creativo.
Ho smesso di dipingere. Ho lasciato la grafica. Sono andato a lavorare come addetto alle pulizie nel magazzino centrale di un supermercato. Ho messo la mia conoscenza “in garage”: è stato il mio primo processo di decomposizione, proprio come nelle operazioni alchemiche.
Nelle opere in nero, infatti, lavoro sulla “decomposizione della materia”, sulla riduzione all’essenziale. Ho lasciato decomporre tutto ciò che avevo costruito fino ad allora per ricavare i miei elementi base.
Per ventuno anni non ho dipinto, ma non ho mai smesso di cercare. Visitavo mostre, mi confrontavo con Kandinskij, Mondrian, i colori di Van Gogh, ripensavo ai miei primi quadri. Era un pellegrinaggio interiore.
Quando l’azienda per cui lavoravo è fallita, mia moglie mi ha spinto a riprendere in mano i colori. Mi sono iscritto a un concorso del Circolo San Giuseppe di Seregno. L’ho vinto. Il premio era una personale gratuita. Ci ho messo tre anni, ma da lì sono tornato alla pittura con uno sguardo nuovo.
Nella mostra compaiono quattro quadri che raccontano questo suo cammino.

Ci guida in questo racconto visivo?

Sono quattro piccoli dipinti.
Il primo rappresenta un essere senziente composto da colori attivi: gialli, aranciati, rossi, rossi bluastri. È saturo, vivo, pronto a muoversi.
Nel primo, nel secondo e nel terzo emergono le difficoltà: i colori passivi (viola, blu giallastri) che simbolizzano gli ostacoli esterni e le ombre interiori. 
Quando intraprendiamo un nuovo cammino, inevitabilmente incontriamo una parte di noi che ci rallenta.
Nel quarto quadro l’essere senziente è ancora lì, solo, costruito sui colori attivi: le difficoltà non compaiono restano esterne all’opera (ma lui ha compreso di poter andare avanti, in lui c’è la certezza della sua forza interiore).
Come si articola, tecnicamente e concettualmente, il suo lavoro?
I tempi sono lunghi, come per un’alchimia.
L’opera in nero segue un processo di decomposizione, la conoscenza, le idee, le sensazioni artistiche si destrutturano arrivando alla loro sintesi. L’opera in bianco distilla il risultato dell’opera in nero fornendo gli elementi artistici adeguati. Ci sono passaggi, chimiche, osservazioni continue.
Entrano in gioco esperienza, intuizione e quella che chiamo “legge del dubbio”: la capacità di mettere in discussione ciò che sto facendo per capire cosa serva davvero.
Nell’opera gialla, invece, arrivo alla sublimazione degli elementi, pronti per
l’assemblamento creativo che avviene nell’opera in rosso, qui si coagula e si uniscono gli elementi precedenti, trasformandoli in un’unica visione compiuta.

Porta dimensionale, acrilico su tela, 80×120 cm

Quali sono le fondamenta della sua filosofia artistica?

Due aspetti: il colore e la tridimensionalità dello spazio.
Negli ultimi anni ho osservato molta arte “decolorata”; io, invece, studio il colore. Nelle mie opere non ci sono linee di separazione: i colori sono giustapposti, dialogano direttamente.
Poi c’è la struttura dello spazio: muovere l’occhio, portarlo dentro il quadro. La base è la sezione aurea e, con essa, le geometrie modulari (quadrati, cerchi, triangoli) e la geometria sacra.


La geometria sacra diventa, quindi, un elemento visivo e spirituale?

Sì. È uno stimolo ottico, ma anche un luogo simbolico. Può essere un mandala segreto che guida lo spirito in una condizione di equilibrio. Per me è un tratto distintivo: attraversa tutta la mia produzione.


Nelle sue opere, colore ed emozione accompagnano chi guarda verso l’interno del quadro. Come nasce questo effetto?

Tutto parte da una struttura armonica. La sezione aurea non è solo matematica: è presente anche nel corpo umano, nelle nostre proporzioni.
C’è poi un lavoro meditativo: stare soli con se stessi, entrare in una dimensione interiore, muovere energie alternative che richiedono attenzione e ascolto.

Il viagggio alchemico, Acrilico si utela. Composizione su quattro tele , 30×45 cm


I suoi colori sono accesi, caldi e freddi insieme, ma in perfetto equilibrio. Come costruisce questo bilanciamento?

Molto dipende dalla saturazione. Il cerchio cromatico di Itten è già equilibrio puro: dodici colori (primari, secondari, terziari ) che si compensano.
Giustapporre i sei colori terziari, combinandoli a volte con i secondari (ma mai con i primari), crea un continuo cromatico che accende ancora di più la composizione.
I colori passivi non smorzano: rilanciano quelli attivi. Tutti e dodici sono saturi; se li desaturi, la magia svanisce.

C’èqualcosa che desidera aggiungere?

Sì. Il mio intento artistico è muovere le energie interiori.
Credo profondamente che pittura e scultura abbiano questa forza: smuovere qualcosa dentro chi guarda. È lì che avviene la vera trasformazione.

Il mio Universo che crea altri universi. Acrilico su tela, 70×50 cm

Immagine in evidenza: Verso la grande opera.
Acrilico su tela
50×70 cm

Mara Cozzoli

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