Sibilla Aleramo. Una donna

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“Accettando l’unione con un essere che m’aveva oppressa e gettata a terra, piccola e senza difesa, avevo creduto di obbedire alla natura, al mio destino di donna che m’imponesse di riconoscere la mia impotenza a camminar sola”.

 

Pubblicato nel 1906, Una donna risulta essere uno dei primi libri di stampo femminista apparso in Italia.
Sibilla Aleramo non mostra solo il proprio talento, ma rivendica quella che la modernità definisce parità di genere;  il periodo storico di riferimento la classifica come “ribelle”.
Da un semplice diario deriva un’opera letteraria incentrata sull’auto analisi.
Una vita narrata partendo dall’infanzia, ritenuta “libera” e “gagliarda”, dal quale emerge un amore sconfinato verso il padre.
 “L’amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma per il babbo avevo un’adorazione illimitata; e di questa differenza mi rendevo conto, senza osare di cercare le cause”, sentimento che, ad un certo punto, attraverso l’introspezione, è posto in discussione.
Al contrario la figura materna e il rapporto che ne deriva sono collocati in subordine, considerata quest’ultima debole e sottomessa.
A soli quindici anni, dopo aver subito uno stupro, come i dettami impongono, arriva al matrimonio.
In modo brusco vi è il passaggio dall’adolescenza all’età adulta con ineluttabile discesa negli inferi di una prigione: la coesistenza con un uomo meschino, non stimato e una vita divorata dal gretto provincialismo.

 

“Appartenevo ad un uomo, dunque? Lo credetti dopo non so quanti giorni d’uno smarrimento senza nome. D’improvviso la mia esistenza già scossa già scossa per l’abbandono di mio padre, veniva sconvolta, tragicamente mutata. Che cos’ero io ora? La mia vita di fanciulla era finita. Il mio orgoglio di creatura libera e riflessiva spasimava; ma non mi permetteva d’indugiarmi in rimpianti e discolpe, mi spingeva ad accettar la responsabilità dell’accaduto”.
Ciò che Sibilla denuncia è la condizione comune a molte donne, di  ieri, come di oggi.
Una sfera fatta di violenza, solitudine e inguaribile bisogno d’amore.
Un circolo vizioso che sfocia nella depressione per condurre alla morte, in alcuni casi.
Donne, madri e figlie nelle cui esistenze assumono le vesti di creature sacrificali, anziché di esseri umani pensanti.
La storia si ripete dunque, tramandata di generazione in generazione.
Il tentato suicidio, la progressiva demenza  e in seguito la morte della madre, causate da tensioni familiari e alla relazione extraconiugale del padre,  divengono il punto dal quale sorgono una serie di riflessioni che conducono Sibilla lungo la strada che la condurrà all’ autonomia.

Per diciotto anni , l’infelice aveva vissuto nella casa coniugale. Come moglie, le poche gioie si erano mutate in infinite pene: come madre non aveva mai goduto della riconoscenza delle sue creature. Il suo cuore non aveva mai trovato la via dell’effusione. Era passata nella vita incompresa da tutti: fanciulla, la sua famiglia la considerava romantica, esaltata e nello stesso tempo inetta, benché fosse la più intelligenza e seria della numerosa figliolanza”.
Donne destinate a non raggiungere uno sviluppo psichico, emotivo e professionale, date prematuramente  in sposa a un uomo del quale divengono schiave.
Si domanda: ”Amare, sacrificarsi e soccombere! Questo il destino suo e forse di tutte le donne?”.
Seppur in rapporto alla gravidanza, intercorre la dicotomia carne/sangue,  il figlio diviene  simbolo dell’amore unico e rifugio, al quale la donna dona tutta se stessa. Per la prima volta,  il suo sangue, il suo spirito si fondono con quelli di una creatura, la sua creatura.

Quando il marito si trova costretto a partire la donna cede alle lusinghe di un uomo, le cui parole svegliano una fiamma mai accesa, travolta, percepisce sensazioni nuove.
Le conseguenze che ne derivano sono devastanti: tentativo di suicidio e segregazione forzata voluta dal marito.
L’episodio pone inoltre l’accento sull’ipocrisia tipica dei piccoli paesi.

Dopo il trasferimento dell’intera famiglia a Roma, la donna inizia la collaborazione con una testata giornalistica; si rende così conto che una donna deve necessariamente esprimere la propria identità anche al di fuori del contesto familiare, per conquistare in tal modo la propria indipendenza.
Il pensiero che la guida è il ricordo della madre, che ha sacrificato la già infelice vita a figli e uomo – padrone.

Inizia quindi un doloroso percorso interiore al termine del quale, decide di abbandonare la casa coniugale.
Si sottrae alla squallida realtà, ma il prezzo che paga è alto:  perdita dell’ educazione del figlio che, da quel momento, non può veder crescere.
“ E verrà educato al culto della legge, così utile a chi è potente : amerà l’autorità e la tranquillità e il benessere

Soffermata a osservarne il volto, vi riconosce  nello sguardo il suo stesso dolore, in contrapposizione alla durezza del padre dipinta sulle labbra.

In conclusione non manca di soffermarsi sull’assenza di diritti spettanti alla donna.
“…sapeva che non potevo iniziare causa di separazione per mancanza di motivi legali. Mi pervenne il rifiuto dell’autorizzazione maritale per riscuotere l’eredità di mio zio. Infine, anche l’avvocato rinunziò a ogni trattativa. Io restavo di proprietà di quell’uomo, dovevo stimarmi fortunata ch’egli non mi facesse ricondurre con la forza. Questa era la legge”.

Tradotto in danese, francese, tedesco, inglese, olandese, spagnolo, svedese e polacco,  se analizzato in ogni sua parte,  “Una donna”,  per quanto autobiografico,  denota un impianto letterario che permette di considerarlo vero e proprio romanzo.
 
Sibilla Aleramo, pseudonimo di Marta Felicina Faccio si spegne a Roma nel gennaio 1960.
A salvarla dal baratro, lei, signora scrittura.

“Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Conservati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d’oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti inevitabile!”