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Il lavoro che cambia: le competenze come vera assicurazione sul futuro

Nel dibattito sul futuro del lavoro si parla di tecnologia, innovazione e grandi trasformazioni, ma troppo raramente si parte da ciò che ne determina davvero il successo o il fallimento: le persone.
In questa intervista, Daniela Sbatino, Presidente di Time Vision, offre uno sguardo concreto e diretto su un tema sempre più urgente: il ruolo delle competenze come leva di crescita individuale e collettiva.
Tra responsabilità condivise, formazione continua e trasformazioni del mercato, emerge una visione chiara: il lavoro non è solo adattamento al cambiamento, ma uno spazio in cui costruire valore, identità e futuro.

Dottoressa Sbatino, si discute molto di futuro del lavoro ma, spesso, il dibattito sembra distante dalla realtà delle persone. Da dove parte il suo punto di vista?

Parto da una certezza che ho maturato costruendo un’impresa: le persone non sono variabili di un’equazione economica. Sono l’equazione. Quando un’organizzazione funziona davvero, funziona perché le persone che la abitano hanno spazio per crescere, per sbagliare, per diventare migliori. Quando invece si inceppa, quasi sempre si scopre che da qualche parte qualcuno ha smesso di investire sulle persone, magari convinto di stare risparmiando.

Il mercato del lavoro sta cambiando a una velocità senza precedenti. Quanto è difficile, oggi, per lavoratori e lavoratrici, riuscire a tenere il passo?

Difficile, sì. Ma non impossibile, e questa differenza conta. Quello che mi preoccupa non è la velocità del cambiamento in sé, l’Italia ha sempre saputo adattarsi, è nel nostro DNA da secoli. Quello che mi preoccupa è quando il cambiamento piomba sulle persone senza che abbiano gli strumenti per affrontarlo. Perdere un lavoro perché un algoritmo ha reso obsoleta una competenza è un dramma sociale, non un dato statistico. E quel dramma si previene con la formazione, con l’aggiornamento continuo, con organizzazioni che smettono di trattare la crescita delle persone come un optional.

Dal suo osservatorio di imprenditrice, a chi spetta la responsabilità di garantire opportunità concrete di formazione e aggiornamento?

La responsabilità è condivisa, ma non equamente distribuita. Le istituzioni devono creare le condizioni — politiche attive del lavoro che abbiano un senso reale, non solo sulla carta. Le scuole devono smettere di formare per un mercato che non esiste più. Ma le imprese — e qui parlo anche a me stessa — non possono aspettare che lo faccia qualcun altro. Se voglio collaboratori capaci di affrontare il 2030, devo iniziare a formarli oggi. La formazione continua non è un benefit che si dà ai più meritevoli: è un’infrastruttura. Come la connessione internet in ufficio — nessuno si sogna di considerarla un lusso.

C’è il rischio che il tema del “futuro del lavoro” resti un discorso astratto, lontano da chi oggi vive condizioni di precarietà?

Questo rischio esiste ed è concreto. Il discorso sul futuro del lavoro può diventare un privilegio — accessibile a chi ha già una rete, già una formazione di base, già un margine di sicurezza per potersi permettere di pensare al lungo termine. Chi è precario, chi ha un lavoro che rischia di sparire, chi non ha mai avuto accesso a percorsi di crescita professionale: per queste persone parlare di “competenze fluide” e “ecosistemi di valore” suona come una presa in giro. Per questo il tema dell’accesso è cruciale. Non basta che la formazione esista: deve essere raggiungibile, concreta, calata nei contesti reali in cui le persone vivono e lavorano.

Lei sostiene l’importanza del lavoro come strumento di realizzazione personale, oltre che di sostentamento. È ancora una visione attuale?

Lo è sempre stato, ma per troppo tempo l’abbiamo dato per scontato nel modo sbagliato — come se bastasse avere un’occupazione per realizzarsi. Non è così. Un lavoro che svilisce, che ripete senza mai sfidare, che non lascia spazio all’autonomia, non realizza nessuno. Al contrario, un lavoro in cui una persona vede crescere le proprie competenze, in cui capisce il senso di ciò che fa, in cui si sente parte di qualcosa di più grande della propria mansione: quello sì, cambia la vita. E cambia anche il modo in cui una persona sta nel mondo, nelle relazioni, nella comunità. Il lavoro — quello vero, quello in cui ci si riconosce — è ancora uno dei percorsi più potenti di riscatto e costruzione di sé. Questa convinzione è alla base di ogni scelta che faccio come imprenditrice.

Se potesse cambiare concretamente un aspetto del modo in cui il mondo del lavoro tratta le persone, quale sarebbe?

Che si smettesse di considerare la formazione un costo da tagliare nei momenti di difficoltà. È esattamente il contrario: nei momenti di difficoltà la formazione è ciò che permette a un’organizzazione — e a una persona — di riemergere più forte. Chi ha competenze aggiornate non viene sopraffatto dall’automazione: la usa. Chi sa imparare non è mai davvero obsoleto. Vorrei che questa consapevolezza diventasse cultura diffusa: nelle imprese, nelle politiche del lavoro, nelle famiglie quando parlano ai figli di cosa significa costruirsi una carriera. Il lavoro del futuro non si eredita. Si costruisce ogni giorno.

Mara Cozzoli

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