lunedì, Aprile 15, 2024
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I (Social) media che vorrei. Intervista a Ruben Razzante, Docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

“I (Social) media che vorrei. Innovazione Tecnologica, igiene digitale, tutela dei diritti” edito Franco Angeli è l’ultimo volume curato da Ruben Razzante, Docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore, nel quale viene letta l’evoluzione del sistema mediatico attraverso le lenti delle aziende editoriali, delle piattaforme web e social, delle Authority, degli studiosi, dei giornalisti, dei comunicatori e delle nuove figure professionali impegnate nel settore.

Da cosa nasce il titolo? Perché Social viene riportato tra parentesi?

Il titolo del libro si ispira al mio “decalogo” dei (social) media che vorrei, in cui intendo offrire un contributo all’accensione della luce nella caverna digitale, all’individuazione degli interruttori che possono guidare Stati, organizzazioni, imprese, famiglie, cittadini nell’utilizzo sapiente degli strumenti digitali, mettendoli al servizio della crescita individuale e comunitaria. Si tratta di dieci priorità che tutti gli utenti dei (social) media, dai soggetti istituzionali al mondo imprenditoriale, dai singoli alle collettività organizzate, sono chiamati a perseguire per trasfondere nell’arena di internet i valori profondi della democrazia e per realizzare nuovi equilibri tra libertà e responsabilità.
Perchè social tra parentesi? Perché ormai tutti i media, anche quelli tradizionali, sono diventati social.
I media tradizionali sono stati influenzati dal crescente impatto e dall’ubiquità dei social media. Questa trasformazione è avvenuta principalmente a causa della digitalizzazione dei contenuti e della diffusione delle piattaforme online. Prima, i media tradizionali come giornali, televisione e radio operavano in un modello di comunicazione unidirezionale, dove i contenuti venivano prodotti e distribuiti dai professionisti ai consumatori. Con l’avvento dei social media, questo modello è stato ribaltato. Ora, i consumatori hanno la possibilità di partecipare attivamente alla creazione e alla condivisione dei contenuti. I media tradizionali hanno quindi integrato le caratteristiche dei social media nei loro servizi per rimanere rilevanti e interattivi con il loro pubblico. Questo significa che i giornali hanno iniziato ad avere pagine sui social dove condividono articoli e interagiscono con i lettori, le stazioni televisive invitano gli spettatori a commentare sui social durante i programmi, e le stazioni radio hanno podcast e profili social per coinvolgere gli ascoltatori. Inoltre, i social media hanno fornito una piattaforma per la diffusione rapida e virale delle notizie, influenzando la circolazione e la percezione dell’informazione tradizionale. Questo ha reso i social media un’importante fonte di notizie e ha spinto i media tradizionali a competere in un ambiente sempre più digitale e interconnesso.

L’universo mediatico con l’avvento dei social ha subito una metamorfosi.  Quali sono i principali cambiamenti a cui noi utenti ci siamo trovati di fronte, ma soprattutto quali sono i pro e i contro di questa rivoluzione che ha toccato la vita di tutti?


I social media hanno rivoluzionato il panorama mediatico, modificando profondamente le dinamiche quotidiane degli utenti. Uno dei cambiamenti più significativi è stato il fenomeno della globalizzazione delle relazioni attraverso queste piattaforme, che ha permesso connessioni istantanee con persone provenienti da tutto il mondo e ha aperto le porte alla scoperta di culture diverse e a una vasta gamma di opinioni. In aggiunta, la velocità con cui le informazioni vengono condivise e diffuse attraverso i social media è diventata una caratteristica predominante. La facilità nel condividere notizie, contenuti multimediali e informazioni ha accelerato la diffusione delle stesse, contribuendo a creare un mondo più interconnesso. I social media hanno anche reso possibile la partecipazione attiva di una vasta gamma di individui e gruppi nella creazione e condivisione di contenuti, democratizzando così il processo di comunicazione e dando vita all’attivismo online. Tuttavia, insieme a questi vantaggi, esistono anche diversi svantaggi associati alla crescente influenza dei social media. L’uso eccessivo può portare allo sviluppo di dipendenze, con comportamenti ossessivi legati alla costante verifica delle piattaforme e alla ricerca di gratificazioni immediate attraverso “mi piace” e condivisioni. Inoltre, i social media sono stati sfruttati per diffondere notizie false, disinformazione e propaganda, minando la fiducia nelle istituzioni e nei media tradizionali e generando preoccupazioni sulla manipolazione dell’opinione pubblica. Infine, c’è una crescente preoccupazione per la privacy e la sicurezza dei dati personali degli utenti. Questi dati possono essere utilizzati per scopi commerciali e pubblicitari, ma anche per fini più sinistri come il furto di identità e la sorveglianza, che sollevano serie preoccupazioni riguardo alla sicurezza online.


