mercoledì, Agosto 17, 2022
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FabLab. Intervista a Giulia Comoletti, Responsabile Area Politiche Giovanili Fondazione Somaschi Onlus.

Milano, come tante altre metropoli, vede al suo interno quartieri complessi nei quali l’interdipendenza tra Istituti Comprensivi, associazioni e Comune consentono alla scuola di divenire il principale polo di riferimento per il raggiungimento di inclusione e innovazione, attraverso l’organizzazione di attività mirate.
Presso l’Istituto Tommaso Grossi è stato presentato FabLab, laboratorio dedicato a studenti della scuola primaria, genitori e insegnanti, al fine di  veicolarli a una  stretta collaborazione e interazione tra le parti. In rilievo la funzione di telai e macchinari quali strumenti per combattere marginalizzazione e  dispersione scolastica.
Dialogo oggi con Giulia Comoletti, Responsabile Area Politiche Giovanili Fondazione Somaschi Onlus.

Innanzi tutto raccontiamo progetto P.A.R.I. nel quale, tra l’altro, rientra FabLab.

Progetto P.A. R.I. prende avvio nel 2018 grazie a un finanziamento dell’impresa sociale “Con i bambini”, la cui co-progettazione iniziale ha coinvolto scuole e innumerevoli partner.
Il suo è un focus privilegiato rispetto a bambini e bambine che vivono in contesti diversi ad  esempio quelli dei campi room.
L’idea era quella di attivarsi per capire come poter lavorare insieme alle scuole con l’obiettivo che rimanda alla mission del progetto, creare cioè un contesto scolastico il più possibile interattivo, flessibile e stimolante, non solo per i bambini che, a volte, hanno una frequenza altalenante, ma per tutta la scuola stessa, per tutte le classi.
In prima battuta, quindi sul nascere era destinato alle classi terze, quarte e quinte degli Istituti Comprensivi Tommasi Grossi, Arcadia e Perasso poi, inevitabilmente, si è allargato perché questi anni di pandemia hanno modificato il setting scuola, sociale, famigliare e culturale.
Inoltre, abbiamo intercettato molti bambini che non ne erano i destinatari originari con risultati molto interessanti.

Raccontiamo FabLab.

L’Istituto Tommaso Grossi ha inaugurato e presentato la sartoria.
Si tratta di due stanze riqualificate e ristrutturate con l’aiuto di Architetti Senza Frontiere, composte da macchine da cucire e telai.
In questi anni,  in cui le tecnologie hanno preso il sopravvento, vuoi per necessità, vuoi per le continue sollecitazioni dei contesti e del mondo in cui ci muoviamo, l’idea di tornare a produrre con le proprie mani un tappeto, maglie o piccoli manufatti è un sistema per imparare e per comprendere come stare con gli altri, per sentirsi meglio con se stessi e crescere, allenando quel problem solving che la vita ci chiede.

In tutto ciò subentra anche il “Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile”. Cosa prevede?

Il Fondo prevede l’attivazione di progetti innovativi in grado di leggere ed entrare dentro i tessuti sociali dei quartieri per garantire ai minori l’accesso a opportunità e sperimentazioni che, seguendo altre procedure, non potrebbero essere attuate.
L’idea base è che il progetto possa entrare nei tessuti sociali, famigliari e scolastici per poter permettere a tutti i bambini, indipendentemente dalle loro condizioni, di potersi sperimentare e apprendere in modo diverso ed esperienziale; potersi vedere differentemente rispetto ad oggi e potersi guardare diversamente da come famiglie e contesto sociale li vede.
Allontanarli, quindi, dallo stereotipo che anche noi abbiamo nei confronti degli ambienti più fragili.


Entriamo nel merito dei quartieri complessi, raccontiamone la realtà.

