sabato, Maggio 18, 2024
HomeL’arte per narrarsi“Ho captato che in situazioni fragili c’è molto fermento creativo”. Intervista a...

“Ho captato che in situazioni fragili c’è molto fermento creativo”. Intervista a Giulia Turri, fotografa

Un insieme di scatti per condividere il concetto di fragilità umana e narrare un percorso curativo che, inevitabilmente, cambierà la vita.
Un’immagine per esporci e, coraggiosamente, urlare quanto abbiamo dentro.
Dialogo, oggi, con Giulia Turri, fotografa.

Raccontiamo Giulia.

Ho iniziato a scattare fotografie all’età di nove anni quando, durante una vacanza al mare, ho vinto una macchina fotografica di plastica, in una di quelle macchinette con il braccio meccanico (si chiama clan carne ma nessuno sa che si chiama così).
Da quel momento non ho più staccato gli occhi dal mirino.
La fotografia mi ha sempre accompagnato in tutti i momenti della mia vita.
Lei si occupa anche di fotografia sociale. Come mai questa scelta?

Mi sono avvicinata alla fotografia sociale in seguito a un viaggio che ho fatto in Camerun. Una mia amica, infatti, stava facendo il servizio civile, io la raggiunsi per fare un laboratorio di fotografia all’interno di un istituto d’arte.
Qui ho scoperto che la mia passione non era solo la fotografia, ma anche l’insegnamento:mi piaceva trasmettere questa mia passione. Mi sono scoperta innamorata del sociale: ho captato che in situazioni povere o fragili c’era molto fermento creativo. Questo mi ha indirizzato alla fotografia sociale e, successivamente a quella terapeutica.
Così ho frequentato scuole di fotografia tra cui la Bauer, ho fatto un corso con l’agenzia Contrasto sponsorizzato da Regione Lombardia dove ho incontrato Efrem Raimondi che è diventato il mio punto di riferimento e, infine, ho preso una laurea triennale in comunicazione visiva.
Ho studiato, inoltre, fotografia terapeutica e sociale durante l’anno 2022 presso il Network Italiano di fotografia terapeutica e sociale, (mi fa piacere citare questo network che mi ha formato)

Ha parlato di fotografia terapeutica. Spieghiamo di cosa si tratta e in che modo supporta il benessere del soggetto.

Il termine fotografia terapeutica viene coniato negli anni 70’ da Judy Weiser che crea una metodologia di utilizzo delle fotografia grazie alla sua esperienza coi nativi americani, approfondi sce un argomento che era già presente dai movimenti surrealisti e dadaisti spinti dalle riflessioni di Freud sull’ inconscio. Jo Spence fotografa scrittrice e attivista sempre negli anni ’70 elabora metodi di utilizzo della fotografia ” per curare noi stessi” che inizialmente chiama “Camera Therapy” e poi “Photo therapy”.
La fotografia terapeutica aiuta il soggetto poiché l’immagine si connette molto velocemente con il nostro inconscio. In tal modo, riusciamo a entrare in contatto, appunto, con la nostra parte inter iore, le nostre fragilità e le nostre ombre.
Noi proiettiamo, infatti, il nostro inconscio sulla fotografia che ci permette di vedere il nostro mondo interiore e di analizzarlo come se lo vedessimo da un altro punto di vista.
Le immagini sono strumento più istintivo rispetto all’utilizzo delle parole nel racconto di noi stessi.
Passiamo alla sua ultima personale “Me&Her”, nel quale mette in relazione il rapporto tra la donna e il suo corpo durante un percorso di cura. Come nasce questo progetto?

“Me&Her” è un progetto che riguarda le donne e una malattia, in particolare il tumore.
A dieci donne che ho fotografato su undici è stato diagnosticato un tumore al seno e, per fortuna, ne sono uscite tutte.
Ê un progetto che è iniziato per la mia volontà di trasformare il mio dolore in qualcosa che potesse essere utile ad altre persone.
Nel 2018 ho perso la mamma per un tumore al pancreas e il percorso di fotografia terapeutica che ho atto con lei è stato d’esempio per me: sono stati attimi molto importanti.
Quando mia mamma si è ammalata di tumore la prima cosa che ha fatto è stata guardarmi in faccia e chiedermi di farle una fotografia dopo ogni chemio.
Credo che questa volontà di documentare questo percorso, sebbene sia un percorso molto difficile e doloroso la aiutasse in qualche modo a tenerne traccia, vedersi, guardarsi, scattarsi un ricordo.
Farsi fare un ritratto è un mezzo per guardarsi da una prospettiva differente… in questo caso mia madre volle vedere attraverso di me che, peraltro, è qualcosa di molto intimo e speciale.
Ho pensato, allora, che il vedersi dall’esterno, anche dopo anni dalla guarigione, avrebbe potuto tirare fuori quello che questa condizione porta con sé.
Le donne che ho immortalato, difatti, mi hanno detto che sono riuscite a esprimere cose che, ancora, dopo anni, non avevano esternato. esternato.
Questo è stato, dunque, un percorso pensato per capire le sensazioni di una persona che affronta questa circostanza.

Quali sensazioni sono emerse?

