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“Luca Attanasio: l’ambasciatore dimenticato. Una morte che grida ancora giustizia.”

Un servitore dello Stato ucciso in circostanze ancora oscure, un’indagine che non decolla, un silenzio istituzionale assordante.
Luca Attanasio, ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, è morto il 22 febbraio 2021 insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista Mustapha Milambo.
A quattro anni di distanza, molte domande restano senza risposta, tra omissioni, immunità diplomatiche e processi dai contorni discutibili.
Luca Attanasio, giornalista che ha dato voce alla sua storia attraverso il podcast “Luca Attanasio, L’’ambasciatore dimenticato”, ci accompagna in un viaggio dentro una verità scomoda, di cui lo Stato italiano sembra non voler parlare.
Questa intervista è un atto di memoria, ma anche di accusa: perché dimenticare Luca significa dimenticare chi siamo e cosa dovremmo difendere.


Spesso dimentichiamo che, prima ancora della professione svolta, esistono le persone. Raccontiamo il lato umano di Luca Attanasio.

Ho avuto la fortuna di conoscere Luca per evidenti motivi e, sebbene svolgessimo professioni differenti, avevamo dei punti in comune: la passione per l’Africa, per la geopolitica e, infine, un forte interesse per il Congo, una delle situazioni più problematiche dell’intero continente africano.
Siamo entrati in contatto perché avevo seguito un’inchiesta sul cobalto prodotto in Congo. Anzi, per essere più precisi, il 70% del cobalto mondiale giace sul suolo congolese.
A differenza di altri diplomatici che ho avuto modo di conoscere, Luca mi colpì molto per il suo essere un diplomatico in mezzo alla gente. Non gli interessava rimanere chiuso nei circoli pubblici europei: voleva incontrare la gente, capirne i problemi. Voleva svolgere un ruolo di aiuto, di pace, di sostegno a queste popolazioni molto sofferenti, anche a causa di secoli di schiavitù e colonizzazione europea.

Focalizziamoci sul contesto in cui Luca Attanasio si trovava a operare.

Lui era ambasciatore italiano presso la Repubblica Democratica Congolese, viveva a Kinshasa, la capitale, ma si spostava spesso in altre zone del Paese anche più problematiche, in particolare il Kivu del Nord, dove si trova Goma, luogo in cui venne ucciso.
Luca si spostava per incontrare italiani, ma anche per capire la situazione e vedere se poteva dare un contributo.
In queste zone c’è un conflitto aperto da oltre un decennio, quindi la situazione è molto pesante.

Le ho fatto quest’ultima domanda per aprire riflessioni su quanto accade quel maledetto 22 febbraio 2021, quando insieme a Luca, nel corso di un agguato perse la vita anche Vittorio Iacovacci, carabiniere e l’autista Mustapha Milambo. Mi ha spiegato una realtà instabile. È normale che in queste situazioni un diplomatico, un servitore dello Stato viaggi senza scorta armata e senza auto blindate? Dinamiche discutibili… Ripercorriamo l’accaduto.

Luca Attanasio doveva andare a ispezionare una serie di progetti finanziati, in qualche modo, dall’Italia e appaltati al Pam, un organismo dell’Onu, che erano stati pensati per le mense scolastiche.
Un progetto di svariati milioni di dollari che avrebbe portato i bambini di un’area sottosviluppata a mangiare regolarmente. Due giorni prima della morte, Luca scoprì che la prima parte del progetto nel Kivu del Sud non solo non era mai partito, ma i fondi erano scomparsi.Verosimilmente, la seconda parte dell’ispezione che si sarebbe dovuta svolgere nel Kivu del Nord, nello specifico a Rutshuru, preoccupava Luca, perché temeva che anche quei fondi potessero scomparire o fossero scomparsi e il progetto mai partito. La sera prima di morire, a cena con il suo amico vulcanologo Dario Tedesco, Luca si confidò: era arrabbiato con i dirigenti del Pam, con Rocco Leone perché o non avevano vigilato o, addirittura, magari, avevano contribuito alla sottrazione dei fondi.
Attanasio aveva scoperto che qualcosa non andava, quindi partì.
La cosa che creò subito molto scalpore fu la partenza senza scorta armata, in quelle zone in cui avvengono rapimenti, stragi, omicidi e agguati.
Un report dimostra che ogni anno, proprio in quel tratto di strada, avvengono migliaia e migliaia di questi episodi, quindi è impensabile che chiunque viaggi senza scorta, in particolare un ambasciatore.
È partito senza veicolo blindato.
Terzo elemento scandaloso: è partito, ma nei registri ufficiali non è mai stato registrato.

Entriamo nel merito di questo punto.

Certo, i dirigenti del Pam hanno falsificato i verbali e i nomi di Attanasio e Iacovacci non sono mai comparsi.

Domanda più o meno retorica: perché?

Questo non si è mai capito.

I due dirigenti del PAM sono stati ritenuti colpevoli di gravissime inadempienze nell’organizzazione del viaggio, ma non saranno mai processati.

