Perché il fuoco non muore. Ricordando Tina Modotti.

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Operaia, attrice, fotografa, militante politica e antifascista.
Donna dalla vita intensa, Assunta Adelaide Luigia Saltarini Modotti nasce a Udine il 17 agosto 1896.
Il punto di partenza per poterne comprendere la figura è una sciarpa di colore azzurro, la quale racchiude il senso della vita e dell’arte di Tina.
La indossa mentre si reca a lavorare in fabbrica, la riscalda e ricorda alla sua anima la bellezza di cui è portatrice.
Più tardi, quando decide di venderla per sfamare la famiglia diviene emblema della generosità che gli è propria.
Il mito “Modotti”, dal carattere impetuoso e battagliero giunto a noi tende ad annebbiarne il lato umano, il quale emerge dalle lettere scritte a Edward Weston.
Da uno scritto datato 27 gennaio 1922: “Sì – essere ubriachi di desideri bramare di soddisfarli – e tuttavia averne paura – rimandare – questa è la suprema forma di amore. E’ molto tardi ora – e io sono esausta per l’intensità dei miei sentimenti – Le mie palpebre pesano per il sonno ma nel mio cuore c’è una gioia nascosta per le ore che saranno ancora nostre”. Ancora, 14 novembre 1926 “accetto il tragico conflitto tra la vita che cambia continuamente e la forma che la fissa immutabile. Ma come posso scrivere ancora – questo terribile dolore al mio cuore non mi lascerebbe continuare. A presto caro- continuo a immaginarti con i tuoi ragazzi perché questo mi fa venire un sorriso di tenerezza e pace sulle labbra”.
Trasferitasi in America nel 1913 vede la vita subire innumerevoli cambiamenti e porte che inevitabilmente le si aprono.

Inizia a lavorare presso una fabbrica di camice, allo stesso tempo recita. Possiede un dono naturale  e tutti coloro che la vedono rivestire un ruolo ne rimangono affascinati.
Lascia il  lavoro di per dedicarsi interamente al teatro. Da questo momento, recita nella compagnia “Città di Firenze” insieme a Serragnoli.
Elogiata per le interpretazioni in “La morte civile” e “Spettri” di Ibsen.
Arriva anche il grande il schermo, Hollywood: “The Tiger’ s  Coat”. 
Frequenta mostre e ad una di esse conosce il canadese Roubaix dell’Abrie Richey, poeta e pittore che dipinge quella bellezza tanto cercata da Tina.
Uomo fragile, riconosce nella giovane quel velo di malinconia che sovrasta anche lui, ad accomunarli una sorta di “male di vivere”.
La donna però una marcia in più, è sanguigna e non esista a lanciarsi dentro a quel mondo negatogli per troppo tempo.
Nel 1921 conosce Edward Weston, amico di Richey.
Rimangono affascinati l’uno dall’altra, due anime gemelle, passionali, che si abbandonano senza nutrire rimorso nei confronti dei rispettivi coniugi.
L’emozione tra i due cresce, è carne e spirito, il marito non può che cedere il passo all’amico.
Tina è rivoluzionaria e passionale, Weston forte, irruente e altrettanto passionale.
Lei diventa sua modella, allieva e nel giro di un anno sua amante.

I più grandi vogliono immortalarla, il primo è proprio Weston. Tina abbassa lo sguardo, si morde il labbro inferiore, volge i grandi occhi neri verso un punto infinito, scopre il seno e posiziona le mani all’altezza del cuore.
Arrivano poi i nudi sulla terrazza di casa, i quali non solo riportano a uno stato di intimità, ma ricordano un dialogo a due.
Sdraiata, mani incrociate dietro la schiena e mento che leggermente le sfiora la spalla: è erotismo, non semplice e banale nudità. È anima, la ragazza si racconta e si lascia raccontare, osservare e, così facendo impara a conoscere se stessa.
“Due corpi si tramutano in uno”. Sono sangue e respiro. Come ogni storia è destinata a finire, a dividerli l’arte.
Nel 1924 Tina espone nel corso di una mostra del compagno. Impossibile non rendersi conto dell’indipendenza artistica raggiunta.

