Olimpiadi 1972 – Germania ovest (Monaco di Baviera) Il massacro Parte 01/03

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Il massacro di Monaco di Baviera fu un evento terroristico avvenuto durante le Olimpiadi estive del 1972, a Monaco di Baviera (Germania Ovest). Un commando dell’organizzazione terroristica palestinese, Settembre Nero irruppe negli alloggi destinati agli atleti israeliani del villaggio olimpico, uccidendo subito due atleti che avevano tentato di opporre resistenza e prendendo in ostaggio altri nove membri della squadra olimpica di Israele. Un successivo tentativo di liberazione da parte della polizia tedesca portò alla morte di tutti gli atleti sequestrati, di cinquefedayyin e di un poliziotto tedesco.

Il nome di “Settembre Nero” deriva dal conflitto noto come Settembre nero in Giordania, che ebbe inizio il 16 settembre 1970, quando Re Husayn, in risposta ad una serie di attentati operati da palestinesi residenti in Giordania, si mosse per riprendere il totale controllo del suo paese.

Fedayyìn è il plurale arabo del termine fidā’ī che letteralmente significa devoto. Questo termine nel corso della storia è stato utilizzato per descrivere numerosi e distinti gruppi militanti o individui in Armenia, Iran e nel mondo arabo.

Il termine si riferisce nella storia classica dell’Islam ai seguaci ismailiti (quindi sciiti) di Ḥasan-i Ṣabbāḥ che, nelle alture iraniche di Alamūt, organizzò un complesso Stato teocratico che organizzava attentati mirati a colpire, più ancora che gli avversari crociati installatisi in Terra Santa, gli esponenti del potere sunnita (in particolare i Selgiuchidi ma anche tutti quanti i musulmani del califfato medioevale che, in Siria e Palestina, perseguivano regolarmente una politica di sostanziale buon vicinato coi Crociati invasori) che gli Ismailiti ritenevano come i loro più detestabili avversari religiosi e ideologici.

L’estrema devozione, che caratterizzava i sostenitori di Hasan-i Sabbah, li fece definire, appunto, “devoti” e la loro capacità di sacrificio, spinta fino al suicidio, li fece considerare come i più temibili rappresentanti dell’Islam militante dei secoli XIII e XIV.

Oggi, con il termine Fedayn, si può far riferimento anche ad alcuni gruppi ultras di diverse squadre di calcio italiane: Fedayn 1972 (Roma), Fedayn E.A.M – Estranei alla massa (Napoli), Fedayn Bronx ’81 (Casertana), Fedayn (Mestre), Fedayn Scafati, Fedayn Locorotondo.

Il 15 luglio 1972, due alti esponenti di Al-Fatah (Muhammad Dawud Awda, conosciuto come Abu Dawud, e Salah Khalaf, conosciuto come Abu Iyad) si incontrarono al tavolo di un bar di Piazza della Rotonda a Roma con Abu Muhammad, un dirigente dell’organizzazione conosciuta come “Settembre Nero”. I tre discussero dell’azione portata a termine dalla stessa organizzazione l’8 maggio 1972 e cioe’ il dirottamento di un aereo appartenente alla compagnia aerea belga Sabena in volo da Vienna a Tel Aviv, conclusosi con l’uccisione o la cattura dei dirottatori e la liberazione di tutti gli ostaggi. Il morale era alquanto basso e, per dare nuovo slancio alla causa palestinese, ci sarebbe stato bisogno di un’azione eclatante coronata da successo.

Il pretesto per un’azione terroristica spettacolare fu fornito dalla lettura della notizia, riportata da un giornale arabo, secondo cui il Comitato Olimpico Internazionale non aveva nemmeno degnato di risposta la richiesta avanzata dalla Federazione Giovanile della Palestina di poter partecipare con una propria delegazione ai giochi olimpici estivi di Monaco. Il commento di Abu Mohammed fu: “Se non ci permettono di partecipare ai Giochi olimpici, perché non proviamo a prendervi parte a modo nostro?”. L’idea divenne subito un’operazione a cui fu dato il nome di “Biraam” e “Ikrit”, due villaggi palestinesi i cui cittadini furono evacuati dagli israeliani nel 1948.

