Gaza: 37 ONG costrette a sospendere le attività.
Da oggi, I gennaio 2026, Israele ha revocato l’accesso alla Striscia di Gaza a 37 organizzazioni non governative internazionali, che non potranno più operare nella zona.
Tra i gruppi coinvolti ci sono Medici Senza Frontiere (MSF), Oxfam, ActionAid e Caritas Gerusalemme, realtà incarnanti l’idea che solidarietà e cura possano costruire un ponte tra umanità e disperazione, offrendo assistenza sanitaria, cibo e sostegno a una popolazione stremata da guerra e assedio.
Le autorità israeliane hanno giustificato la decisione con l’introduzione di nuove regole di registrazione per le ONG attive nei territori palestinesi, ritenute necessarie per garantire trasparenza e prevenire infiltrazioni o usi impropri dei canali umanitari.
In base a tali disposizioni, le organizzazioni dovevano presentare informazioni dettagliate su attività, finanziamenti e personale, inclusi i nomi dei dipendenti palestinesi, entro termini già prorogati più volte.
Secondo il governo israeliano, molte delle ONG coinvolte non avrebbero ottemperato a questi requisiti, in particolare alla consegna delle liste del personale. Di conseguenza, le licenze non sono state rinnovate e le organizzazioni dovranno cessare ogni attività nei prossimi mesi.
Molte ONG e osservatori internazionali avevano, in precedenza, contestato queste norme, giudicandole arbitrarie e incompatibili con i principi dell’azione umanitaria. In particolare, l’obbligo di fornire dati sensibili sul personale locale viene considerato un rischio per la sicurezza degli operatori e per l’indipendenza delle missioni sul campo.
Ravina Shamdasani, portavoce dell’ONU per i diritti umani, ha definito la sospensione delle attività “oltraggiosa”, parlando dell’ennesima mossa all’interno di un modello di restrizioni illegali adottato da Tel Aviv.
Questa scelta politica va oltre il semplice atto amministrativo, poiché colpisce direttamente il sostentamento di centinaia di migliaia di persone già private dei servizi essenziali e potrebbe compromettere centri sanitari e programmi di nutrizione per bambini malnutriti.
A tutto ciò va aggiunto il blocco di acqua e corrente alle strutture ONU per i rifugiati.
Per Amnesty International, il divieto imposto alle ONG rappresenta un’ulteriore aggravante di una crisi umanitaria catastrofica.
Erika Guevara Rosas, alta direttrice delle campagne e delle ricerche di Amnesty , nei giorni scorsi ha dichiarato: «Impedire aiuti salvavita mentre la popolazione civile è colpita dalla fame, dalle malattie e dalle bombe, nonostante il cosiddetto cessate il fuoco, è una clamorosa violazione del diritto internazionale e un assalto all’umanità, una punizione collettiva su scala catastrofica».
Le ONG non svolgono un ruolo marginale: suppliscono alla mancanza di servizi essenziali, garantiscono cure, distribuiscono viveri, acqua e il minimo indispensabile a chi ha perso tutto.
La questione non riguarda solo Israele e Gaza, ma il valore che attribuiamo all’azione umanitaria e il confine sempre più sottile tra protezione dei diritti fondamentali e negazione delle necessità essenziali.
In un contesto già drammatico, ogni ostacolo agli aiuti diventa una minaccia diretta alla vita di chi lotta per sopravvivere.
È triste constatare, ancora una volta, che cibo, flebo e ambulanze si misurano in nome della “sicurezza”, un termine che finisce per giustificare ogni interruzione della vita.
Restiamo umani, sempre.
Mara Cozzoli