#BCM19.DCA: il cancro della psiche. Intervento di Cozzoli Mara.

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Anoressia, rifiuto del cibo.
Bulimia, abbuffata.

Per quanto apparentemente differenti, non è propriamente vero: si incrociano e incontrano tra loro.
Vi sono due sottotipi di bulimia: con condotte di eliminazione tramite vomito autoindotto, uso di lassativi e diuretici; senza condotta di eliminazione, nel quale vengono utilizzati altri comportamenti “compensatori”, quali il digiuno o l’eccessivo esercizio fisico.
Identico discorso vale per l’anoressia, vi è un sottotipo con restrizione e un secondo con abbuffate e susseguente eliminazione.
Adesso chiudete gli occhi e provate a immaginare: una ragazzina, 15, o forse 16 anni. Rientrando da scuola si sofferma per qualche istante ad osservare la propria immagine riflessa nella vetrina di un negozio.
Un vortice, una tempesta, un salto nell’abisso.
43, 42, 41, 40…no, ancora non bastano…39, 38, 37…, no, ancora no! La dipendenza legata all’ago della bilancia diventa sempre più forte.  Sorgono sensi di colpa e paura ogni qualvolta ingurgita anche una briciola di cibo…allora, scatta la fase “vomito indotto”.
Il peso continua a calare, alla compagna di classe che le chiede : “Perché lo fai? Sei brillante, intelligente, hai una bella famiglia. Non esiste motivo”. Risponde: “Sono grassa, brutta, ho il sedere grosso e i fianchi larghi”.
Dispercezione corporea.

Numeri, calcolo calorie e peso: una prigione.
Si sentiva forte e anche invidiata:” Ma come fai a essere così’ magra? Beata te…Come riesci a fare tutte queste cose?” Si chiama delirio di onnipotenza: “Io riesco dove voi non riuscite, anzi, sono tanto in gamba da lanciare un guanto di sfida alla morte e vincere la partita, sono in grado di stare in piedi anche senza nutrirmi”. Ovviamente, è tutta un’illusione.
Arrivano i 27 kg, ospedalizzazione e alimentazione forzata mezzo sondino
.
Peso, pesante, pesare…come la vita stessa.
Ora riaprite gli occhi: quel cucciolo spaventato è ora una donna matura, decisa e consapevole di ciò che è stato.
Finalmente può rispondere alla domanda postale dall’amica: “Beh, in quello che tu ritenevi perfezione qualcosa non ha funzionato, mancavano gli elementi essenziali: amore, emozioni e capacità decisionale smorzata tempo prima”.
L’anoressia è un sintomo, è la materializzazione di una profonda sofferenza.
Porta alla luce ciò che nel proprio intimo non funziona.

La sua origine è remota, non nasce nel momento in cui si “opta”  per il dimagrimento. Come dire: “Io sto male oggi, ma il mio conflitto vive in me da tempo”.
Il disagio avrebbe potuto essere manifestato in altro modo: alcolismo, tossicodipendenza e quant’altro.
Una bomba ad orologeria che scoppia improvvisamente.
Chiamati in causa infanzia ed equilibri intra familiari precari, malati, ma rinnegati da entrambe le  figure genitoriali.