L’allieva supera il maestro.
Scrive Weston: “Tina ha fatto una foto che mi piacerebbe poter firmare con il mio nome; questo non mi capita spesso. Le fotografie di Tina non perdono nulla accanto alle mie”.
Nel 1928 le parole dell’uomo sono le seguenti “Tina cara, se io sono stato importante nella tua vita, certamente tu lo sei stata nella mia. Ciò che mi hai dato in bellezza è una parte costante di me e con me resta ovunque la vita mi conduca. Questo pensiero non ha bisogno di elaborazione!”.
Lascia il Messico, lascia Tina, le dice “Addio”: fiducia e affetto rimangono integri, per sempre.
Tina è decantata da Diego Rivera che la vuole come modella per illustrare sui muri dell’università di Chapingo la rivoluzione agraria in corso. Ancora un nudo: lei a rappresentare il Messico, la terra che i contadini devono difendere e amare.
Dopo la rottura con Weston si iscrive al partito comunista.
Inizia a documentare il lavoro dei muralisti facendo conoscere la rivolta socio- culturale in corso.
Attraverso i suoi scatti racconta storie di sacrificio e povertà rendendo loro dignità.
Ferma l’obiettivo su donne con la schiena piegata dal lavoro, uomini invecchiati nei campi, mani su un badile con calli e rughe.

I suoi scatti guardano al sociale.
Al rientro da una manifestazione comunista, ritrae una donna che con passo militare e sguardo duro e deciso,  regge la bandiera messicana.
Il mondo politico non apprezza tutto ciò: la campagna denigratoria tendente a screditarne il lavoro, inizia. Non arretra, Tina, ma, prosegue per la sua strada.

Nel 1927 attraverso “El Machete” firma un manifesto intitolato “ Contro il terrore fascista” ossia, un appello a partecipare alla manifestazione in memoria di Gastone Sozzi, giovane operaio ucciso per le sue idee antifasciste.
Amore e passione questa volta scoppiano con Antonio Mella.
Creano insieme il Comitato “Manos fera de Nicaragua” contro l’occupazione statunitense.
Mella è scomodo: un cubano che vuole Cuba libera e sollecita il popolo alla rivolta e chiede le dimissioni volontarie o forzate di Machado.
La nostra artista è lì, accanto a lui, sempre, nella vita, nella battaglia e nella morte. Maledetta sera, quella del 10 gennaio 1929. Antonio ha appena ricevuto una soffiata: Machado ha ordinato la sua morte. Impossibile non credere a quella minaccia.
Una coppia cammina per strada, qualcuno li segue. Inizialmente è solo una sensazione, in seguito è certezza. Antonio viene raggiunto da uomo, scoppia una lite. Parte uno sparo, Il proiettile gli perfora l’intestino dopo aver colpito il braccio sinistro. Trova la forza di urlare: “Machado ha ordinato che mi assassinassero”. Parte un secondo sparo che gli perfora un polmone: l’uomo cade a terra. La corsa in ospedale è vana, i  suoi occhi si chiudono per sempre, non più un soffio di respiro: da questo momento, per Tina, la vita si spegne, termina con un ultimo ritratto al suo uomo.
Chi ha voluto la morte di Mella? Le ipotesi sono diverse, la più credibile è quella che porta a Machado,  ma l’attenzione si sposta altrove. Si parla di delitto passionale (Tina, la libertà sessuale e la bassa attenzione nel proteggere la propria vita privata), poi di matrice internazionale, e anche in questa ipotesi Tina è chiamata in causa: donna dominatrice e perversa, spia russa mandata da Stalin per colpire un trotzkista. Viene interrogata e mediaticamente condannata. Colpevole, di cosa? Rea di amare, di seguire le sue passioni, prigioniera di un corpo che ha spogliato per l’arte.