A parte Isa e Tony, gli altri membri del commando furono reclutati per lo più nel campo profughi di Shatila e inviati in Libia per un periodo di addestramento basato per lo più sul combattimento corpo a corpo e nel superamento di ostacoli. Nessuno di loro era al corrente della missione che avrebbero portato a termine. Le uniche informazioni di cui disponevano erano relative al compimento di una missione non specificata all’estero. Arrivarono in Germania, poco dopo l’apertura delle Olimpiadi, utilizzando passaporti falsi e viaggiando a coppie. Non è chiaro in quale albergo alloggiarono, ma è praticamente accertato che assistettero ad alcune gare, che si fossero radunati tutti insieme solo la sera stessa dell’azione e che solo in quell’occasione avessero

Non è stato mai chiarito appreso i dettagli dell’operazione. Il ruolo di Yasser Arafat in questa vicenda. Abu Dawud sostiene che Arafat fu informato del piano e che, benché egli non avesse preso parte alla pianificazione, abbia dato il suo assenso.  

Yasser Arafat (1929-2004) è stato per molti anni presidente dell’OLP (Organizzazione per la  Liberazione della Palestina.). La sua fine tutt’ora risulta poco chiara. 

Lo stesso Abu Dawud menziona il ruolo di Mahmūd Abbās che si preoccupò di reperire i fondi per l’operazione, nonostante non fosse al corrente dello scopo cui sarebbero serviti.

Il 17 luglio, Abu Dawud si recò a Monaco per effettuare una prima ricognizione del villaggio olimpico che ancora doveva essere terminato. Il 7 agosto tornò sul luogo, accompagnato da Tony. In quell’occasione fu deciso che l’ingresso del commando di terroristi sarebbe avvenuto scavalcando la recinzione. I guerriglieri sarebbero saliti l’uno sulle spalle dell’altro e all’osservazione di Tony sul fatto che l’ultimo uomo non avrebbe potuto scavalcare, Abu Dawud rispose che avrebbe provveduto lui stesso a spingerlo dentro.

La palazzina dove furono presi in ostaggio gli atleti israeliani è rimasta quasi invariata dal 1972 a oggi.

Il 24 agosto, due giorni prima dell’apertura dei Giochi, Abu Iyad arrivò a Francoforte con un volo proveniente da Algeri via Parigi, accompagnato da un uomo e da una donna. Il loro bagaglio era costituito da cinque valigie Samsonite identiche. Abu Dawud osservò dal vetro divisorio i doganieri tedeschi che aprivano una delle valigie. All’apparenza conteneva biancheria intima femminile e l’espressione di disappunto della donna probabilmente inibì gli ufficiali tedeschi che, a questo punto, lasciarono transitare il gruppo, che arrivò in un albergo di Francoforte utilizzando due taxi. Li riunirono il contenuto delle cinque valigie (sei fucili d’assalto Kalašnikov, due pistole mitragliatrici e vari caricatori) in due borse che furono trasportate in treno a Monaco da Abu Dawud e poste al sicuro in due armadietti della stazione ferroviaria. Nei giorni seguenti, Abu Dawud ricevette altri due fucili mitragliatori Kalashnikov e alcune bombe a mano e si preoccupò di spostare continuamente le borse da un armadietto all’altro. Inoltre, visitò nuovamente il villaggio olimpico, accompagnato da una donna siriana cognata di un docente di Monaco.

