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Il gesto come metodo: la ricerca di Sara Arnaù tra tecnica e condizione umana

| Mara Cozzoli |

Nel lavoro di Sara Arnaù la tecnica coincide con una precisa postura ontologica.
L’uso di pastelli, grafite e gessetti, ovvero materiali “secchi”, diretti, privi di mediazione, risponde alla necessità di mantenere un contatto immediato tra corpo, pensiero e superficie.
Sono strumenti che non consentono correzioni definitive, che espongono il gesto al rischio e alla responsabilità, rendendo visibile il processo stesso del fare. La pratica artistica diventa così un esercizio di attenzione e di consapevolezza, un mezzo che permette di muoversi entro un margine di scelta limitato ma significativo.

La tecnica, in questo senso, non è solo un insieme di procedure, ma una forma di conoscenza che si costruisce nel tempo, attraverso la sperimentazione costante e l’ascolto delle proprie condizioni psico-fisiologiche.

Questa modalità operativa riflette una più ampia riflessione sulla situazione esistenziale dell’uomo contemporaneo, intesa come stato di sospensione, di precarietà percettiva e identitaria.
Le opere di Sara Arnaù abitano quei territori intermedi in cui presenza e assenza, visibile e non visibile, positivo e negativo si compenetrano. Il margine, il doppio, ciò che è davanti agli occhi ma sfugge alla piena definizione, diventano metafore di un’esperienza umana frammentata, mai del tutto risolta.

Il processo del fare artistico coincide con un ritmo rallentato, in cui la configurazione non si impone, bensì si lascia riconoscere gradualmente.
In questo senso l’artista propone un modo alternativo di pensare l’immagine: non affermazione, ma luogo di possibilità,  spazio aperto in cui l’essere umano può interrogare il proprio stare nel mondo, accettandone l’incompletezza e la vulnerabilità.

Mara Cozzoli

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