sabato, Giugno 22, 2024
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L’arte come strumento di cura. Intervista a Vincenzo Valentini, direttore radioterapia oncologica presso Policlinico Gemelli.

Il Polo Radioterapico Gemelli Artcostituisce uno dei punti più alti dell’eccellenza della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS per quanto riguarda la cura dei pazienti oncologici.
Dialogo, oggi, con Vincenzo Valentini, Direttore del Dipartimento Diagnostica per Immagini, Radioterapia Oncologica ed Ematologia del Policlinico Gemelli e Ordinario di Radioterapia all’Università Cattolica.
Oggetto di questa lunga intervista la potenza dell’arte nell’ambito di un processo curativo, i principi basilari sui quali si fonda l’accoglienza e non solo.

Parliamo di radioterapia oncologica, un’espressione che spaventa, a maggior ragione, se legata a bambini e ragazzi. Spieghiamo di cosa vi occupate,  entriamo nel tecnico di quella che è la vostra attività.

La radioterapia oncologica è una delle modalità con le quali si curano i tumori.
Come dice la parola stessa, si tratta di una terapia che usa le radiazioni, affermatasi sul finire dell’800 quando, appunto, si è scoperta l’esistenza di queste ultime, le quali sono invisibili e, se indirizzate su un punto preciso del corpo, rilasciano energia che rende instabile la cellula e, soprattutto, il patrimonio più importante della cellula: il DNA.
Questo accade perché o lo colpisce direttamente o, colpendo alcune molecole, indirettamente, lo danneggia.
Nel momento in cui il Dna è danneggiato, quella cellula attiva dei meccanismi che la portano al decesso o le impediscono di replicarsi, fino a giungere, infine, alla morte.
Il rilascio di energia che ha lo scopo di bonificare il corpo da cellule ostili, se indirizzato su di esse, diviene un beneficio per il paziente.
Vi sono, ovviamente, fattori abilitanti affinché questa procedura possa avere successo: il tumore deve essere localizzato, non deve essere disseminato in quanto non si può irradiare tutto il corpo di una persona.
Agisce solo se i depositi tumorali sono uno o molto pochi e molto ben evidenziabili.
La tecnologia attuale ha reso molto agevole poter identificare il tumore attraverso l’imaging.
Le macchine che erogano radiazioni, definite anche macchine ibride, possiedono TAC o, più recentemente, risonanza montate sulla macchina che le produce.
In tal modo, adesso, riusciamo a identificare la malattia, la posizione in cui si trovano le cellule ostili, in seguito, attraverso la tecnologia informatica e, negli ultimi anni anche con l’intelligenza artificiale, depositiamo la dose unicamente nel punto in cui si trova il tumore e riduciamo la tossicità del trattamento: infatti,  andando a rilasciare energia su cellule malate, la si potrebbe rilasciare anche su tessuti sani che, di conseguenza, andrebbero anch’essi a morire e per questo si cerca sempre di limitarne il volume irradiato.
Il lato positivo della tecnologia è che non richiede invasività nel corpo umano, riusciamo, dunque, a preservare, spesso, l’organo e la sua funzionalità.

Spostiamoci sui pazienti: non sono numeri, oggetti, bensì persone con i loro stati d’animo.
Non si tratta solo di applicare quanto mi ha appena spiegato, ma anche di relazionarsi ad essi
.

Certo. Quando una terapia richiede molteplici interventi per periodi prolungati, tutti noi siamo consapevoli che ci troviamo di fronte a persone che sono state sottoposte a un trasloco forzato.
Il paziente a cui viene esposta una diagnosi di tumore e, fino a quell’istante, viveva una vita regolare nei suoi lavori, amori, relazioni e affetti, entra dentro  una situazione che ricorda quella di una persona che si trova in un centro terremotato o alluvionato: deve cambiare vita, prendere gli oggetti più cari e inserirsi in una nuova realtà fatta di ospedali, ambulatori e terapie.
In un certo senso, nell’accogliere il paziente, accanto alla necessità di risolvere il problema che è la sua malattia, non possiamo ignorare che è anche una persona disorientata ed impaurita: ha paura della morte, di come morirà e di restare sola, a volte anche difficoltà a capire.
Se non si attenziona la totalità del soggetto che si ha davanti, nella sua esigenza clinica, fisica e relazionale, il percorso di accompagno e accudimento che noi dobbiamo fare sarà parziale, inadeguato e insoddisfacente.
Se si tratta il paziente solo in funzione della prestazione che gli viene erogata, egli ha la percezione di essere trattato come una cosa, un motore con qualche guasto che bisogna riparare, ma non come uomo, donna o bambino che ha  una complessità e unitarietà che va oltre la fisicità.
Questa dimensione si traduce in pazienza, a volte, nel rispiegare le cose, nell’ascolto, in attenzione fatta anche di gesti semplicii, come uno sguardo o un sorriso, personale infermieristico che dopo aver messo un ago fa una carezza.. questo crea un contesto di completezza nell’accoglienza che fa la differenza.
Chi è malato ha una sensibilità diversa, si accorge  e si nutre di queste sfumature ed attenzioni.
Si accorge se è accolto come una persona o è uno tra tanti.

