#BCM19. VOLEVO ESSERE UNA FARFALLA.COME L’ANORESSIA MI HA INSEGNATO A VIVERE.

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“Non esistono anoressiche e bulimiche. Esistono solo tante persone che utilizzano il corpo per dire qualcosa. Che non sanno più bene come “Aprirsi e chiudersi al mondo”.

Proponiamo oggi il testo scelto dalla redazione di Milano più sociale come base per spiegare i disturbi alimentari nella nostra società nel corso
dell ‘edizione 2019 di Bookcity Milano: Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mia ha insegnato a vivere di Michela Marzano, accademica, saggista e scrittrice.
Cosa si nasconde dietro il termine anoressia? Forse tutto, forse tanto, forse niente.
Un viaggio introspettivo nel quale l’autrice spiega i meccanismi nei quali per anni si è incagliata e che risultano la causa della sua anoressia.
Badate bene, non è una semplice cronaca di un episodio di vita vissuta, ma molto di più: è la testimonianza di una strada percorsa, la quale, attraverso il dolore riesce a trovare una nuova strada, un nuovo approccio alla vita, senza lasciare alle spalle vecchie ferite, perché, come lei stessa afferma: il passato è dietro l’angolo, pronto a sferrare un nuovo attacco.
“Il passato non passa mai. Ormai lo so. Perché l’inconscio non conosce il tempo e si insinua ovunque, quando meno te lo aspetti”.
Dalla sofferenza non si guarisce mai definitivamente, siamo condannati a portarcela dentro e, una volta elaborata, accettarla per quello che è.
Analizza ogni parte di sé, Michela.
Peso, pesante, pesare.. essere la più brava, crearsi un falsò sé, sempre pronta ad adattarsi alle aspettative altrui.
L’anoressia della saggista è stata una stampella per proteggersi dal caos interiore…dal fatto che non sapeva bene cosa desiderava, perché infondo avrebbe voluto solo essere felice.
Questo disturbo altro non è che uno portare allo scoperto ciò che non funziona nel profondo. È un’occasione per rimettersi in discussione,  uno strumento di protezione che allontana la disperazione e contiene il tumulto che si agita nel proprio intimo.
La prima figura messa in discussione è quella paterna, che in certo qual modo
veicola la sua vita, tramutandola in una serie di doveri e obblighi, e che riduce a una serie di “ troppo” una ragazzina. Michela sente i bisogni del padre e vi si adegua, un padre che non è mai stato neanche in grado di rimettersi in discussione, nemmeno nel momento in cui la malattia è ormai palese e il castello di carta di carta crollato; ogni parola del padre, distrugge, deforma la realtà. Per anni, Michela afferma di aver sofferto di “Double-Bind” ovvero un doppio legame. Doveva essere come quest’ultimo imponeva, e al tempo stesso essere indipendente. Il discorso è che questi elementi non collimano. “ Se non ascolti tuo padre sbagli, perché solo lui ti vuole veramente bene”. “Se non ascolti tuo padre, non sarai mai autonoma”. In sintesi: come si può essere indipendente e il perfetto spaccato del volere paterno?Ovviamente a queste parole può credere solo una bambina innamorata del padre. Ecco, amore, parola chiave del sintomo.
Michela si trova a metà, tra l’obbedire e il ribellarsi. Tutto il contrario di tutto, mangiare e vomitare è la giusta metafora. Sceglie la ribellione: il sintomo, ma allo stesso tempo obbedisce agli ordini per non perderne la stima.
Il dolore della nostra saggista è legato all’infanzia, sente la voce lontana di una ferita che inizialmente non riesce ad inquadrare, poi…tutto torna.
Una tremenda paura di essere abbandonata, la quale sorge quando una mattina si sveglia e la madre non c’è, una madre dal quale non si era mai staccata. In quell’occasione in seguito a malore, la madre venne ricoverata per settimane in ospedale; situazione di abbandono che l’autrice rivive ogni volta che si innamora. Paura, paura…allora si alzano le barriere difensive e scatta il meccanismo rifiuto del cibo.
Da buona filosofa, insinua il dubbio circa ogni diceria relativa a chi soffre di anoressia: anoressica manipolatrice, primo tra i luoghi comuni dei ciarlatani che nulla conoscono, identificazione nella figura materna, implicita richiesta d’attenzione del corpo, non  si permette di trasmettere alcuna verità, perché non esistono verità assolute, nessun vissuto può essere spiegato ma solo compreso. Ogni sua spiegazione tecnica, condotta con estrema dolcezza ha il sapore della provocazione.
Scava dentro se stessa, e si rende conto dell’impossibilità di liberarsi dal peso della vita, però, mano a mano, diviene cosciente del fatto che può affrontarlo, sfidarlo, sentirlo, guardarlo dritto in faccia, ma mai fuggirvi. Ogni peso, se ben elaborato può essere sopportato.
Le anoressiche, sì, vogliono essere guardate, vogliono attirare l’attenzione. Quel corpo che cerca attenzione, altro non è che un sintomo: “ Io sono qui, voi dove siete?”.
È
proprio questo il problema, essere guardate, come dire: “Eccomi, guardatemi, in questo modo potete rendervi conto che sono “altro” rispetto a ciò che pensate che sono”. Nonostante tutto senza l’amore di chi guarda non si può vivere.
“Questo è il mio corpo. offerto in sacrificio per voi e per tutti”.
“Tu che non vuoi mangiare. Tu che non vuoi fare uno sforzo per uscire dal tuo mondo folle. Tu che non la smetti di lamentarti. Tu che potresti comprarti un vestito da sera, andare al cinema, fare l’amore..”
In tutta questa apparente perfezione, ciò che riesce difficile spiegare è che in realtà manca qualcosa di fondamentale, cioè la convinzione che vivere è bello, il che si traduce in assenza di gioia e pace.
Mancanza di voglia, senso di vuoto, sentire che la morte è una liberazione e che il vero terrore è la vita stessa.
Paura di uscire da casa, chiudere gli occhi e non svegliarsi più…. Michela sente la forte seduzione di afferrare un coltello e impiantarlo nella propria carne, per provare meno dolore. Il problema risiede nel fatto di non riuscire a vedere l’esistenza in modo diverso, bensì come una sorta di prigione, in cui è presente una porta, senza chiavi, che deve essere “solo” spalancata.
Già, il meccanismo che muove tutto è l’autostima: la sensazione di essere inutile, di non servire a nulla, di non avere alcun valore.
In realtà quello della Marzano è un inno alla vita, quando seduta dopo seduta arriva alla conclusione che nonostante tutti i pesi, ci si può ugualmente sentire leggeri, sopportare ma non eliminare, perché la vita è un insieme di elementi: doveri, impegni, delusioni, fallimenti e imprevisti, non per questo bisogna eliminarsi.
Nel momento in cui cade, individua il modo per rialzarsi, contara sulle proprie forze e soprattutto sorge in lei la certezza che la sofferenza le ha insegnato a vivere.

