L’uguaglianza di genere nel buddismo

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La lotta delle monache buddiste per ottenere una parità di genere oggi ancora sconosciuta. Contraddizioni fra il “verbo” e la realtà sociale.

La figura del Buddha, per quello che ci è stato tramandato nei secoli, doveva essere incapace di misoginia e viene rappresentato come un uomo di completa purezza di intenzioni alla ricerca del benessere per tutti: “Gentilezza senza limiti e compassione verso tutti gli esseri viventi.”

Per il Buddha era inequivocabile che le donne avessero lo stesso potenziale per”il risveglio”, degli uomini. Infatti creò un ordine di monache in parallelo circa cinque anni dopo l’inizio dell’ordine dei monaci.

BUDDHA

Tale opportunità permise alle donne non solo di chiamarsi fuori da un sistema patriarcale oppressivo ma anche di intraprendere studi, facendo parte in modo egualitario con i monaci fratelli.

Tutto ciò sembra rappresentare un modello puro a cui ispirarsi: “Il Buddha fa sorridere i più femministi tra noi”, ma come spesso succede nel tempo si hanno delle trasformazioni le cui logiche sono molto umane e ripropongono l’eterna lotta al fine della dannata supremazia.

Oggi, nella società laica tibetana, persiste la discriminazione verso le donne che sono ancora soggette a matrimoni combinati, a violenze domestiche, angherie delle suocere che sommati al duro lavoro nei campi non rendono facile la vita del genere femminile.

La notizia interessante è che cento monache buddiste hanno iniziato ad affiancare agli studi religiosi una preparazione legata ai diritti delle donne, con l’obiettivo di combattere le pratiche discriminatorie che, come detto, le donne tibetane e non solo, subiscono dentro e fuori i monasteri.

A livello spirituale alle donne, nonostante quanto predicato dal Buddha, è ancora negato il conseguimento del rango di Bhikkhuni possibile per il sesso maschile, così come nella corrente del buddismo tibetano – Berretti Rossi – che unisce le tre scuole più antiche, al massimo una monaca può aspirare al noviziato. L’altra corrente – Berretti Gialli – la scuola del Dalai Lama, alle donne è vietato prendere i voti.

DALAI LAMA

Ma allora il Buddha con tutti i suoi insegnamenti dove è finito? Possibile che proprio i suoi discendenti non abbiano capito e non vogliano seguire la sua voce? Sembra proprio un ripetersi nell’onda dei secoli: grandi uomini ci indicano la via ma noi rimaniamo ciechi e sordi ai loro messaggi.

Auguri alle donne monache, auguri per la loro lotta e per la lotta di molte donne che nei vari paesi del mondo vivono in condizioni di inferiorità.

Sinceramente essere qui ancora oggi a parlare di sessismo fa capire come l’individuo sia sprovvisto di meccanismi che gli possano far professare la “gentilezza amorevole” .

MONACHE BUDDISTE “FEMMINISTE”

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Ganzetti Raffaella
Sono nata a Milano ormai molti anni fa e nella mia faticosa vita ho effettuato tante esperienze sia umane che professionali. Ho avuto inizialmente esperienze con bambini anche se il mio interesse si è sempre rivolto alla fascia adolescenziale o giovane adulti. Ho avuto la fortuna di lavorare per tanti anni con persone con disabilità sia grave che lieve che ai limiti inferiori di norma, occupandomi dell’aspetto educativo e successivamente terapeutico. L’esperienza mi ha portato a ideare modelli d’intervento sempre maggiormente centrati sulla persona che è l’unico protagonista della sua vita anche in caso di disabilità. Nelle diverse formazioni che ho effettuato a genitori e a personale che si occupa di sociale ho sempre cercato di far comprendere l’importanza dell’ascolto empatico, del contenimento emozionale elementi che nel tempo sono diventati la base del mio metodo. Già Direttore Responsabile di un altro giornale on line la cui redazione era formata da persone con disabilità ora mi accingo a portare avanti un nuovo progetto “Milano più Sociale”