Quali elementi sono sfuggiti alla gestione dell’utente?

Ci troviamo di fronte a una realtà in cui diversi fattori sfuggono al controllo diretto degli utenti, portando con sé una serie di sfide e problematiche. In primo luogo, oggi le piattaforme sociali si avvalgono di algoritmi sofisticati per determinare quali contenuti verranno mostrati nei feed di notizie o nelle raccomandazioni. Tuttavia, questi algoritmi risultano spesso poco trasparenti e non del tutto compresi dagli utenti. In questo modo essi rendono difficile prevedere quali contenuti saranno visualizzati e in quale sequenza. Nonostante gli sforzi delle piattaforme per contrastare la diffusione di disinformazione e contenuti dannosi, alcune informazioni riescono comunque a sfuggire alla moderazione. Questo apre la strada a notizie false, teorie della cospirazione e discorsi d’odio, che possono influenzare negativamente la percezione della realtà degli utenti e contribuire alla polarizzazione delle opinioni, causando una divisione sociale. Un’altra questione critica riguarda la privacy e la sicurezza online: nonostante le politiche di protezione dei dati proposte dalle piattaforme, alcuni dati personali degli utenti possono essere compromessi o utilizzati in modo improprio da terze parti senza il loro consenso. A questo si aggiunge il problema dell’uso eccessivo dei social media, che può portare a sviluppare una dipendenza e problemi di salute mentale come ansia, depressione e bassa autostima. Nonostante gli utenti tentino di limitare il tempo trascorso sui social media, la natura coinvolgente e l’accessibilità delle piattaforme possono rendere difficile il controllo di tale dipendenza.

Quando parla di igiene digitale a cosa fa riferimento?

Il concetto di igiene digitale si riferisce alla pratica di mantenere uno stato di salute e benessere nell’ambiente online. Coinvolge l’adozione di comportamenti e precauzioni mirati a garantire la sicurezza, la privacy e il benessere durante l’utilizzo delle tecnologie digitali. Prendersi cura della propria salute digitale è fondamentale per trarre il massimo vantaggio dalle risorse digitali, riducendo al contempo i rischi e le problematiche associate a un uso poco consapevole o insicuro di tali strumenti. Ognuno di noi ha il compito, attraverso le proprie azioni online, di contribuire a rendere l’ambiente virtuale meno nocivo e più piacevole per tutti.

Come dicevamo poc’anzi la digitalizzazione ha portato anche all’eccesso. Quali sono i principali interventi legislativi necessari per portare al giusto equilibrio?

Affrontare gli eccessi innescati dalla digitalizzazione richiede un approccio olistico, che coinvolga sia interventi legislativi che iniziative da parte delle piattaforme digitali stesse. Tra gli interventi legislativi che potrebbero contribuire a costruire al giusto equilibrio c’è la redazione di normative più stringenti per proteggere la privacy degli utenti online. Sarebbe infatti opportuno limitare il più possibile la raccolta e l’uso non autorizzato dei dati personali da parte delle piattaforme digitali. Di conseguenza verrebbe garantita una maggiore trasparenza e sarebbe meno complesso contrastare le violazioni ed i furti di dati. Queste normative dovrebbero stabilire standard di sicurezza da rispettare tassativamente e sanzioni severe per punire coloro che non li rispettano. Un altro provvedimento da adottare sarebbe quello di richiedere una maggiore trasparenza per quanto riguarda gli algoritmi che utilizzano le piattaforme digitali. Comprendere a fondo sulla base di cosa vengono mostrati i contenuti agli utenti, infatti, sarebbe molto utile per prevenire la diffusione di contenuti dannosi o discriminatori. La disinformazione online è un fenomeno tristemente attuale e normative mirate potrebbero non solo contrastarne gli effetti negativi, ma anche stabilire responsabilità legali per le piattaforme che ospitano tali contenuti promuovendo la trasparenza nell’origine e nella diffusione delle informazioni. L’alfabetizzazione digitale e la consapevolezza, infine, aiutano le persone a comprendere i rischi e le opportunità della digitalizzazione e adottare comportamenti responsabili online; sarebbe quindi opportuno implementare dei programmi, dei percorsi di educazione digitale. Questi rimangono solo alcuni esempi di interventi che potrebbero contribuire a trovare un equilibrio. Affrontare questa problematica richiederà un approccio corale, che veda coinvolte anche le piattaforme digitali, le istituzioni pubbliche, la società civile e gli utenti stessi.

