Ivano Conti: la canzone che restituisce un nome al silenzio
Spesso una canzone nasce da un ricordo personale, altre volte da un’esperienza vissuta. Più raramente tda unrae origine da una notizia di cronaca che ci attraversa e non ci lascia più in pace.
È quello che è accaduto a Ivano Conti con “Elena vi saluta“, un brano nato dopo aver letto la storia di Elena Gurgu, una giovane donna di 26 anni morta suicida nel carcere di Sollicciano, a Firenze.
Un titolo di giornale, poche parole , “Solo in otto al funerale” , e una domanda difficile da ignorare: come può una vita finire nel silenzio quasi totale? Da questo interrogarsi è nata una canzone sobria e profondamente umana, che non cerca colpevoli né spiegazioni facili, ma prova a restituire voce a una storia destinata a scivolare via tra le tante notizie del giorno.
Ho chiesto a Ivano Conti di descrivercci come è venuta alla luce questa canzone e cosa significa,, oggi , dare memoria, attraverso la musica, a una vita che rischiava di essere dimenticata.
Com’è nato questo testo?
Da una promessa fatta ad Elena durante una preghiera. Quando ho deciso di iniziare a scrivere una canzone per lei, in pochi minuti il testo aveva gran parte della forma finale.
Nel raccontare la genesi della canzone ha parlato di un incontro casuale con una notizia di cronaca. C’è stato un momento preciso in cui quella storia ha smesso di essere solo una notizia e ha iniziato a trasformarsi in una canzone?
Sì. Stavo seguendo la messa per la commemorazione dei defunti del 1 novembre, e il sacerdote ha chiesto di pregare per le persone dimenticate. In quel momento ho pensato ad Elena e le ho promesso che avrei fatto per lei l’unica cosa che so fare per non dimenticare, ovvero scriverle una canzone.
Il titolo dell’articolo che ha letto, “Solo in otto al funerale”, è una frase semplice ma devastante.
Che tipo di emozione le ha lasciato dentro quella frase? È stato quello il primo seme da cui è sorto il testo?
Mi ci sono immedesimato. Se in un gesto estremo di disperazione una persona sceglie di porre fine alla sua vita, nel momento del suo funerale credo si palesi l’affetto non mostrato e la misericordia e il dolore per chi non c’è più. Mi son chiesto chi poteva aver lasciato così poco di sé e se davvero lo meritava.
Nel brano si percepisce un forte senso di responsabilità nel raccontare una storia che rischiava di essere dimenticata.
Scrivere questa canzone è stato, in qualche modo, un gesto per restituire dignità e memoria a una vita rimasta ai margini?
La disperazione e la depressione impediscono di vivere, e fanno vedere tutto negativo. Si arriva a pensare di essere inutili e un peso per gli altri. Quando poi si è in una situazione così “critica” come è una vita relegata all’interno delle mura di un carcere, la dignità è quasi un’utopia. Nel scrivere il brano ho più volte pensato che l’unico atteggiamento da avere con chi sta pagando per una colpa, non è quello di cancellare la sua esistenza escludendolo dalla società, bensì mostrargli una società inclusiva che lo valorizza e lo porta ad essere partecipe del bene comune.

Ha scelto di riprendere questa vicenda con un tono misurato, quasi trattenuto, evitando ogni enfasi.
Quanto è stato difficile trovare l’equilibrio tra il rispetto per una storia così dolorosa e il rischio di trasformarla in un racconto troppo narrativo o spettacolare?
Volevo creare una sorta di fotografia in musica. Volevo raccontare quello che avevo visto in maniera oggettiva e lasciare il giudizio a chi avrebbe ascoltato il brano.
La frase “Elena vi saluta”, scritta sul muro prima di togliersi la vita, è di una semplicità disarmante.
Quando l’ha letta, cosa ha immaginato? Un addio? Un gesto di gentilezza verso il mondo? O forse un ultimo tentativo di essere vista?
Ci ho visto tenerezza. Come chi saluta timidamente mentre sta uscendo di casa. E poi il voler che il suo nome ci fosse, come a dire “sono proprio io… adesso vado”. Da un altro punto di vista però ci ho visto anche tanta solitudine, ovvero nessuno che le abbia detto “No, dai… resta ancora un po’ con noi…”.
“Quando la speranza non ha futuro
quello che resta è una scritta sul muro,
come il grido di una voce muta:
Elena vi saluta.”
Nel testo emerge anche il percorso difficile della sua vita: l’emigrazione, la solitudine, le scelte forzate, il carcere.
Nel narrare questo contesto, ha sentito il peso di rappresentare non solo una persona, ma anche tutte quelle vite che spesso restano invisibili?
Ho cercato un po’ di informazioni su Elena, quelle poche che i giornali potevano raccontare. E ci ho visto una storia che poteva essere quella di tanti… Andata via di casa giovane, in giro per l’Europa senza soldi, il cercare un modo per sopravvivere, un figlio avuto e portato via… Elena rappresenta quel desiderio di vita bella che abbiamo tutti, ma che le opportunità e le scelte le hanno negato.
La canzone sembra andare oltre il singolo episodio di cronaca e aprire una riflessione più ampia sulla società e su come guardiamo alle persone ai margini.
Pensa che la musica possa ancora essere uno spazio capace di dare voce a queste storie?
La musica può fare questo e anche di più. Già il fatto che adesso stiamo parlando di Elena perchè c’è una canzone che racconta di lei, vuol dire che la musica ha già mosso il nostro torpore e sta interrogando la nostra coscienza. Poi sta a noi ascoltatori fermarci al solo aspetto musicale, oppure addentrarci in quello che sta comunicando.
Chi ascolterà questo brano entrerà inevitabilmente in contatto con una vicenda molto dura.
Che tipo di reazione spera possa nascere nell’ascoltatore: compassione, consapevolezza, memoria?
Spero che chi ascolti per prima cosa realizzi che la solitudine è un nemico da combattere e che bastano pochi gesti per poterlo vincere. E che non c’è persona che meriti di essere privata della dignità della vita, nonostante il giudizio che si possa avere.
Se Elena potesse ascoltare oggi questa canzone, cosa le piacerebbe che sentisse dentro queste parole?
Anche se non ci siamo mai conosciuti, vorrei che vedesse in me un amico.
La storia di Elena non può più essere cambiata. Certamente può essere ricordata. In un tempo in cui le notizie scorrono veloci e le vite ai margini rischiano di diventare solo numeri, una canzone può ancora fermare lo sguardo e restituire un nome, un volto, una traccia di umanità. Forse non possiamo salvare tutte le esistenze, ma possiamo almeno evitare che vengano dimenticate.
Mara Cozzoli