Attraverso digiuno e dimagrimento, provava a se stessa che poteva esercitare una forma di controllo sul proprio corpo e sui propri bisogni, negando fame, stanchezza e desiderio sessuale. Letteralmente fuggiva da ciò a cui un essere umano è per sua natura assoggettato.
Cibo = Vita, Sesso, Amore
Seduta dopo seduta, viene a cadere il sillogismo secondo il quale: Se A allora B, Se B allora C e di conseguenza A implica C.
Già ,perché mano a mano che la psicoterapia procede, tanti pezzi di vita che aveva scordato, rinnegato e rifiutato, riemergono.
Si rivede bimba all’asilo che piange e urla: “Voglio la mia Lucia!”. La zia che si occupava di lei quotidianamente e che aveva sostituito nella bambina la figura materna.
Sente dentro di sé le paure e le fragilità del piccolo anatroccolo che mai ha voluto ascoltare.
A volte, questi fatti o accadimenti non si incastrano tra loro. Un filo conduttore però esiste: l’affettività; i disturbi alimentari riguardano infatti la sfera affettiva.
“Papà? perché tutti questi troppo? Perché tutte queste responsabilità, sono solo una bambina! Papà, perché ingabbi la mia gioventù? Cosa succede se non rispetto il tuo volere? Mi ameresti meno?  Papà, papà… perché non ti metti in discussione? E tu mamma, che osservi da spettatrice esterna, perché non fai nulla per bloccare questi meccanismi, per quale motivo lo assecondi sempre sempre?”.
Mamma, forse non ti rendi conto di una cosa: ho distrutto il mio corpo, perché associavo l’idea di femminilità alla tua figura di donna, moglie e madre.
Poi la rabbia, nei confronti di un padre, che, certamente, le ha voluto bene, ma resosi conto dell’ingestibilità della situazione rimane inerme a guardare
.
Perché è così difficile far capire? Perché ancora si pensa che l’origine della malattia sei tu? Tu che non vuoi mangiare, tu che disprezzi il cibo, tu che fai i capricci.
Utilizzò il proprio corpo per rendere armonica la relazione madre/padre.
Quella ragazzina si perdeva nei propri abiti per scomparire, per scappare dal mondo, si schifava al punto da non voler essere vista, ma allo stesso tempo richiedeva attenzione e visibilità: “Eccomi, sono qui, guardatemi, leggetemi… Se voi mi guardate, anche per un solo istante, io esisto.”
Attraverso la strumentalizzazione del corpo cercò di tradurre in parole quanto non era in grado di spiegare.


L’anoressia è un mezzo di protezione (autodistruttivo), cercò di proteggersi da rabbia, paura del vuoto e abbandono, tentò di allontanare la disperazione, anche se a costo di autotutelarsi rischiò di morire
; mancanza di autostima, dipendenza dall’apprezzamento altrui, ricerca d’amore e aiuto.
Quella donna, adesso, non è più invisibile, e questo la spaventa: “Chi mi proteggerà se sbaglio? Nessuno. E se deludo le richieste di chi mi ruota intorno? Chi mi proteggerà dalla vita? Quella nuova vita che ora si è scelta, fatta di obiettivi che lei stessa ha stabilito e da alcuno impostole”. Ha imparato a conoscersi, e, abbandonata l’onnipotenza che per anni l’ha contraddistinta, se sente il bisogno di fermarsi, si ferma e… riprendiamo domani, tanto non succede niente.  Infondo puntualità e perfezione sono concetti relativi.
E se mi apro alla vita, alla felicità, cosa mai accadrà? Sicuramente, questa donna non si adatterà più alle aspettative altrui, ma si adatterà a se stessa. Amerà, un giorno, forse…
La strada è ancora lunga, consapevole di non uscirne pulita al 100%, continuerà a lavorare per rendersi equilibrata e funzionale, bloccando quei meccanismi che per anni l’hanno reclusa.


Non basta riprendere a mangiare, occorre portare ordine, dentro, prendere il disturbo e darvi un senso, ricordarsi che sono proprio gli affetti a dare significato alla nostra esistenza, anche quando,  per paura che tutto possa svanire ci si chiuderà e irrigidirà.
Rendersi pragmaticamente egoista. “Cogito ergo sum”.
Conscia del fatto che, delusioni, fallimenti, obblighi e doveri faranno sempre parte della sua vita, li affronterà con leggerezza che, mai più, si tradurrà in leggerezza del corpo.
Lo scricciolo, ormai cresciuto, non ricerca più l’abbraccio di mamma e papà.

Ricordo che di anoressia si muore.

Concludo citando Anais Nin : “E venne il giorno in cui il rischio di rimanere chiuso in un bocciolo divenne più doloroso del rischio di sbocciare”.