I nudi realizzati per Weston divengono pubblici: Tina è una prostituta, Tina vende il corpo. A difenderla Diego Rivera, il più grande artista messicano che mette in atto la sua “LEZIONE” sulla libertà dell’arte e dell’artista.: “I nudi circolati sui giornali, sono opera del Maestro Edward Weston. La signora Modotti ha posato per lui in qualità di modella professionista. Nessuno scandalo, dunque, semplice lavoro”, prosegue: “se qualcuno dovesse volere altre foto andate a vedere il mio murale all’università di Chapingo”.
La sinistra messicana accusa Machado, la tensione è alta.
29 gennaio 1929. Su “El Universal illustrado”, Cube Bonifant firma il seguente testo: “Hanno assassinato l’uomo che amava, mentre era al suo braccio. Non si è strappata i capelli, non ha gridato, non si è gettata, furiosa, sul cadavere, non ha detto con voce stridula, che senso ha la vita, non ha avuto nessun attacco, non ha pianto rumorosamente sul feretro, non si è lamentata della sua sorte, non maledisse l’assasino. Alla sepoltura non si appoggiava a nessuno, non portava il velo, non singhiozzava, non si sforzava di mostrarsi distrutta. Il feretro scendeva nella terra, non ha gridato, non ha cercato di gettarsi sulla tomba, non si è strappata i vestiti, non è svenuta. Il giorno dopo, non è rimasta a letto, non ha assicurato che per lei tutto fosse finito, non ha detto di essere invecchiata di 10 anni, non ha esclamato di volere morire. Ma la gente, ormai abituata alla teatralizzazione del dolore, ha commentato: questa donna non ha cuore”.
10 febbraio 1929. Nel corso di un incontro organizzato dalla Lega antimperialistica e dal Comitato pro Mella, Tina prende parola: “Nella persona di Mella, hanno ucciso non solo un nemico del dittatore cubano ma, il nemico di tutte le dittature. Machado, una caricatura di Mussolini, ha commesso un nuovo crimine. La sua morte fa tremare i suoi assassini e rappresenta per quelli lo stesso pericolo come nella sua vita da combattente.  Un mese dopo il vigliacco assassinio, onoriamo la memoria di Mella promettendo di seguire il suo cammino fino a ottenere la vittoria di tutti gli sfruttati della terra”.

3 dicembre 1929. Presso la Biblioteca National dell’Universidad Nacional Autonoma de Mexico viene inaugurata la prima e ultima mostra di Tina. Eccola, la piccola “analfabeta”  giunta dall’ Italia che non ha mai smesso di porsi domande e di cercare risposte,  ha rivoluzionato l’arte  e , nell’esatto momento in cui si teorizzava la “rivoluzione culturale”  la stava già compiendo: attraverso il teatro prima, passando poi al cinema, facendosi infine fotografare per poi passare dall’altra parte dell’obiettivo.
Tina fonde arte e propaganda con armonia.
Nell’ambito dell’esposizione i suoi “codici” colpiscono.

Vi sono numeri nascosti dietro ai suoi scatti: 27 e 123 sono richiami agli articoli della Costituzione messicana  relativi a proprietà della terra e diritto al lavoro. 
Pali elettrici, cantieri in costruzione, gente umile, contadini, donne che allattano figli, uomini che leggono “El Machete”, immagini di propaganda come la donna che porta la bandiera messicana, falce e martello intrecciati: sono questi i svariati volti del Messico.
E poi, la foto di Mella.
Inaspettatamente, torna la sensualità dei primi piani: filo rosso che la lega alla lezione di passionalità targata Weston. 
L’esposizione assume la forma di protesta attuata con fine intelligenza. Tina si scaglia contro la miseria e la repressione; rende inoltre pubbliche fotografie di un’inchiesta riguardante la povertà messicana in contrapposizione a sperperi e corruzione