La normativa da sola può bastare? Non occorrerebbe un minimo di buon senso?

Il buonsenso può aiutare le persone a navigare in Rete in modo più consapevole e responsabile, ma la rapida evoluzione del panorama digitale impone sfide complesse, che richiedono approcci più strutturati. Le problematiche che animano il processo di digitalizzazione infatti vanno oltre la semplice applicazione del buonsenso individuale ed includono, per esempio, questioni legate alla protezione della privacy online, alla gestione delle informazioni personali, alla diffusione della disinformazione e alla dipendenza da tecnologia. Sebbene siano attualmente in vigore diverse leggi, mantenere l’ambiente online sicuro e regolamentato è un compito reso complesso dalla velocità con cui emergono le nuove tendenze. È quindi necessario adottare un nuovo approccio che unisca la revisione e l’aggiornamento delle leggi esistenti ad un impegno da parte delle piattaforme digitali e delle autorità per monitorare e contrastare le influenze negative. A questo si aggiunge la necessaria promozione dell’alfabetizzazione e dell’educazione digitale tra le giovani generazioni, strumenti imprescindibili per costruire consapevolezza e stimolare il citato buonsenso. Solo conoscendo il fenomeno ed i suoi eccessi, infatti, diventa possibile contrastarli.

Quando parliamo di rete quindi di social network, molto spesso, assistiamo a fenomeni nel quale professionisti dell’informazione avvalendosi del diritto di cronaca superano i limiti, creando caos e confusione.  Diritto di cronaca significa riportare un fatto, verificarlo. Per quale motivo viene utilizzato per dire tutto ciò che passa per la mente?

Il principio del “diritto di cronaca”, in alcuni casi, viene distorto o mal interpretato, portando a comportamenti poco professionali o irresponsabili da parte dei giornalisti o degli operatori dei media. Le motivazioni di ciò possono essere molteplici. In un ambiente mediatico sempre più competitivo, per esempio, i professionisti dell’informazione possono sentirsi spinti a pubblicare contenuti il cui principale obiettivo sia quello di attirare l’attenzione del pubblico, anche a discapito della precisione o della veridicità delle informazioni. Un altro strumento di pressione è rappresentato anche dal fatto che i media spesso dipendono dalle entrate pubblicitarie generate dal traffico online; di conseguenza, i giornalisti possono essere incentivati a pubblicare notizie sensazionali o polemiche per aumentare il numero di visualizzazioni e di conseguenza i ricavi pubblicitari. Nell’era dei social media e della comunicazione istantanea, inoltre, c’è la necessità di essere tra i primi a riportare una notizia. Questo può portare i professionisti dell’informazione a pubblicare informazioni non verificate o incomplete, contribuendo alla diffusione di notizie erronee o fuorvianti. Nei casi peggiori, invece, il diritto di cronaca soccombe davanti alla mancanza di etica professionale.

Professionisti dell’informazione o meno, quanto siamo dipendenti dal web? Dal punto di vista negativo, intendo.

La dipendenza dal web si è diffusa ampiamente nella società moderna, coinvolgendo persone di ogni fascia d’età e provenienza. Questa dipendenza può manifestarsi in modi diversi, generando effetti negativi sul benessere individuale e sul tessuto sociale. Molte persone trovano difficile distaccarsi dai dispositivi digitali, passando lunghe ore navigando su internet, controllando i social media o giocando online. Questo comportamento può comportare una perdita significativa di tempo, riducendo le opportunità per svolgere attività più produttive o socializzare. Inoltre, tale dipendenza può contribuire a problemi di salute mentale come ansia, depressione e scarsa autostima. L’esposizione costante ai contenuti online, soprattutto quelli che promuovono standard irrealistici di bellezza o successo, può influenzare negativamente la percezione di sé e l’autostima. Questa dipendenza influenza anche le relazioni personali e sociali, poiché passare troppo tempo online può ridurre le interazioni faccia a faccia con gli altri, compromettendo la qualità dei legami e aumentando la solitudine e l’isolamento sociale. Infine, la dipendenza dal web può causare problemi fisici come affaticamento visivo, dolori al collo e alla schiena dovuti a una postura scorretta durante l’uso dei dispositivi digitali, e disturbi del sonno causati dall’esposizione prolungata alla luce blu degli schermi. È quindi fondamentale prendere consapevolezza del proprio utilizzo dei dispositivi digitali e adottare strategie per bilanciare il tempo trascorso online, mantenendo un equilibrio salutare tra la vita digitale e quella offline.

Quanto questa dipendenza è causa del mancato rispetto di comportamenti adeguati?

