Émile Zola, Germinale.

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“Nella pianura nuda, dentro una notte senza stelle, scura e densa come inchiostro, un uomo percorreva da solo la strada maestra tra Marchiennes e Montsou, dieci chilometri di selciato che tagliano in linea retta attraverso i campi di barbabietole. Non vedeva nemmeno dove metteva i piedi, e avvertiva la presenza dell’immenso orizzonte piatto solo per via delle folate del vento di marzo, raffiche ampie come se soffiassero sul mare, gelide per aver spazzato distese di paludi e terre brulle. Nella sua mente vuota di operaio senza lavoro e senza tetto c’era una sola idea, la speranza che col sorgere del sole il freddo si sarebbe fatto meno intenso”.

Mi fermo un istante, chiudo gli occhi: davanti a me compare Émile Zola.
Riesco a vederlo, è lì, si aggira tra i vicoli bui di Parigi, o, si cala in qualche putrida miniera; il nostro autore è alla ricerca della realtà per poterla analizzare.
Ciò che è tangibile è vasto, assume svariate sfumature, e molto spesso è complesso, sicuramente in continua evoluzione. Di conseguenza, la mano dello scrittore deve correre velocemente, così come la realtà stessa, trasmettere la vita nel suo completo svolgersi.  Con Zola sorge una nuova figura di scrittore che non si limita a svolgere il suo lavoro dietro a una scrivania: viaggia, s’informa in prima persona e vive sulla propria pelle quanto in forma di romanzo si accinge a raccontare.
Perché Germinale? Germinale è il mese della fioritura, della rinascita della natura dopo il gelido grigiore invernale.
La voce di Emile, spiega le ragioni di tale titolo: “Un giorno, per caso la parola Germinal mi affiorò sulle labbra . All’inizio non mi piaceva, la trovavo troppo mistica, troppo simbolica, ma rappresentava quello che cercavo, un aprile rivoluzionario, un dissolversi della società cadente nella primavera. É diventata per me un raggio di sole che illumina tutta l’opera”. 
Romanzo dal carattere storico- sociale ispirato a fatti realmente accaduti.
Nel febbraio 1884, i minatori di Anzin , cittadina del Nord situata sull’Escaut, optarono per lo sciopero quale forma di protesta. Grazie alla sua amicizia con il deputato Giard, Zola ottenne il permesso a visitarne il giacimento. Sofferente di claustrofobia, armato di block- notes si calò insieme ai cavatori a una profondità di 650 metri.
Raggiunse le gallerie più larghe, gli stretti cunicoli, udì i colpi delle piccozze, respirò l’odore dell’aria stagnate e provò il supplizio dell’eccessivo calore causa di svenimenti. 
La concezione formatosi dei minatori, ai tempi, rispecchiava i canoni stabiliti dalla borghesia: esseri violenti, pronti a tutto e assetati di vendetta. Viverli, sfiorarli, permise a  Zola di modificare la sua visione personale.
A colpirlo la solidarietà che legava l’uno all’altro e la dignitosa sofferenza che ne solcava i volti. 

A scuoterlo le pessime condizioni di salute, particolare questo, che lo indusse allo studio di ogni cartella clinica.
Volse l’attenzione  al lavoro minorile e agli infortuni sul lavoro, scoprì in ogni uomo un’immensa forza di spirito.
Il periodo di riferimento, per quanto  caratterizzato da progresso industriale, fu l’ epoca in cui i passi compiuti dal capitalismo non si trovarono in equilibrio con la  condizione operaia.
Ne derivò un’opera nella quale spazio e tempo vennero descritti nei minimi dettagli.
Attraverso l’ esposizione di tali componenti si apre il primo manoscritto della storia della letteratura a sostegno della classe debole.
Etienne, giovane disoccupato, nel corso di una gelida notte fa il suo ingresso a Montsou in cerca di occupazione. Sono circa le quattro del mattino, e nello stesso istante, i piedi di una ragazzina toccano un freddo pavimento: per lei, è l’inizio di una dura giornata lavorativa. “Catherine fu la prima a essere pronta. Si infilò i pantaloni da minatori, infilò il blusotto di tela e legò la cuffia blu intorno alla crocchia. Aveva l’aria di un ometto in quei vestiti puliti del lunedì, e di femminile le restava solo il leggero ancheggiare”.
“Personaggio” principale è il Voreaux (dal francese Vorace), miniera equiparabile a una sorta di Minotauro che nascosto nella sua tana tutto sbrana: uomini, animali e oggetti: “..si trovavano come schiacciati tra volta e parete, costretti a trascinarsi con le ginocchia e i gomiti, non potendo neanche girarsi senza ferirsi la pelle. Per staccare il carbone dovevano rimanere stesi sul fianco, torcere il collo e, con le braccia alzate, maneggiare di sbieco il piccone a manico corto.  In alto la temperatura arrivava fino a trentacinque gradi, l’aria non circolava e a lungo andare l’afa diventava mortale…”.