All’interno, subito dietro i cancelli di entrata, notarono la delegazione di atleti del Brasile e rivolgendosi al guardiano disse: “La mia amica è brasiliana e ha riconosciuto un suo compagno di scuola tra quegli atleti. Non è che potremmo entrare solo per 10 minuti?” Abu Dawud era convinto che il suo aspetto fisico lo avrebbe fatto tranquillamente passare per sudamericano e che sarebbe stato improbabile che i guardiani conoscessero il portoghese. Il guardiano li fece entrare e Abu Dawud ne approfittò per visitare la zona dove erano alloggiati gli atleti sudanesi e sauditi. Dato che le strutture erano uniformi, riuscì ad avere un’idea della planimetria del villaggio. Il giorno dopo, Abu Dawud tornò al villaggio accompagnato da Isa e Tony, i tre finsero ancora di essere tifosi brasiliani. Dopo pochi minuti, i tre arrivarono alla palazzina destinata agli alloggi della delegazione israeliana. Abu Dawud ricorda di aver visto una giovane donna abbronzata uscire dalla porta d’ingresso. Si trattava di una hostess che seguiva la delegazione israeliana. I tre dissero di essere tifosi brasiliani che avrebbero voluto visitare Israele e la hostess li fece entrare nell’appartamento posto al piano terra. Il commando ne approfittò per memorizzare ogni dettaglio: dalla posizione dei telefoni e delle televisioni, alla visuale offerta dalle finestre, alla dimensione delle stanze. All’uscita la hostess regalò ai membri del commando alcune bandierine israeliane. Fu deciso che l’azione sarebbe partita dall’appartamento situato al piano terra, dal momento che da quella posizione si potevano controllare le vie di fuga e che gli ostaggi, una volta catturati, sarebbero stati raggruppati in quel luogo.

La sera del 4 settembre, in una stanza dell’hotel Eden Wolff, situato nei pressi della stazione di Monaco, Abu Dawud riempì otto borse sportive, decorate con i cerchi olimpici, di armi, bombe a mano, caricatori, calze di nylon utili per mascherare i volti, pezzi di corda per legare gli ostaggi e compresse di Preludin (un’anfetamina utilizzata per evitare colpi di sonno, conosciuta anche come Fenmetrazina). Alla vista dei Kalashnikov, Isa e Tony li presero in mano ad uno ad uno baciandoli. Alle 21:00, i membri del commando e Abu Dawud si incontrarono presso un ristorante della stazione ferroviaria per ricevere gli ordini finali: nessuno doveva entrare nella palazzina, ad eccezione di un ufficiale superiore di Polizia che avrebbe potuto sincerarsi delle condizioni degli ostaggi. Secondo Abu Dawud, l’operazione richiedeva attenzione e moderazione. Gli israeliani dovevano rimanere vivi per essere utilizzati per lo scambio di prigionieri e le armi avrebbero dovuto essere utilizzate solo per difesa. Le bombe a mano sarebbero servite per far pressione sulle autorità tedesche e come arma da utilizzare in casi estremi. Alle parole di Abu Dawud, ‘Isa aggiunse: “Da questo momento in poi, consideratevi morti. Come se foste stati uccisi in combattimento per la causa palestinese”. A ciascuno fu consegnato un maglione, una tuta sportiva col nome di una Nazione araba e una borsa. Abu Dawud ritirò tutti i passaporti e poco dopo le 3:30 si recarono al villaggio utilizzando alcuni taxi.

I giochi olimpici di Monaco si erano sviluppati con la convinzione che essi dovessero ridare lustro all’immagine della Germania del dopoguerra. In un’atmosfera rilassata e gioiosa, fu deciso di mantenere la sicurezza a livelli molto bassi per non ingenerare ricordi legati alla Germania hitleriana. La sorveglianza del villaggio era affidata a volontari chiamati Olys nelle loro divise bianche e blu, equipaggiati solo con una radio ricetrasmittente e addestrati solo a intervenire in caso di risse, ubriachezza o poco più.

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Ganzetti Gianenrico
Nato a Milano il 10/09/1953. Diploma di Maturità Classica, 1° Anno di Economia e Commercio, Diploma di Programmatore su Sistemi IBM. Ha Lavorato presso Sineda, centro Servizi, Montedison come Operatore IBM, Standa come Analista/Programmatore EDP e Banche Popolari come Capo Progetto EDP. Separato con due figli: Giulia, Veterinaria e Fabio, Chef. Pensionato dal Dicembre 2015. Presta servizio come volontario presso la Croce Azzurra di Bareggio e sempre come volontario presso “Fraternità ed Amicizia” Cooperativa Sociale Onlus come allenatore di calcio ed educatore.