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Formazione e inclusione: a Brescia l’arte della pizza diventa strumento di riscatto

Si parte per cercare fortuna e, una volta trovata, si sceglie di restituirla.
La storia di Ciro Di Maio comincia a Frattamaggiore, alle porte di Napoli, e passa per Brescia, dove oggi vive e lavora.
Ma non è solo la narrazione di successo imprenditoriale. È il racconto di come un mestiere antico possa trasformarsi in leva di inclusione sociale.
A Brescia, lontano dal mare ma non dal profumo di farina e lievito, egli ha costruito negli anni una carriera solida. La sua pizzeria, Pizzeria San Ciro, porta il nome dei nonni, materni e paterni: un omaggio alle radici e a quei legami familiari che hanno segnato il suo percorso. Tra questi, anche la figura del padre, che dopo un passato difficile ha scelto il volontariato, impegnandosi al fianco dei giovani per aiutarli a uscire dalla droga.Forse è anche da lì che nasce l’idea di un’impresa che non si limita al profitto, ma si assume una responsabilità sociale.

Per questo giovane la pizza non è solo un prodotto gastronomico.
È una lingua che tutti comprendono. È un ponte tra chi arriva e chi accoglie, tra chi ha perso il lavoro e chi cerca una seconda possibilità.
«Io sono partito da zero», racconta spesso. «Se ce l’ho fatta è perché qualcuno mi ha dato fiducia. Ora tocca a me restituire».
Con questo spirito, dal 23 febbraio al 13 marzo 2026 prenderà il via a Brescia un corso professionale per pizzaioli della durata di 76 ore, rivolto a persone disoccupate. Il percorso è organizzato da Politiche del Lavoro Srl in collaborazione con la Pizzeria San Ciro ed è finanziato da Regione Lombardia attraverso il programma Regione Lombardia GOL – Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori.
Non si tratta di un semplice laboratorio pratico, ma di un intervento inserito nelle politiche attive del lavoro, con un obiettivo chiaro: trasformare una passione in competenza certificata e spendibile sul mercato.
Al termine del corso verranno rilasciati l’attestato di competenza di Pizzaiolo e l’attestato HACCP, strumenti indispensabili per un inserimento regolare nel settore della ristorazione. Ma il valore aggiunto non è solo nei certificati.

Ciro Di Maio da anni affianca immigrati e disoccupati nel loro percorso professionale. Spesso li incontra quando sono relegati al ruolo di lavapiatti e li accompagna, passo dopo passo, verso la cucina e il banco della pizza.
Spiega i gesti, corregge gli errori, trasmette un sapere che è tecnico ma anche umano. «Il mestiere si impara stando accanto», ripete. E quando serve, aiuta anche con le pratiche burocratiche, orientando chi si trova spaesato tra documenti e permessi.
Un episodio racconta più di molte parole: a un suo dipendente, immigrato africano, ha pagato il viaggio per tornare a casa a Natale e riabbracciare la famiglia. Un gesto semplice, che restituisce il senso di un’idea di impresa come luogo di relazione e cura, prima ancora che di produzione.

L’impegno di Di Maio non si ferma alla sua pizzeria.
A Brescia ha insegnato l’arte bianca ai detenuti del carcere Carcere Canton Mombello, offrendo una possibilità concreta di reinserimento.
In precedenza aveva portato la formazione anche nel Rione Sanità di Napoli, un quartiere che gli ricorda la strada in cui è cresciuto, via Rossini a Frattamaggiore. In quell’esperienza, a sostenere il progetto è stato l’istituto alberghiero Istituto Alberghiero D’Este Caracciolo.
«Ho lasciato il Sud per cercare fortuna e l’ho trovata», spiega. «A Brescia ho costruito il mio successo professionale, ma oggi guardo oltre il mio locale. La pizza può diventare uno strumento di emancipazione, un modo per restituire dignità a chi l’ha persa».
In un tempo in cui il lavoro è spesso precario e disumanizzato, iniziative come questa raccontano un’altra possibilità: un’economia che include, forma e non scarta.
Farina, acqua, lievito e mani che imparano.
A volte basta questo per cambiare una storia.

Mara Cozzoli

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