Michela Marzano

Apprende che la vita senza amore non sarebbe niente, e l’amore non può non prescindere da una sana dipendenza. “ Dipendere senza però credere che il proprio valore dipenda unicamente dal valore che l’altro è disposto a darci”.
Dal dolore impara che l’affetto si vive e si sente, anche se in generale tentiamo di ridurli, al fine di vederli sfuggire da un momento all’altro.
Emozioni ed affetti danno senso alla vita, anche se affacciandoci al mondo la tendenza è barricarsi dietro la razionalità, per evitare di essere travolti da un abisso, soprattutto quando ci innamoriamo.

Ma, solo precipitando nel vuoto, iniziamo veramente ad essere presenti.
Sospesa tra vita, morte e dolore, Michela identifica le proprie fragilità, complessità, contraddizioni e l’immenso bisogno d’amore a prescindere da quella che è.
Non cerca un filo logico, ma rimane sempre coerente con se stessa e il suo reale vissuto.
“Oggi ho quarant’anni” dice Michela ”E tutto va bene. Cioè…sto male ma male come chiunque altro. Perché ognuno a modo suo, sta male. E allora, la notte continuo a svegliarmi all’improvviso. Comincio a pensare a tutto quello che ho fatto, che devo fare, che non farò mai. Ho sempre paura di non farcela, E talvolta non riesco più a addormentarmi.
Oggi so che qualcosa è cambiato. Ormai so che, prima o poi passerà. Che basta fermarmi. Non rispondere al telefono. Non accendere il computer. Non parlare. Non muovermi. Non fare nulla. Soprattutto non cercare quelle braccia che potrebbero stringermi forte e consolarmi. Perché non ho più un anno e mezzo. Non sono più quella bambina piccola che avrebbe voluto essere coccolata dalla mamma”.