Dentro il segno, il pàthos. Sara Arnaù
In psicologia pàthos indica la sfera delle emozioni intense, del sentire profondo, della sofferenza che attraversa l’esperienza umana.
Un termine di origine greca che rimanda a ciò che si prova prima ancora che lo si possa spiegare. Da qui il legame diretto con l’empatia (en-pathos), la capacità di “sentire dentro” le emozioni dell’altro, di riconoscerle e condividerle: un elemento centrale nelle relazioni, che può manifestarsi come contagio emotivo o come consapevole presa di prospettiva.
È da questa dimensione che prende forma Pathosformeln VI di Sara Arnaù. Nell’opera le sensazioni si trasformano in materia visiva e le linee tracciano mappe interiori, restituendo una tensione costante tra ordine e disordine, controllo e perdita.
La composizione si costruisce su una struttura apparentemente simmetrica: quattro lineamenti circolari si incontrano, si sovrappongono, creano un equilibrio che però non è mai definitivo. A uno sguardo più attento, i contorni interni si muovono in direzioni irregolari, seguendo traiettorie difficili da decifrare. In tale contesto l’immagine smette di rassicurare e comincia a interrogare.

All’interno di questa struttura emergono forme che rimandano a un repertorio archetipico, cariche di energia emotiva e di dinamismo. Non sono presenze statiche, ma elementi in costante movimento: si avvicinano, si allontanano, sembrano danzare e dialogare tra loro. Sono elementi che trattengono e trasmettono affetti sedimentati, come se portassero con sé una memoria del gesto e del sentire. In questo senso il pàthos si condensa in configurazioni visive che tornano, si trasformano e si riattivano nello sguardo, rendendo la rappresentazione un luogo di passaggio tra esperienza individuale e memoria collettiva.
Il colore, stratificato e vibrante, attraversa la superficie come un flusso emotivo continuo. Le campiture si intrecciano e si contaminano, mentre segni più chiari affiorano come tracciati nervosi, pensieri ricorrenti, tentativi di orientamento. Nulla è statico, nulla è risolto.

Mara Cozzoli