Il bianco e nero della tensione interiore di Sonia Casubolo
Vi è un momento preciso in cui l’essere umano smette di trattenere.
Non è sempre visibile e neanche rumoroso, ma esiste.
È in quel punto di cedimento che si inserisce la ricerca artistica di Sonia Casubolo.
Le sue opere non cercano consenso estetico, né compiacimento visivo.
Indagano il punto di rottura, il frammento viscerale che precede l’implosione. Ogni volto è attraversato da una tensione che non è semplicemente dolore: è pressione interna. È conflitto tra ciò che si mostra e ciò che si trattiene.
Il volto che piange non è deformazione espressiva. Le mani che comprimono il viso non sono gesto teatrale, ma tentativo disperato di contenimento: come se l’identità rischiasse di esplodere oltre i confini della pelle.

Quando lo sguardo si abbassa e il volto si chiude in sé stesso, non c’è resa. C’è introspezione forzata.
È il momento in cui il rumore esterno si spegne e resta il dialogo interiore. Un dialogo spesso duro, severo, non conciliatorio.La componente tecnica sostiene con forza questa visione. Il carboncino e la grafite non sono strumenti casuali: permettono un lavoro chirurgico sul chiaroscuro, sulla densità del nero, sulla costruzione volumetrica del corpo. La luce emerge come taglio netto, quasi caravaggesco, incidendo le forme e trasformando l’anatomia in linguaggio emotivo.
Lo studio anatomico è evidente. Muscoli, tensioni, torsioni sono osservati con rigore. Ma ciò che interessa non è la perfezione del corpo: è la sua resistenza. È l’istante in cui la struttura fisica diventa metafora della pressione mentale.
Nell’opera in cui la materia esplode dalla testa, la macchia assume valore simbolico. Non è sporco. È pensiero non contenuto. È trauma che trova una via d’uscita visiva. La tecnica dello splatter e della frantumazione grafica rompe la compostezza del disegno e introduce l’imprevisto. È il gesto che tradisce il controllo.
Il bianco e nero non è scelta estetica nostalgica.

È rimozione del superfluo e riduzione all’essenziale.
Senza il colore, lo spettatore non può distrarsi, bensì è costretto a confrontarsi con l’espressione, con la tensione, con il non detto.
Non esiste compiacimento del dolore.
L’artista costruisce un’estetica della pressione contemporanea. Un’indagine sul fragile equilibrio tra controllo e collasso. Le sue figure non chiedono di essere comprese: chiedono di essere riconosciute.
Forse è questo il punto. Non guardiamo qualcosa di lontano.
Osservano qualcosa che ci appartiene. E in quella crepa, in quel punto di rottura, scopriamo che la frattura non è solo perdita.
È anche possibilità di verità.

Immagine in evidenza
La forza di continuare a combattere
Carboncino su carta
21×29
Mara Cozzoli