Sicuramente la relazione tra la dipendenza dal web e il mancato rispetto di comportamenti adeguati è complessa e bidirezionale. Mentre è vero che la dipendenza dal web può influenzare il mancato rispetto di comportamenti adeguati, è altrettanto vero che il mancato rispetto dei comportamenti adeguati può contribuire alla dipendenza dal web.
Ad esempio, un individuo che ha difficoltà a gestire le interazioni sociali o a mantenere relazioni personali sane potrebbe rifugiarsi nel mondo online, contribuendo così alla sua dipendenza dal web. D’altra parte, un uso eccessivo del web può portare a una diminuzione del tempo dedicato alle interazioni faccia a faccia, compromettendo quindi le abilità sociali e comportamentali nell’ambiente offline.
Ma la dipendenza dal web è il risultato di una combinazione complessa di fattori psicologici, sociali e culturali.

Per concludere, cosa può dirci circa l’utilizzo che gli adolescenti fanno dei social network? Come proteggerli dall’abuso e dalle conseguenze che ne derivano?

L’uso eccessivo e ossessivo di Internet è una tendenza in costante crescita e coinvolge sempre più individui, specialmente giovani, che occupano giornate intere navigando sui social network e/o utilizzando giochi online. Questi comportamenti, quando portati all’eccesso, possono provocare danni neurologici, deficit linguistici e problemi di salute mentale come ansia e depressione. Affrontare questa problematica richiede quindi l’impegno di una gamma diversificata di professionisti, tra cui esperti della salute mentale, sociologi ed educatori, che possano analizzare il fenomeno in profondità e contribuire alla creazione di strategie efficaci per contrastarlo. Tuttavia, la ricerca da sola non è sufficiente. È cruciale stabilire una rete collaborativa che coinvolga istituzioni pubbliche, scuole, famiglie e l’intera comunità. L’obiettivo principale dovrebbe essere lo sviluppo di programmi educativi e formativi che promuovano un utilizzo consapevole e positivo delle tecnologie digitali, offrendo esempi pratici. Unendo le forze, possiamo fornire un solido sostegno e aumentare la consapevolezza, specialmente tra coloro che sono più vulnerabili a questa dipendenza. È fondamentale educare tutti sulla natura delle interazioni online e sulle possibili conseguenze negative di certi comportamenti. Questo processo di sensibilizzazione dovrebbe avvenire attraverso canali di comunicazione ampiamente diffusi, al fine di raggiungere un pubblico il più ampio possibile e promuovere una cultura digitale responsabile.


PROFILO RUBEN RAZZANTE

Ruben Razzante è docente di Diritto europeo dell’informazione, di Diritto dell’informazione e di Regole della comunicazione d’impresa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove si è laureato in giurisprudenza e in scienze politiche. È docente di Diritto dell’informazione al Master in giornalismo dell’Università Lumsa di Roma. Insegna ai corsi di formazione promossi dall’Ordine dei giornalisti.
Nell’agosto 2023 è stato nominato consulente a titolo gratuito della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza del Senato della Repubblica, presieduta dalla Senatrice a vita, Liliana Segre.
Nell’aprile 2020 è stato nominato esperto dell’”Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al Covid-19 sul web e sui social network”, istituita dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’Informazione e all’Editoria.
È membro dell’Advisory Board Assolombarda per il sociale. Ha fondato il portale www.dirittodellinformazione.it, che pubblica quotidianamente contributi di illustri studiosi e addetti ai lavori sui temi della qualità dell’informazione e la tutela dei diritti in Rete. Ha dato alle stampe: Giornalismo e comunicazione pubblica (FrancoAngeli, 2000), giunto alla seconda edizione, Informazione: istruzioni per l’uso. Notizie, Rete e tutela della persona (Cedam, 2014) e Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione (Cedam, 2022), giunto alla nona edizione. Ha curato la pubblicazione dei volumi: L’informazione che vorrei. La Rete, le sfide attuali, le priorità future (FrancoAngeli, 2018); La Rete che vorrei. Per un web al servizio di cittadini e imprese dopo il Covid-19 (FrancoAngeli, 2020) e I (social) media che vorrei. Innovazione tecnologica, igiene digitale, tutela dei diritti (FrancoAngeli, 2023). È giornalista professionista. È editorialista dei quotidiani del Gruppo Caltagirone (Il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino di Venezia), dei quotidiani del Gruppo Monti Riffeser (QN-Quotidiano Nazionale, Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione), del quotidiano La Gazzetta di Parma, del settimanale Oggi, della Nuova Bussola Quotidiana (www.lanuovabq.it). Cura un blog sull’Huffington Post.


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