Violenza fisica e psicologica. Intervista a Francesca Santini, psicologa centro Cadom sede Seregno.

0
460

Violenza domestica, una piaga che ancor oggi, nel 2019, sembra non trovare soluzione.
Insieme a Francesca Santini, psicologa e Responsabile Accoglienza centro Cadom sede Seregno,  cercheremo di sviscerarne i tratti fondamentali.

La maggior parte degli organi di stampa,  focalizzano la loro attenzione solo ed esclusivamente sulla violenza fisica, tralasciandone un’altra forma, altrettanto grave, ossia quella psicologica. Per quanto banale possa apparire la mia domanda, mi delineeresti gli aspetti di entrambe?
La violenza fisica consiste nell’ aggressione corporea. Si pone su diversi livelli: dallo spintone allo schiaffo si può infatti arrivare alla rottura delle ossa, piuttosto che delle ginocchia, dei gomiti, del setto nasale, del cranio. È facile da identificare grazie a referti di pronto soccorso accompagnati da giorni di prognosi.
Per quanto riguarda la violenza psicologica, le donne, a volte, ci riportano che è peggio di quella fisica, in quanto difficile da riconoscere  sia per loro stesse che per chi le sta vicino. Si può definire come “quell’atteggiamento che tende a sminuire”. Intacca l’autostima dell’altro o, nel nostro caso dell’altra.  La donna si sente inferiore, incapace di gestire una relazione e scegliere le persone giuste. È paragonabile a un attacco quotidiano e costante a tutto ciò che quest’ultima compie nella vita: denigrata lavorativamente, svalutata come madre, moglie e infine come persona.  Stiamo quindi parlando dell’atteggiamento dell’uomo che giorno dopo giorno frantuma l’idea che la donna ha di sé. Dopo anni essa si chiede: sono veramente una stupida? Sono capace come mamma? Vive nel dubbio di essere totalmente incapace. Queste donne soffrono di disturbo post traumatico  da stress complesso, caratterizzato da una serie di sintomatologie: difficoltà nel nutrimento, alla gestione, alla capacità di concentrazione, disturbi del sonno, attacchi d’ansia, paura costante.
Ad ora non esistono, ma magari, in futuro, esisteranno strumenti scientifici in grado di misurare il danno psicologico riportato. Il costante attacco quotidiano porta all’ indebolimento fisico.

Quali sono le conseguenze psicofisiche di entrambe le tipologie di violenza?
Spesso quando esiste violenza fisica è presente anche quella psicologica. In alcuni casi però le donne ci riportano solo violenza psicologica e non fisica. Nel caso di violenza fisica, ovviamente le conseguenze sono riportate sul corpo: traumi diagnosticabili con un referto, e come dicevo prima, comprovate da giorni di prognosi. La violenza psicologica porta ad un indebolimento psichico, umorale, emotivo, abbatte dal punto di vista delle relazioni, in primis con se stessa: la donna non riconosce più ciò che è giusto o sbagliato per lei. Il danno è quello della confusione e della disperazione. Le donne si definiscono “dentro a un frullatore”.

Quali sono le origini ?
La convinzione comune è che , riferita agli uomini,  l’origine è legata a un trauma, a una deprivazione, a un abuso, a una famiglia violenta. La letteratura dice che non è così, non per forza un uomo arriva da una famiglia violenta, da un padre o da una madre violenti. Capita, ma non è un dato costante in queste situazioni. Ad esempio: ciò che spinge questi uomini a fare violenza, è la difficoltà nel gestire una frustrazione. L’ipotesi può essere quella del bambino che cresce in una famiglia in cui viene assecondata sempre ogni sua richiesta; di conseguenza non entrerà mai a contatto con la frustrazione.
All’interno di una relazione il momento indicativo dell’insorgere del fenomeno è il momento in cui la donna affronta la prima gravidanza. Questa situazione è il motivo scatenante la violenza: il possesso, la paura di questi uomini di non essere scelti, di non essere al primo posto. Il fatto che tra la donna e il bambino nasca una relazione esclusiva, origina la crisi di questi uomini. Spesso le donne raccontano che le prime aggressioni fisiche hanno luogo durante la maternità.
Esistono casi in cui la violenza cresce, s’intensifica, piuttosto che rimanere costante nelle modalità e nelle manifestazioni.