Luogo a cui misere vite sono incatenate; esistenze che quotidianamente scendono al pozzo piegate nel corpo e nella mente. A quale scopo? Nutrirsi.
Fulcro della vicenda è l’eterno conflitto tra chi detiene il potere e chi per necessità è costretto a sottomettervisi. Nell’ambito del romanzo è il vecchio  Bellamorte, carrettiere, a incarnare quest’ultima condizione, ovverosia, il destino di tutti coloro che in silenzio accettano il proprio status, soggiogati dall’eterna convinzione del loro essere barbari.
Lo scontro è dunque quello tra due classi sociali: la borghesia da un lato e il mondo operaio dall’altro, paragonabile l’uno a una bestia malvagia e l’altro a un gregge spaventato; il lavoro è sinonimo di punizione per un  peccato commesso, la miniera un inferno le cui fiamme circondano ogni anima.
Eterna condanna scagliatasi anche su donne e bambini , dal colorito cereo, denutriti e devastati dall’anemia.
Esseri umani che vedono nella sessualità (e quindi nell’accoppiamento) il trionfo della vita sulla morte; lo stesso atto di procreare costituisce un mezzo di sostentamento: più figli, più braccia utili al lavoro e di conseguenza una possibilità in più di sopravvivenza.” Quest’ amore libero, che sotto le sferzate dell’istinto seminava bambini nelle pance di quelle ragazze appena donne, quest’amore fatto intorno alla macchina spenta e vicino al pozzo stanco di vomitare carbone, sembrava una rivincita della creazione”.
Persone per le quali il termine intimità è sprovvisto di significato: costretti a vivere ammucchiati in casette, separate da pareti talmente sottili che anche il minimo respiro le attraversa. Vivere così, gomito contro gomito, privi di una propria vita che diviene vita comune.
Domanda: è possibile impedire all’operaio di pensare?
No, non lo è.  Etienne, l’uomo  comparso misteriosamente dal nulla, come Teseo, dopo essere penetrato nel regno del mostro,  magicamente regala loro presa di coscienza e speranza per il futuro.
Da ignorante si tramuta in autodidatta. Studia e diventa un buon oratore capace di trascinare chiunque. La sua è una rivolta istintiva circondata dall’inerme malcontento dei compagni.
Rabbia per paghe disastrose,  uomini ridotti alla fame, clorosi, anemia, scrofolosi, reumatismi , grasso catarro nero di carbone che colpiscono la salute di tutti i minatori, ennesimo incidente sul lavoro e conseguente morte di un padre di famiglia accompagnata dall’invalidità di  Jeanlin (uno dei tanti bambini sfruttati), accendono fuoco, passione, voglia di equità e stabilità: è la soglia del cambiamento.
No, non si può fermare un vento che si è alzato.
Come al cinema, scorrono le immagini e i suoni di una tragedia prevedibile: un terribile scricchiolio, a seguire una frana. Un lungo silenzio e le urla di esseri umani che chiamano a gran voce i compagni. Dalle macerie si ode il rantolo della morte, un rantolo che diventa sempre più distinto fino a guidare i minatori a recuperare due corpi: uno privo di vita, e l’altro con la colonna vertebrale all’apparenza tranciata.
Ecco, l’episodio dal quale scaturisce un lungo stop da parte di tutti i lavoratori.
Lo sciopero fallisce, i soldi finiscono e il rischio è morire di fame. Il solo fatto che il blocco di ogni prestazione ebbe inizio li proiettò verso una città ideale: acquisirono fiducia per l’avvenire. Finalmente, nei loro occhi splende una nuova luce. Quel raggio di sole è la consapevolezza di miseria e potenza che gli appartengono.
Colui chesvegliò gli animi fu il primo a ridiscendere al pozzo insieme a Catherine. Già, quella ragazzina, che al suo arrivo lo accolse con un sorriso tendendogli la mano. Il loro amore non è destinato a sbocciare. A morire sotto le macerie questa volta è lei. Ma, di fronte all’approssimarsi della fine, i loro corpi fondono in un ultimo  disperato “bisogno di vivere”.
Con Germinale, Zola da voce al popolo dei minatori,  ne consegna al mondo la storia, rendendo loro onore. A conclusione romanzo,  lascia intravedere un futuro di giustizia che riscatta le pene e le iniquità del presente.
“Dal fertile fianco sgorgava la vita, le gemme si schiudevano in foglie verdi, i campi tremavano per lo spuntare dell’erba. Ancora, ancora, sempre più distintamente, come se si fossero avvicinati alla superfice, i compagni battevano. Sotto i raggi infuocati del sole, in quel mattino di giovinezza, era di questo rumore era di questa rumore che la campagna era gravida. Spuntavano degli uomini, un esercito nero vendicatore che germogliava lentamente nei solchi, che cresceva per le raccolte del secolo futuro e presto la sua germinazione avrebbe fatto esplodere la terra”.
Zola si spense il 29 settembre 1902, trovato privo di vita in casa propria. Causa: asfissia da esalazioni di monossido di carbonio derivanti da una canna fumaria otturata. Quattro anni prima pubblicò sulle pagine dell’Aurore il celebre “J’Accuse”, atto di denuncia della macchinazione ai danni del capitano Deyfrus.
L’articolo in questione generò la sua condanna a un anno di carcere e costituì la ragione per cui decise di partire esule in Inghilterra.
Al ritorno in Francia, inaspettatamente, trovò la morte. Ancora oggi si pensa a un assassinio.
Il giorno dei suoi funerali, una delegazione di minatori accompagnò il suo feretro come  segno di riconoscenza. Fu l’unico ad  accogliere la loro causa, e  lottò per qualcosa di giusto, con l’unico mezzo di cui disponeva: la letteratura.
Quel giorno,  sfilarono insieme a lui per l’ultima volta, al grido di: “Germinal! Germinal! Germinal!”