Esatto, non verranno mai giudicati dalla magistratura italiana perché hanno chiesto l’immunità diplomatica di cui tutti i dipendenti ONU godono.
Il Governo italiano non ha fatto nulla per respingerla, anche perché – ennesimo scandalo in questa vicenda oscura – l’Italia non si è costituita parte civile nel processo.

La morte di un ambasciatore avrebbe dovuto generare reazioni forti da parte del suo Paese d’origine. Perché l’Italia ha scelto di non costituirsi parte civile?

Non ce l’hanno mai spiegato.
Ufficialmente, hanno detto cose molto vaghe del tipo: “Era meglio così perché altrimenti avremmo creato problemi di relazioni con l’ONU, dato luogo a precedenti”.
Insomma, spiegazioni vaghe e deboli, anche perché qui non stiamo parlando di un contenzioso tra ONU e Italia – ad esempio su un caso di distrazione di fondi o corruzione – allora potrei anche comprendere che l’Italia non voglia scontrarsi con un organismo così grande e accettare l’immunità diplomatica. Ma qui stiamo parlando dell’uccisione di un ambasciatore e del carabiniere di scorta.
L’ambasciatore è il più alto rappresentante del nostro Stato: non si può accettare di non indagare su un episodio così grave.
Perché è stato organizzato così male un viaggio che coinvolgeva un ambasciatore? Il dubbio che sia stato preparato male proprio perché si voleva che andasse a finire male, sorge.
Magari non si voleva arrivare a questo, magari si voleva solo che l’ambasciatore si spaventasse e non andasse oltre con le verifiche.
Finché nessuno potrà mai essere processato, questa cosa non sarà mai chiarita.

Fino ad ora, che spiegazioni sono state date circa la cattiva gestione dello spostamento di Luca Attanasio?

Nessuna.

Nessuna? Mi sta dicendo che c’è stato il silenzio assoluto?

Il PAM è scomparso. Chi come me segue il caso ha provato a contattare varie volte l’ufficio stampa del PAM, dell’ONU. Da pochi giorni dopo la morte di Luca Attanasio, sono letteralmente scomparsi.
Non abbiamo una dichiarazione, una testimonianza.

Nel suo podcast, ad un certo punto, spiega che i carabinieri del ROS giunti in Congo per fare rilievi e parlare con i testimoni, sono stati bloccati, se ho capito bene. Non hanno potuto fare nulla. Perché? Gli impedimenti erano di natura giuridica?

Questa è stata un’altra cosa assurda. All’inizio c’è stata poca collaborazione da parte dell’autorità congolese.
Anche qui, però, le faccio notare la debolezza estrema dell’Italia, che non è riuscita a imporsi con il governo congolese nel cui territorio è stato ucciso il proprio ambasciatore.
I ROS sono andati due volte in Congo, ma si sono fermati a Kinshasa che, dal luogo in cui è avvenuto l’attentato, dista duemila chilometri.
Che tipo di indagini avete fatto se non siete neanche andati a vedere le macchine? Non è mai stata fatta una perizia, ad esempio.
Non hanno mai interrogato le persone sul posto, non sono mai andati a sentire i testimoni.
Quando Luca è stato ucciso era giorno di mercato. Tutto giace nella mente di chi, secondo me, ha voluto piano piano oscurare questa cosa… tanto è vero che, quattro anni e mezzo dopo, noi non abbiamo ancora una verità.

Nel caso in cui il nostro Paese avesse davvero messo in atto un tentativo di insabbiare la vicenda, a quale scopo lo avrebbe fatto?

Per evitare problemi nei rapporti con l’ONU, per non aprire contenziosi.  Per interessi che non conosciamo, probabilmente c’è qualcosa di losco che l’Italia non vuole venga a galla.
A forza di tergiversare siamo arrivati a quattro anni e mezzo… e, secondo me, andrà sempre peggio.
Il padre di Luca è molto arrabbiato perché tutto sta finendo nell’oblio. Il mio podcast è stato l’unico strumento d’inchiesta approfondita.
Oltre a me, ci sono colleghi de I”l Fatto Quotidiano” che hanno seguito la vicenda. Ma, con il tempo, tutto si è perso.

Nel suo podcast “Luca Attanasio: l’ambasciatore dimenticato”, lei parla anche di presunte irregolarità nel rilascio di visti.

Fondi sottratti, possibili irregolarità nel rilascio dei visti… e nessuno approfondisce?

Sui visti c’è stato un tentativo di approfondimento, è stata inviata una commissione d’indagine.
Da tutto ciò, però, non è emerso nulla di concreto: nessun arresto, nessun indagato.
Le ripeto, è tutto molto nebuloso, anche se i visti possono essere una delle cause, non l’unica né la principale.
Tutto rientra in questa fitta nebbia in cui nessuno vuole davvero entrare.

Per capire: che rapporti intercorrono tra Italia e Congo e qual è il ruolo dell’ONU?

Dopo la morte dell’ambasciatore, l’Italia ha mandato in Congo tre ambasciatori: uno facente funzione e due in sostituzione. I rapporti credo siano rimasti costanti.
Il problema è che, a un certo punto, quei rapporti si sarebbero dovuti incrinare.