Qual è il profilo dell’ uomo abusante, maltrattante o controllante?
A volte risulta faticoso pensare alla violenza. Insulti e sberle non partono dopo tre giorni. Questi uomini instaurano e costruiscono una relazione di fiducia, di accudimento, di attenzione esclusiva. “ Io sono geloso  perché non ho mai amato una persona come amo te”,“Per me tu sei la mia vita”, “Senza di te muoio”.Frasi di questo tipo.

Frasi che racchiudono in sé una forma di controllo sull’altra persona.
Certo. L’evoluzione è un po’ questa. Bancroft li definisce “I principi azzurri”. Si presentano come il miglior uomo sulla faccia della terra: gentile, attento, porta fiori. Questo deriva un po’ dalle storie che ci raccontavano da bambine. Il principe azzurro arriva sul cavallo, salva e porta via. In realtà queste donne non avevano niente: non avevano lavoro, casa, famiglia, relazioni. Occorre mettere da parte queste storie, o leggerle con senso critico diverso. Occorre insegnare alle bambine che noi non siamo alla ricerca di un principe azzurro. Siamo invece alla ricerca di un uomo alla pari che mantiene la nostra storia, le nostre relazioni e quello che noi abbiamo costruito. SI va avanti insieme, insomma.

Il concetto è che una serie di “passaggi” portano l’uomo violento a rivelarsi.
La violenza si struttura così : arriva il principe azzurro, buono, che accudisce, protegge.
“ Non devi più lavorare perché ci penso io”. 
In seguito inizia a isolare la partner dalle amiche : loro hanno delle cattive abitudini, non sono brave ragazze., indossano abiti inadeguati che tu non devi indossare.

Fino a che punto puo’ arrivare un uomo di questo tipo?
Beh, quello lo vediamo nei telegiornali…

Rammentiamolo.
L’uomo violento non ha un limite. Alcuni uomini arrivano al pensiero: o mia o di nessun altro, giungendo così ad uccidere.

Sottolineiamo che questi soggetti non sono matti. La stampa utilizza spesso espressioni del tipo “ raptus di follia”, “omicidio a sfondo passionale” che, non solo li fanno passare per incapaci di intendere e volere, ma  portano quasi a una scusante di quanto commesso.
Certo. Questi sono uomini che lavorano, dimostrano di essere in grado di gestire delle relazioni, di non perdere il controllo, di gestire la rabbia.

Di un certo spessore culturale, tra l’altro.
Certo, tra di loro si possono trovare medici, avvocati così come si possono trovare operai.

Lo stesso Bancroft in “Uomini che maltrattano le donne” riporta la presenza di docenti universitari.
Sì, assolutamente. È uno stereotipo quello dell’extracomunitario che perde il lavoro e inizia a bere, rientra a casa e picchia la moglie: noi operatori, le donne che incontriamo, i giornalisti che scrivono notizie o conducono telegiornali, ci cadiamo. Se non conosciamo il fenomeno rimaniamo imbrigliati in ciò che non ci permette di affrontare e arginare il problema. Pensare che sono alcolizzati o matti non porta a comprendere l’origine del comportamento violento, la cui origine consiste nell’inferiorità della donna.

Quindi torniamo al discorso di società rigidamente patriarcale, con una legislazione che ha tardato ad evolversi.
Sono convinzioni sociali. Basta pensare che le donne votano da 50 anni.


Non solo: lo stupro, quando è stato considerato reato contro la persona e non contro la morale?
La domanda di un giudice è : com’eri vestita. Molto spesso, ad esempio, quando passa la notizia di uno stupro, la prima affermazione di chi ascolta è: se l’è cercata. Stesso discorso vale per la donna maltrattata: se è rimasta con quest’uomo per così tanto tempo in fondo le stava bene.
Tutto ciò deriva dall’incapacità di accettare un fenomeno.

