Tra mente, musica e silenzio: Gaspare Palmieri racconta “Presenze”
In “Presenze. Natura, canzoni, meditazioni”, Gaspare Palmieri – Psichiatra, psicoterapeuta, Istruttore di mindfulness, dottore di ricerca in Psicobiologia dell’uomo – propone un itinerario che fonde pratica contemplativa, riflessione filosofica e sensibilità artistica.
Ne nasce un libro stratificato e vibrante, dove il gesto meditativo incontra la musica, la natura diventa interlocutrice silenziosa, e la spiritualità assume contorni laici ma profondi.
A emergere è un progetto ibrido e colto, che guarda alla mindfulness non solo come tecnica terapeutica, ma come possibilità antropologica, come forma di pensiero incarnato. Lontano da riduzioni commerciali, Presenze si muove tra Platone e Thoreau, tra il Dharma e la neuroplasticità, tra la canzone d’autore e la letteratura mistica.
“Presenze” si muove tra generi e registri diversi: memoir, saggio filosofico e manuale di pratiche, libro musicale. Qual è stata l’esigenza primordiale da cui è nato questo progetto?
Era un po’ di anni che sentivo il desiderio di raccontare la mia esperienza con la mindfulness, la meditazione di consapevolezza, prima come praticante e poi come insegnante, raccontando anche aneddoti personali di come mi abbia aiutato in tanti anni di pratica. Contemporaneamente, dopo il mio ultimo disco solista Passeggeri del 2020, avevo scritto alcune canzoni che avevano come tema centrale la consapevolezza di sé e la connessione con la natura. Ho pensato di integrare le due cose in un libro in cui i capitoli sono scanditi dalle mie canzoni, che diventano il punto di partenza per raccontare i principia della mindfulness e le sue origini. Ho pensato poi di aggiungere anche le pratiche meditative registrate per rendere il racconto ancora più esperienziale.
Il titolo è evocativo. Che tipo di “presenze” ha voluto raccogliere?
Innanzi tutto ho scelto questo titolo perché mindfulness è l’arte di essere presenti a sè stessi. Le presenze nel libro sono di tipo culturale come le voci dei tanti autori che mi hanno ispirato da Thoreau a Chandra Candiani. Ci sono presenze animali e vegetali perché la natura ha un ruolo importante in queste pagine, avendo dedicato un capitolo al rapporto tra mente e natura e descrivendo diverse pratiche meditative da svolgere all’aperto. Infine ci sono presenze spirituali che vengono in particolare dal mondo buddista.
Tra i riferimenti culturali emergono Thoreau, Tich Nhat Hanh, Carrère, Hesse, Rumi. Come ha scelto questi interlocutori interiori?
Direi che sono tutte le voci di autori che ho incontrato e reincontrato lungo il sentiero della meditazione, raccogliendo citazioni in libri, corsi, ritiri ed esperienze correlate alla mindfulness. Mano a mano che incontravo spunti ispiranti me li segnavo e un po’ alla volta sono finiti quasi tutti nel libro. Thoreau ad esempio l’avevo conosciuto al Liceo guardando il film l’Attimo fuggente e l’ho reincontrato tanti anni dopo in un libro di Jon Kabat-Zinn, il padre della mindfulness.
Nel libro la mindfulness non è semplicemente una tecnica, ma assume una valenza etica, estetica e quasi ontologica. Che cosa rappresenta per lei, oggi, questa pratica?
Sicuramente è importante fare in modo che la mindfulness non sia sono un tecnica per migliorare il benessere psicologico o per gestire lo stress, ma ricordare le radici profonde da cui proviene, cioè il buddismo, una filosofia che può avere potenzialità profondamente trasformative. Per questo motivo, pur essendo una pratica laica, non si può prescindere dall’aspetto etico. Andando oltre le apparenze più superficiali della tecnica psicologica, vivere seguendo i principi della mindfulness può veramente fare la differenza, non solo nel rapporto con sé stessi, ma anche nel rapporto con gli altri e con l’ambiente che ci circonda, cioè il mondo.
Uno degli assi portanti del libro è il legame fra mente e natura. Qual è la funzione terapeutica della natura in questo contesto?
Ho dedicato un capitolo al rapporto tra mente e natura. Nell’ultimo anno ha fatto un corso di forestbathing e ho fatto varie letture sull’argomento.Ci sono sempre più evidenze dell’effetto benefico della natura sulle nostre menti, in particolare in un momento storico in cui le nostre menti sono iperstimolate e sollecitate dal punto di vista digitale. Il forest bathing favorisce il benessere psicologico, mentre la terapia forestale trova indicazioni in diversi disturbi come la depressione o l’asma. L’effetto benefico dell’immergersi nella natura è quasi immediato, c’è uno studio ad esempio che mostra che già dopo un’ora nel bosco la nostra amigdala, nucleo del cervello che si attiva con la risposta da stress, riduce la sua attività.
Lei propone anche l’uso della canzone come strumento meditativo.
Le canzoni sono uno strumento espressivo che amo da sempre, visto che le scrivo da quando ho 16 anni. Sono uno strumento comunicativo completo, capace di sensibilizzare su temi psicologici, sociali ed esistenziali. Così come le poesie possono aiutarci a dare voce ai sentimenti e a esprimere le nostre emozioni: un aspetto fondamentale per gestirle meglio. Penso possano essere usate anche in qualche momento meditativo, magari tra una pratica e l’altra o alla fine delle pratiche, così come si usano le poesie.
Come psichiatra, ha trovato nella mindfulness uno strumento clinico? O è qualcosa che oltrepassa l’ambito terapeutico?
La mindfulness è sicuramente uno strumento clinico di comprovata efficacia nei disturbi d’ansia, da stress e nella depressione. Estenderei il suo utilizzo dall’ambito clinico a quello, più in generale del nostro benessere esistenziale.
Nel testo ricorrono parole come “abitarsi”, “lasciare andare”, “intenzione”. Parole-chiave della meditazione. Che cosa significa, per lei, “abitarsi”?
Abitarmi per me vuol dire prima di tutto prendermi il tempo per ascoltarmi, nel corpo e nella mente ogni giorno, spesso in più momenti della giornata. Vuol dire anche cercare al meglio che posso di vivere in sintonia con le persone e l’ambiente che mi circonda.
Il libro si chiude con una poesia e uno spazio vuoto per le annotazioni del lettore. Come mai questa scelta?
Ci tenevo che fosse un libro “esperienziale”, da vivere oltre che da leggere e quindi che potesse contenere uno spazio per riflessioni, appunti, note, anche disegni eventualmente.
Chiudendo il libro, cosa spera resti al lettore?
Spero possa restare la curiosità per continuare a ad ascoltarsi, ad abitarsi e a coltivare la consapevolezza, ricordando che essere presenti è un atto rivoluzionario.
Mara Cozzoli