Detenuta per tredici giorni e condannata all’esilio inseguito all’attentato al neo eletto presidente messicano Ortiz Rubio, il 22 febbraio 1930 viene fatta imbarcare.
Giunta in Germania, trascorre sei mesi a Berlino per poi seguire in Russia il nuovo partner: Vittorio Vidali.
L’esperienza sovietica è traumatica, Tina non è più la stessa: perde la voglia di fotografare.
Il Comintern ordina a Vidali di trasferirsi in Spagna, la situazione politica è instabile. Il paese si trova nel bel mezzo di un conflitto di classe. La tensione sociale è forte. Tina lavora presso vari ospedali data la carenza di personale. Quando l’ordine arriva, svolge opera di propaganda. Il suo compito è quello di diffondere il pensiero Sovietico. C’è una guerra civile in corso, fascisti e nazisti decidono di sostenere il generale Franco. Vidali, assunto il nome di Comandante Carlos deve individuare gli esponenti più pericolosi dei movimenti antistanlinisti e colpirli.
Tina è devastata, irriconoscibile. Compagna di un uomo accusato di complotti, attentati, epurazioni, omicidio Mella e infine di essere l’assassino di Trotskij.
Stanca di queste morti, osserva ma non fotografa.
Nella primavera del 1937 partecipa a Valencia al Congresso internazionale degli scrittori contro il fascismo.
Ritrova Pablo Neruda e David Siqueiros, conosce Ernest Hemingway e Robert Capa. Si reca poi a Madrid per il Congresso Mondiale della Solidarietà.
Robert Capa, Gerda Taro e David Seymour cercano di riportarla in asse.
Dopo la morte di Mella, la vita di Tina ha perso senso, e questo ha permesso a Vidali di cambiarla.
Rientra in Messico.

5 gennaio1942. Vidali e Tina sono a cena dall’architetto Hannes Mayer in compagnia di amici. Vittorio deve rientrare per terminare la stesura di un articolo, lei rimane.
Accusa un malore, chiede che le venga chiamato un taxi.
Tina è colpita da un attacco cardiaco, chiude gli occhi, non c’è più. Qualcuno parla di avvelenamento, il dito è puntato contro Vidali. Altra strumentalizzazione politica: uccisa perché sapeva troppo, omicidio organizzato nei minimi dettagli dai comunisti.
Pablo Neruda difende Vittorio: “ Carlos e io vegliavamo il piccolo cadavere. Veder soffrire un uomo tanto forte e coraggioso non è uno spettacolo piacevole. Quel leone sanguinava mentre entrava nella ferita il veleno corroso dall’infamia con cui, ancora una volta, si voleva sporcare Tina Modotti, ormai morta. Il Comandante Carlos ruggiva con gli occhi arrossati. Tina era  di cera sulla sua piccola cassa di esiliata. Io tacevo impotente davanti a tutto il dolore umano riunito in quella stanza”.
Il dolore del poeta è  racchiuso in una poesia, i cui primi versi sono scolpiti sulla tomba al Pantheon de Dolores di Città Del Messico: “Tina Modotti, sorella non dormi, no, non dormi: forse il tuo cuore sente crescere la rosa di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa. Riposa dolcemente sorella. Pourque el fuego no muere”.

Scrive Kenneth Rexroth, poeta americano: “C’era un caffè dove erano soliti riunirsi politici, pistoleri, toreri, criminali, e attrici di vaudeville. Ma la persona più straordinaria di tutte era una fotografa, modella, prostituta d’alto borgo e Mata Hari del Comintern. Fu la protagonista di un truculento assassinio politico ed era ciò che credo si chiami una bellezza universale”.

Tina Modotti sarà in mostra presso il Mudec di Milano a partire dal 18 gennaio 2021: Tina Modotti. Donne, Messico e Libertà.