Cosa impedisce a una donna di chiedere aiuto?
La paura. Nel momento in cui subisci una minaccia, inizi a pensare quando puoi rischiare la tua vita, in che momento della giornata. TI senti vulnerabile, nelle mani di un’altra persona. C’è la donna a cui accade una volta al mese, cinque volte, tre volte all’anno, non da uno sconosciuto, ma da marito, compagno o dal padre dei suoi figli. Questi soggetti terrorizzano: non lo dicono e basta. Picchiano, insultano, rompono oggetti, allo scopo di spaventare e tenere sotto controllo per mezzo della paura esercitata.
Il primo gradino da superare è quindi quello della paura.
Dopo la denuncia scatta un procedimento penale, se si hanno dei figli, automaticamente i servizi sociali entrano a far parte della vita della donna, delle sue decisioni.  Per tutelare i bambini i servizi sociali diventano i referenti dei minori e per una madre non è facile; riconoscere l’aiuto non è automatico in quanto potrebbe sostituirla nel ruolo di madre. La denuncia implica conseguenze imprevedibili: dove mi porterà questo cammino? Nel percorso con giudice e assistente sociale viene valutata la competenza genitoriale: se scopro di non avere tale competenza, che fine faranno i miei figli? Io, che fine farò?
Se la donna è a rischio vita, su sua richiesta può essere introdotta in struttura protetta. Accedervi non è semplice, vi sono regole: consegnare il cellulare, le telefonate sono protette nel senso che è presente un educatore che ascolta. Questo nell’ottica di una sua salvaguardia. Il discorso è che entra in una dimensione in cui non è più lei a decidere, ma altri lo fanno per lei.
Da non scordare l’aspetto dell’ambivalenza dentro al maltrattamento: sono relazioni ambivalenti, questi uomini sono ambivalenti e incontrano donne che ci stanno dentro a questa ambivalenza.
“ Ti picchio perché ti amo troppo”, una frase che contiene amore/odio; una frase ambivalente che scatena reazioni ambivalenti: lo denuncio però mi dispiace averlo denunciato. Un centro antiviolenza sostiene le donne e arriva con loro a una maggior consapevolezza e riconoscimento del maltrattamento.
Spesso loro si sentono sbagliate.
Un centro antiviolenza le accoglie. Senza giudizio rispetta i loro tempi e modalità: qui non si forza niente. La donna lavora con noi per riuscire a comprendere quale percorso seguire e si cerca di giungere a un maggior benessere per lei.

Qual è l’atteggiamento di marito, compagno o fidanzato, nel momento in cui la donna esce dalla sfera di controllo di questa relazione?
È  il momento peggiore. La violenza avviene negli anni.
Quando viene manifestata prima l’idea e poi l’intenzione di uscire da questa relazione, è il periodo in cui l’uomo mostra il peggio di sé. L’atteggiamento di quest’ultimo è sempre estremo, anche dopo un anno, non necessariamente quando lei esce di casa. Anche se sono già separati, lui non smette. Per farla breve, sono uomini che “te la giurano”. Molte dicono: “Tanto finché non mi ammazza non è contento”. Mi verrebbe da dire ossessione, ma non voglio medicalizzare il problema. Non riescono ad accettare il distacco;  perdono il controllo sull’altra e non lo accettano.

Quale messaggio vorresti lanciare a tutti coloro che leggeranno quest’intervista?
Il messaggio che manderei è il seguente: quando siete certi o avete il dubbio, che un’ amica, una conoscente sono cadute in questa gabbia, e sentite che c’è la possibilità di aprire una porta, mandatele al centro antiviolenza: è il modo migliore per aiutarle. In questi luoghi, troveranno persone formate, esperte e competenti sul tema. Il nostro grande sogno è quello di poter lavorare nelle scuole come prevenzione. L’associazione si trova ad affrontare sempre situazioni di vasi rotti e dobbiamo incollarne i pezzi Quando ci capitano ragazze molto giovani, la nostra sensazione è che possiedono la capacità di sviluppare subito le caratteristiche di una relazione violenta. La speranza è di arrivare ai giovani: se arriviamo a loro abbiamo maggiore possibilità di creare una cultura, la cultura legata a questo tema.

Per combattere tale fenomeno, frutto di una consuetudine cerebralmente mutilata, occorre modificarne le fondamenta.