Presso l’Istituto Tommaso Grossi vi sono bambini di circa venticinque nazionalità differenti, innanzi a noi un contesto multietnico, plurale, interessantissimo dal punto di vista delle modalità con cui la scuola si muove  verso una piena integrazione.
Sicuramente il lavoro che si sta facendo, si è fatto e  si farà è di leggere queste diversità e offrire le stesse opportunità a tutti.
Sono bambini che, al di là delle origini della famiglia, sono nati e cresciuti in Italia e, di conseguenza, una risorsa per poter costruire insieme una realtà nuova.



Secondo lei, che segue passo dopo passo tanto bambini quanto le famiglie, qual è la principale causa della dispersione scolastica?

Sicuramente la pandemia ha generato all’interno delle famiglie una forte sensazione di paura, soprattutto per chi vive in nuclei famigliari numerosi, composti, magari, anche da persone anzian: l’idea del Covid che entra nelle loro vite e le scombussola ha fortemente impattato.
La comunicazione, a volte, in particolare durante la prima fase in cui tutto era liquido e incerto non ha favorito nel creare sicurezza alle famiglie rispetto ai rischi che bambini, bambine e genitori stessi correvano o che avrebbero corso.
Quindi, la sensazione di paura rimane e ha determinato comportamenti di allontanamento dalla scuola.
La DaD non ha facilitato quelle circostanze in cui tablet o computer non  risultavano tra gli accessori primari in uso a bambini o genitori.
La lettura delle capacità e competenze, soprattutto straniere, nell’utilizzo di tali strumenti, della DaD e di piattaforme non ha certamente agevolato.
Da un lato abbiamo un livello emotivo alto, dall’altro una questione legata a come affrontare la pandemia dal punto di vista economico.
Il tutto si riassume a come può reagire una famiglia a un contesto che, forzatamente, ha subito un cambiamento, portando a rimanere in casa, senza avere i mezzi per rimanere connessi.

Con Progetto P.A.R.I. avete sostenuto la DaD.
In che modo?
Abbiamo distribuito tablet e connessioni con l’aiuto di scuola e territorio alla famiglie.
L’idea in un primo momento è stata di distribuzione delle risorse e degli strumenti più idonei, un accompagnamento verso la comprensione e l’utilizzo di essi, una sorta di primissimo alfabeto digitale per imparare a muoversi in questa nuova situazione, l’accompagnamento e la formazione di una relazione continuativa con le famiglie che rimane tutt’oggi per dire loro che noi ci siamo, questo è il nostro mandato e  che vogliamo rimangano agganciati alla scuola stessa.

Nel totale avete attivato cinquanta laboratori in due anni e, nonostante, i vari lockdown siete riusciti a farli funzionare.

Esatto. Durante il primissimo lockdown siamo riusciti a svolgere una ventina di laboratori online che andavano dal creare un fumetto, creare cioè il proprio super eroe e  giocare con le nuove regole e scoprire i nuovi modi per starnutire.
I bambini hanno mostrato di essere super coraggiosi e con una voglia di stare insieme altissima che si traduce in un forte senso di comunità.
Ovviamente, i laboratori online sono completamente diversi da quelli in presenza, ma sono stati occasioni in cui i piccoli ci hanno stupito.

Tra l’altro, questi laboratori non sono destinati al solo bambino, ma anche all’adulto.

Certo, durante le varie DaD che si sono susseguite, le supervisioni e le formazioni con i docenti sono rimaste, quindi abbiamo cercato di mantenere ciò che potevamo tenere anche online, ad esempio i confronti con i docenti in funzione ad esempio delle difficoltà.
Con l’inaugurazione della sartoria al Tommaso Grossi si può aprire una seconda fase di programmazioni con genitori, associazioni e varie cooperative che sono sul territorio che possono utilizzare lo spazio con modalità e tempi da calendarizzare insieme.


Sottolineiamo l’importanza della scuola come strumento di inclusione.