Gemelli Art, Reparto Radioterapia Oncologica

So che in questo cammino siete anche riusciti ad attuare un progetto correlato alla bellezza, all’arte.

Sì, l’osservazione che in questi anni abbiamo avuto modo di fare è che quando alle persone vengono offerte opportunità per trovare un senso a quanto si fa e dare un senso a quest’esperienza impegnativa, i risultati migliorano.
Esistono diversi studi condotti in più parti del mondo i quali rendono evidente che la persona riesce ad essere resiliente, a trovare del positivo, se  viene attivata la sua capacità di espressività.
Se al paziente, durante il percorso di cura, è stimolata la creatività attraverso varie modalità artistiche, le possibilità di guarigione sono maggiori.
Quindi, progressivamente, abbiamo iniziato a introdurre luoghi d’arte nel nostro percorso oncologico.
Abbiamo, ad esempio, ricreato nei posti di cura, ambienti familiari quali una sala di terapia all’interno dell’ arena del Colosseo, nel Giardino degli Aranci dell’Aventino o a Villa Adriana.
Per i bambini i luoghi artistici hanno un valore minore, abbiamo, quindi,  utilizzato le favole, la narrazione,  strumenti che da sempre spiegano loro che esistono cattiveria, dolore, malattia e morte.
Abbiamo realizzato l’ambientazione di un sottomarino nel quale il piccolo ha il ruolo di capitano.
Dopo aver creato, attraverso donazioni, questi ambienti, li abbiamo ulteriormente arricchiti di contenuti artistici perché cambiava il setting esistenziale.
Nel setting day- hospital e degenze, infatti, dove il paziente sostava lunghe ore magari  aspettando gli effetti di terapie che possono dare nausea, vomito o perdita di capelli, abbiamo introdotto architettonicamente una cifra artistica maggiore, opere esposte, giardini verticali, grandi schermi sui quali corrono video attrattivi.
Oltre a questo è stata realizzata una piattaforma su I-Pad dove le persone possono selezionare contenuti artistici, musicali, cinematografici, pittorici e fotografici mentre stanno su letti o poltrone di degenza.
Per finire abbiamo creato una sala immersiva: il paziente vi entra, fa il suo trattamento farmacologico in ambienti che lui seleziona che possono essere naturalistici o musei.
Tutto questo è stato reso possibile  perché tutti gli artisti che abbiamo contattato hanno recepito l’importanza di essere in luoghi differenti rispetto a  Gallerie, Pinacoteche Private o installazioni museali etc..
I Musei Vaticani ci hanno donato 100 opere ad alta risoluzione che girano sui nostri schermi, da Corrado Augias a Veronesi hanno contribuito con le loro opere, Pierpaolo Piccioli della Maison Valentino ci ha arredato una sala di terapia, Confagricoltura, il Fai, il MAXXI, cioè qualsiasi operatore istituzionale che agisce nel mondo dell’arte e della natura o grandi artisti, appena entrato in contatto con noi ha trovato una piattaforma di senso.
Tutto questo all’interno di una progettazione architetturale, non occasionale.

Gemelli Art, Reparto Radioterapia Oncologica

Quali emozioni ne derivano, rispetto al paziente?

Guardi, la prima dimensione, forse, è un po’ antica: niente che è umano mi è estraneo.
C’è un grande senso di appartenenza ad una comune identità dove non conta molto da quale lato sei della scrivania, siamo in cammino e siamo insieme; il camice non ci offre immunità e non giustifica nessuna distanza.
Dobbiamo avere delle competenze, è vero, le tenerezze da sole non bastano a risolvere i problemi, ma l’equilibrio di queste dinamiche crea spesso commozione e bellezza condivisa, anche quando si devono affrontare lunghi tramonti.


Come avviene il percorso di bambini e ragazzi. Quanto è difficile sostenerli, soprattutto, a livello psicologico?