Quello che è emerso è, sicuramente, una grande paura e una grande rabbia. Molto spesso, ci si domanda: Perché? La verità è che può succedere a tutte, nessuna è esclusa da questa probabilità.
Mi sono relazionata con donne che trasudavano coraggio e forza, perché riaprire e vedere ciò che si porta dietro da questa esperienza non è da tutti. Ho fotografo donne nel momento in cui stavano facendo le cure e altre che le avevano già finite.
Ê difficile aprire, nuovamente, una porta e veder quanta consapevolezza si ha di quello che si è passato. Ho visto anche tanta voglia di conoscersi e condividere questo dolore che può essere utile ad altre.
Sa, la fotografia terapeutica è duplice: sia per chi la pratica ma anche per chi la riceve.
Per me, completare questo percorso è stato molto importante e ha chiuso un capitolo della mia vita che necessitavo di chiudere quindi, personalmente, mi ha aiutato molto.
La condivisione tra me e loro e tra loro e loro stesse è stata fondamentale è stato, inoltre importante la condivisone tra me e il pubblico che è venuto a vedere la mostra.
Ho capito che la condivisione di dolori, successi e gioie aiuta tutti gli esseri umani.

Perché “Me&Her”? Spieghiamolo.

Perché “Her” cioè “Lei” può rappresentare tante cose: può essere me e la fotografia, me e la trasformazione, me è me stessa.. quello che ero prima e sono ora, il soggetto immortalato e io come fotografa. Io, Giulia, insieme a loro.
Ognuna, ad ogni shooting si rispecchiava nell’altra.
Ê stato un momento di condivisone molto profonda e loro hanno riposto molta fiducia in me e io in loro. Adesso che sto parlando con lei, mi sto rendendo conto che il punto vero della terapia è la condivisione.

Ha appena parlato di condivisione. A questo punto le chiedo: come approcciava a loro?

L’approccio è una parte della metodologia. Quando ho avuto l’idea di questo progetto ho iniziato a parlarne con le persone a me vicine. Ho incontrato, così, Angela Restelli, Pink ambassador di Fondazione Umberto Veronesi nel territorio di Legnano.
Le ho parlato di ciò che volevo fare e lei si è interessata fin da subito e mi ha fatto conoscere donne che avevano avuto una diagnosi di tumore.
Abbiamo studiato insieme un primo incontro conoscitivo con ognuna di loro.
Andavo da loro con Angela senza la macchina fotografica spiegando il progetto e le nostre storie.
Poi loro decidevano se partecipare o meno.
Lo step zero della metodologia consisteva nella conoscenza in prima persona.

Cosa leggeva negli occhi delle donne che incontrava?

Leggevo tanta voglia di unirsi e affrontare tutto insieme.
Il desiderio di non sentirsi sole in questo percorso complesso, in questo passo duro della loro esistenza.

Poc’anzi ha accennato alla trasformazione. Cosa intende per trasformazione?

Quando si è malati, come nel caso di mia mamma, le fotografie che facevo a distanza di anni era una trasformazione fisica.
In questo caso, le donne che ho immortalato, hanno visto una trasformazione di personalità.
Il percorso che ho suggerito loro era diviso in tre step: il primo, dopo l’incontro conoscitivo, era accordarci per incontrarci in un luogo a loro caro dove avrei scattato, quindi, erano loro a scegliere lo sfondo… io entravo nella loro intimità.
Nel secondo step, invece, le invitavo nel mio studio e chiedevo loro di tirare fuori con l’espressione l’immagine che volevano dare agli altri.
Durante la malattia è già molto difficile essere malati e capire come relazionarsi con gli altri.. come presentarsi.
Nel terzo step, sempre nel mio studio, tiravano fuori la parte più difficile da condividere con gli altri: rabbia, paura, fragilità e la tristezza.
Questo percorso prevede una trasformazione e, quando ti riguardi, vedi il cambiamento che attraversa questo percorso.. il cambiamento intercorso dal primo incontro con me all’ultimo scatto.

Cos’è la bellezza? Provi a darmi una definizione.

La bellezza, secondo me, è essere consapevoli di sé.
Quando si riesce a fare pace con le nostre parti oscure e convivere con se stessi. In questo modo si può cogliere ed esprimere la bellezza che ci sta intorno.

Entriamo, invece, nel tecnicismo: perché i suoi sfondi sono scuri?

Sono scuri per fare risaltare il soggetto.
C’è anche un motivo più filosofico: ho utilizzato il flash montato proprio sopra la macchina fotografica.
Quest’ultimo, peraltro, costituiva la luce che le faceva emergere dal buio che hanno vissuto.
Il flash, inoltre, è una luce molto secca che evidenzia la pelle e io volevo vedere oltre gli occhi, volevo tirare fuori la loro pelle, vissuta, umana..

Per concludere, c’è qualcosa che vorrebbe aggiungere?

Sì.
Spero che con questo percorso possa fare comprendere come sia importante mostrare anche le proprie fragilità in un mondo che ci vuole perfetti e performanti.
Noi donne dovremmo unirci e spalleggiarci nelle nostre fragilità perché esse sono il nostro primo punto di forza.
RELATED ARTICLES

Most Popular

Recent Comments