La scuola è il luogo privilegiato in cui si può essere e crescere nel modo più libero possibile, diventare grandi nella consapevolezza che la scuola c’è ed è un polo culturale e sociale nella quale non soltanto gli alunni partecipano a questo processo, ma anche i genitori e gli adulti di riferimento affinché anche loro possano percepire questo senso di appartenenza all’istituzione scolastica.
Insomma, un atelier non soltanto di lana e filo, ma anche di scambio, dialogo ed interessanti energie che si intrecciano.


Evidenziamo la necessità di azioni rivolte non solo al raggiungimento di una completa inclusione, ma anche ad impedire la dispersione di cui abbiamo parlato poc’anzi.

L’Italia ha un dato sulla dispersione scolastica molto alto, ad oggi  sono tanti i bambini, le bambine, le ragazze e i ragazzi che perdiamo i quali, magari, terminano il loro percorso scolastico in terza media e non riusciamo inserire nelle reti delle scuole superiori.
Su questo mandato è  opportuno che l’intera società si interroghi e trovi al più presto delle risposte, anche individualizzate.
Serve una corresponsabilità non soltanto dal punto di vista scolastico, ma anche sociale e culturale.
Non possiamo permetterci che ancora oggi, ragazzi e ragazze interrompano il loro percorso di studi dai tredici a quattordici anni: non sono i ragazzi a fallire, siamo noi adulti.

Non posso non chiederle cosa può e deve fare un adulto.

L’adulto per supportare i propri figli deve informarsi circa le scuole, all’opportunità  e alle possibilità formative che il territorio offre.
Il secondo suggerimento che posso dare è affiancarsi ai docenti prima di qualsiasi scelta, mi riferisco alle classi terze.
Esiste un consiglio orientativo  che dona una sorta di foto globale dei tre anni di scuola secondaria di primo grado del ragazzo, quindi chiedere alle scuole quale possa essere il percorso più ottimale per i propri figli, non sentirsi soli in questo importante passo.
Per quanto riguarda i bambini più piccoli , cioè quelli delle elementari, il mio consiglio è dare importanza alla scuola in quanto pronta ad accoglierli, tiene al bambino in ugual misura e gli garantisce un successo non solo scolastico ma anche personale.

Come si evoluta l’istituzione scolastica in questi ultimi anni?

In questi anni ho visto una capacità di modulare la propria didattica dando una svolta propulsiva verso una didattica laboratoriale interattiva, in grado di permettere a tutti di imparare.
Occorre ricordare che non tutti impariamo nello stesso modo, per esempio,  se la lezione frontale arriva al 25% della classe, al restante 75% , invece, serve una modalità di insegnamento diversificato; quando le scuole incentivano  questo tipo di didattica, allora,  riescono a permettere ai bambini di imparare di più e meglio.
Rispetto a questo, dunque, vi è stata una svolta.



Ho l’impressione che l’attività laboratoriale venga sottovalutata, proviamo a spiegarne invece l’importanza.

A volte, nel momento in cui non è strettamente legata alla didattica, viene sottovalutata.
Appena il percorso laboratoriale è legato alla scoperta, il docente può insegnare tutte le parti del corpo umano all’interno del laboratorio di scienze facendolo in un modo inedito, portando, banalmente, uno scheletro da comporre e osservare il movimento dei muscoli: si tratta di organizzare in un circle time un vero e proprio laboratorio interattivo.
Vi sono insegnanti che realizzano stupendi manufatti per riprodurre la pergamena degli egizi, piuttosto che stupendi vestiti per mostrare al bambino che tipo di tessuto vestivano i romani.
Le opportunità sono davvero tantissime.
Occorre aggiungere che le docenti si sperimentano molto, la loro formazione è continua e necessita di riconoscimento, anche dall’esterno, in quanto mettono in campo tantissimo.


Si può dunque affermare che il ruolo dell’insegnante con le relative competenze è in continua evoluzione?

Esatto e molto spesso il riconoscimento del docente rispetto ai loro sforzi tarda ad arrivare o magari non arriva.



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