Era proprio questo il punto a cui volevo arrivare.

L’Italia avrebbe dovuto, diplomaticamente, infuriarsi.
Invece sembra che vada tutto bene, come se non fosse accaduto nulla di grave.
Alcuni diplomatici di altri Paesi mi hanno detto: “Se fosse successo all’ambasciatore americano o francese, sarebbe arrivato l’esercito”.
L’Italia, invece, non ha mosso nulla. Questa apparente tranquillità è grave. Doveva accadere l’opposto. Avremmo dovuto pretendere delle verità che nessuno ha mai chiesto.
Per quanto riguarda l’ONU, si è scelto di non irritarlo.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dichiarato di non voler compromettere i rapporti tra il nostro Paese e l’ONU, per non creare ripercussioni sugli italiani all’estero.
I rapporti con l’ONU vanno bene, ma il punto centrale resta la morte di Luca.
L’Italia non ha alzato la voce con chi ha organizzato male la missione del nostro ambasciatore.

Peraltro, la stessa ONU ha riconosciuto quelle che sono state le inadempienze.

Esatto, lo hanno ammesso apertamente.

Una loro ammissione diretta. Più di così?

Però non accettano che i loro sottoposti vengano processati.

Il processo per la morte di Attanasio si è svolto anche in Congo, ma con molte incongruenze. In Italia, invece, si è concluso con un non luogo a procedere.

In Italia è stato chiuso con un non luogo a procedere a causa dell’immunità diplomatica. Quindi, nulla di fatto. La magistratura, giustamente, dice: “Se il Governo non revoca l’immunità diplomatica, io non posso interrogare né convocare. Di conseguenza, chiudo il procedimento”.
Archiviazione, dunque. Nel 2023 si è aperto in Congo un processo a carico di 5/6 presunti esecutori dell’omicidio di Attanasio. Sono stati arrestati in circostanze sospette: la polizia del Kivu del Nord li ha fermati senza l’autorizzazione del presidente congolese. Ci sono immagini che mostrano questi soggetti scalzi, sdraiati su un prato. È lecito chiedersi: com’è possibile che queste persone abbiano progettato ed eseguito un attentato così grave, fino a uccidere un ambasciatore? Uno di loro, un mese dopo l’arresto, è stato rilasciato e poi linciato dalla folla, alimentando ulteriori dubbi. Questi cinque, che inizialmente avevano confessato, al momento dell’inizio del processo hanno ritrattato tutto.
È emerso che sono stati interrogati senza la presenza di avvocati, le confessioni sarebbero state estorte con la tortura e uno di loro non poteva nemmeno trovarsi sul luogo dell’agguato, perché detenuto in carcere.
Nonostante ciò, il processo è andato avanti: gli uomini sono stati condannati a morte, pena poi commutata in ergastolo.

I sacrificabili?

Tutti sanno che questi cinque sono solo dei poveracci, capri espiatori, offerti all’opinione pubblica per chiudere il caso.
Ho parlato con centinaia di persone: il cardinale e arcivescovo di Kinshasa, quattro giornalisti locali, amici di Luca, diplomatici, esponenti della stampa e della società civile. Tutti, unanimemente, mi hanno detto che questa versione non regge.
Anche se questi avessero avuto un ruolo, durante il processo non sono mai emersi né un mandante, né un movente.
Perché avrebbero ucciso Attanasio? Chi li ha organizzati?
Su questo siamo tutti d’accordo: erano solo manovalanza, persone semplici, quasi tutti analfabeti, incapaci persino di firmare.
E stiamo parlando dell’attentato a un ambasciatore: gente così non avrebbe potuto orchestrarlo da sola. C’è qualcos’altro dietro. Ma chi? Questo non è mai stato accertato.

Arrivati a questo punto, facciamo una sintesi, per rendere tutto più chiaro.

Sul fronte italiano: nessun colpevole. Su quello congolese: cinque persone che, probabilmente, non c’entrano nulla e, anche se coinvolte, non si conoscono né mandanti né movente.
Anche loro sono stati interrogati dai ROS, ma solo a Kinshasa, senza poter indagare sul territorio.
Infine, non è mai stato ascoltato Rocco Leone, il dirigente del PAM seduto accanto ad Attanasio, unico testimone diretto. Perché non è stato interrogato? Non possiamo processarlo per via dell’immunità diplomatica, ma perché non può essere sentito come testimone?

Da tutta questa vicenda il nostro Paese non ne esce bene.

Uno Stato che si arrende così di fronte alla morte di due suoi servitori non è credibile.
Quando Luca è stato ucciso, tutti pensavamo che almeno una parte della verità sarebbe emersa.
Invece, dopo quattro anni e mezzo, siamo sbalorditi: non solo non è emerso nulla, ma la vicenda è stata silenziata.
Questo rende l’Italia molto debole. Gli italiani che lavorano all’estero non possono sentirsi sicuri se lo Stato non è in grado di tutelarli.

Mara Cozzoli

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