Abbiamo due percorsi particolari, in quanto abbiamo un numero abbastanza alto di trattamento dei bambini.
Il percorso particolare nasce nell’accogliere il bambino e la famiglia, nell’offrire loro la possibilità di costruire una rilettura e una narrazione all’interno di questo luogo giocando con elementi tipici che per i bambini sono motori di comunicazione.
Quindi, abbiamo realizzato su peluches la simulazione di ciò  che deve fare il bambino durante la terapia, la mascherina da indossare, il cateterino… insomma, sono istruzioni visibili in ogni gioco, ovviamente sono coinvolte in questo meccanismo persone con determinati profili e competenze.
C’è lo scrigno dei sogni, in cui chiediamo al bambino quale gioco vorrebbe avere per la fine della cura, mettiamo il giocattolo in rete e cerchiamo un donatore, altrimenti lo acquistiamo noi con le raccolte fondi.
Il libro dei capitani coraggiosi, dove i bimbi iniziano a descrivere quello che vivono: c’è una piccola saletta di regia in cui bambini e genitori raccontano per rassicurare poi gli altri.
Sorge una sorta di circolarità all’interno del percorso che si tramuta in luogo armonico attraverso narrazione e rassicurazione.
Abbiamo un acquario, vero e grande che si trova nella stanza della terapia.

Gemelli Art, Reparto Radioterapia Oncologica

Ha parlato di accoglienza. Cosa significa accogliere all’interno di una struttura ospedaliera, di un reparto così duro come il suo?

L’accogliere è uno dei tre tempi nel quale si svolgono le relazioni umane: accogliere, accudire e accompagnare.
Utilizzo un esempio: ognuno di noi è cresciuto attraverso questi tre tempi, tutti noi, in un certo qual modo, siamo stati figli.
A livello internazionale, la letteratura per descrivere queste dinamiche utilizza gli strumenti di relazione madre-figlio o genitore-figlio.
A qualsiasi ora del giorno o della notte il figlio chiama la madre, ella non si pone il problema se ha qualcosa da fare.
Per accogliere partiamo da quello che lui è.
Nel nostro caso, se bussa alla nostra porta è perché è una persona che, purtroppo, ha un tumore, non perché è scritto su pezzo di carta ma, come dicevo prima, è un soggetto con le sue complessità.
Quindi, partendo da quello che lui è si costruisce tutto: percorsi delle visite, spiegazione di quanto si deve fare, educazione di quelle che sono le regole di questa nuova casa nel quale è stato traslocato.
In ogni regola di convivenza vi sono regole da rispettare, se serve qualcosa va chiesto… non ci si può piazzare davanti a una porta perché si è visto un medico.
Dunque, questo è il primo tempo… fatto, dunque, di organizzazione.

Per quanto riguarda, invece, i restanti due tempi citati poc’anzi?

L’accudire è l’esecuzione del trattamento sia tecnico- clinico che organizzativo e relazionale, relazionale che sia però anche architetturale, in grado cioè di offrire stimoli, perché in questi percorsi nei quali i nostri pazienti  sono come soldati in trincea con la percezione di una morte sospesa, spesso, essi necessitano di solitudine e l’arte può dare strumenti di lettura.
Quindi, accudire è accoglienza, tecnica e disposizione a intercettare domande di senso che avvengono.
L’accompagnare è l’ultima parte, quella di dare fiducia, integrarsi con una vita dove si giunge a sentire e credere che quanto si è fatto possa dare il beneficio che si spera.
A volte,  vi sono pazienti che hanno difficoltà nell’allontanarsi dal perimetro di vicinanza dell’ospedale: sono impauriti, hanno paura di rientrare nella realtà.
Li rassicuriamo che l’organizzazione e i controlli non devono divenire l’ossessione di appuntamenti incalzanti, di esami.
Il paziente deve vivere.
Per cui, anche l’accudire ha una sua dimensione tecnico-clinica, ma anche rassicurativa, parte integrante, dunque, di un ciclo relazionale.

Gemelli Art, sala accoglienza Radioterapia Oncologica

Nello svolgere la sua professione quanto stress recepisce e come riesce a gestirlo?

Ciò che genera stress è la distanza tra ciò che pensi possa essere d’utilità e quanto, poi, riesci a mettere a terra.
Lo stress nasce dalla distanza tra l’auspicato e il desiderato, programmato e realizzato.
Chi bussa ha domande da farti, ma è altrettanto vero che queste persone hanno tanto da insegnare, danno una postura relazionata che si struttura in questa dimensione di attenzione ad accogliere e accudire.
Devo dire che quello che pesa di più è la stanchezza fisica.
Se riesci a conciliare la tua identità con la presenza luminosa di certe vicende che ti trovi a vivere nelle diverse sfaccettature, sia favorevoli che sfavorevoli, impari a vivere con profondità.

Infine, per concludere le chiedo: c’è qualcosa che vuole aggiungere?

Umanamente, c’è un passaggio che non è da sottovalutare: quest’ avventura non è stata solitaria, ma  abbracciata anche da mia moglie e dalla mia famiglia.
Non è stato un progetto individuale.
Inoltre, ho incontrato maestri che mi hanno consentito di valorizzare queste dimensioni.
Tanti colleghi si sono messi in gioco.
La Direzione ci ha molto sostenuto, ci ha permesso di sperimentare, provare… ci ha supportato anche a livello motivazionale.


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