PARLARE – ASCOLTARE

0
1213

Il metodo del parlare-ascoltare ha il vantaggio di essere di semplice applicazione e qualsiasi insegnante può immaginarsi la possibilità di realizzarlo nella propria classe.

Consiste in un’ora di discussione settimanale in cerchio, con l’utilizzo frequente della “prova di ascolto”. L’insegnante propone un tema da discutere e crea le condizioni per cui chi parla venga ascoltato e compreso dagli altri. Come tema si può scegliere un argomento interessante per gli allievi, un fatto problematico che è successo in classe e che ha destato la conflittualità fra singoli o fra sottogruppi, il clima affettivo presente nel gruppo, il gruppo-classe desiderato, o altri argomenti richiesti dagli stessi allievi.

La cosa veramente importante non sarà né il tema né la discussione in se stessa, ma il modo di comunicare. L’obiettivo dell’insegnante sarà quello di curare la comunicazione in modo che chi parla faccia l’esperienza di essere ascoltato e compreso veramente dai propri compagni di classe. Inizialmente ogni alunno comunicherà rimanendo ancorato al ruolo che ha nel gruppo, quello che gli altri gli riconoscono, ma se vedrà la situazione libera dalla critica e dal giudizio, se si renderà conto che si può parlare ed essere compresi, dopo qualche incontro lascerà il solito ruolo e mostrerà aspetti di sé che gli altri non conoscono.

Per creare le condizioni adatte per poter comunicare in questa maniera è determinante come si conduce la discussione. Se l’insegnante-conduttore lascia la libertà di dire quello che si pensa, allora l’alunno passerà gradualmente da una maniera difensiva di comunicare a una più aperta ed espressiva. Fra “vecchi” compagni di classe, questo processo potrà essere un po’ più lento, poiché i ruoli sono più stabili, ma sarà solo questione di tempo. Il singolo si mostrerà più aperto quando si accorgerà che il gruppo dei compagni accetta da lui anche altri aspetti di sé, che non rientrano nel suo ruolo.

Per verificare questa disponibilità del gruppo sono necessarie due condizioni: la prima è provare a esprimersi liberamente, l’altra è una risposta di consenso da parte del gruppo, e non di critica. La discussione in cerchio, opportunamente condotta dall’insegnante, può soddisfare entrambe queste condizioni.

Per la conduzione sono d’aiuto alcune indicazioni. È basilare che gli allievi siano seduti in cerchio, poiché questa disposizione privilegia proprio la comunicazione di gruppo, consentendo a ciascuno di vedere tutti gli altri sia quando si parla sia quando si ascolta. Si tratta di una condizione fondamentale, perché è lo strumento che facilita la comunicazione da un punto di vista oggettivo.

Poi è importante avere la possibilità di parlare, e di potersi esprimere di fronte a persone che ti ascoltano in silenzio e non nella confusione, quindi è necessario parlare uno alla volta e lasciare finire l’intervento precedente senza interrompere la persona che sta parlando.

È anche importante farsi sentire con un tono di voce adeguato e dare la precedenza a chi non si è ancora espresso.

L’aspetto più qualificante è però la comprensione di quello che viene detto. Il conduttore dovrebbe curare particolarmente questo aspetto, inserendo nella discussione, quando lo ritiene opportuno, la prova di ascolto.Si tratta di una tecnica di facile uso.

Normalmente, nel corso di una discussione, quando una persona A finisce il suo intervento, subentra b e così via. Se si applica la prova di ascolto, si chiede a b di dare la prova di avere ascoltato A, prima di consentirgli di esprimere le sue idee. La prova consiste nel chiedere a b di ripetere con le sue parole l’intervento di A, b deve guardare A e cominciare la prova di ascolto con la frase: «Tu hai detto che…» Dopo la prova di ascolto il conduttore chiede ad A se si riconosce nelle parole di b. Se A acconsente, b può cominciare il suo intervento, altrimenti il conduttore chiederà ad A di ripetere la parte del discorso che non è “passata” all’altro. Questo procedimento va avanti fino a che A non si riconosce nella ripetizione di b; allora, e solo allora, il conduttore consentirà a b, che ha mostrato di avere ascoltato e compreso A, di esprimere le sue idee. La prova di ascolto è una messa a punto della comunicazione, in maniera tale che chiunque, prima di continuare col proprio intervento, dimostri di avere ascoltato e capito quello dell’altro. Quando questo succede, chi ha appena parlato si sente compreso, e ascolta l’intervento successivo con molto più interesse.

Nella comunicazione la cosa fondamentale non è avere ragione, ma essere ascoltati e compresi, e quando attraverso la prova di ascolto si è certi che l’altro ti ha compreso, lo si ascolta volentieri anche se manifesta idee diverse dalle proprie. Quando invece si ha la sensazione di non essere compresi o addirittura di non essere stati neanche ascoltati, o di parlare con persone che stanno solo seguendo il filo dei propri pensieri e che danno prova di ascoltare soltanto se stesse, allora non importa più quello che viene detto, perché ci si sente distanti psicologicamente, e si ha l’impressione di non comunicare. In questa situazione potrebbe nascere uno scontro sui contenuti, ma il problema non sta nelle diversità di opinioni, bensì nella mancanza della disponibilità a comprendere la posizione dell’altro: uno parla e l’altro risponde, ma in realtà non “passa” niente di nuovo; uno va in una direzione e l’altro in un’altra, come due rette nello spazio che non si incontrano. Quando nel corso della discussione si comincia a comunicare in questo modo, l’insegnante deve ricorrere alla prova di ascolto.

Questo esercizio del ripetere con le proprie parole il pensiero dell’altro può sembrare artificioso, ma è in grado di far funzionare la comunicazione mostrandone anche alcuni aspetti in maniera esplicita come, per esempio, il fatto che solitamente chi parla molto ascolta poco, e chi è più silenzioso dà prove di ascolto molto soddisfacenti; oppure che comprendere è un lavoro mentale che comporta un considerevole impiego di energie.L’ultima indicazione, infine, riguarda il ruolo dell’insegnante durante la discussione. Il ruolo deve essere quello di animatore-di-gruppo, ovvero l’insegnante dovrebbe coordinare la comunicazione senza dare giudizi, perché se l’allievo si sente giudicato si terrà il suo ruolo, che gli serve proprio per difendersi dal giudizio degli altri.

Quando l’insegnante è giudicante, la discussione prende l’aspetto di una farsa dove ognuno farà la caricatura di se stesso. Invece, quando chi conduce dà solo le indicazioni su come comunicare, senza confondere il suo ruolo di conduttore con quello di partecipante, senza dare giudizi di valore e senza esprimere le proprie idee sul contenuto degli interventi, le persone gradualmente usciranno dal loro ruolo e cominceranno a mostrare se stesse, come fanno le testuggini quando tirano fuori il capo dalla loro corazza.

SHARE
Previous articleTORNARE ALLA SEPARAZIONE BANCARIA
Next articleBASTI – MENTI
Catalano Settimo
Laureato in psicologia nel 1976, sono uno dei primi iscritti all'albo degli psicoterapeuti. Pratico la professione dal 1979: come psicoterapeuta in studio privato, come psicologo-formatore nelle istituzioni scolastiche e nelle aziende. Come psicoterapeuta mi sono occupato di una vasta gamma di disagi psicologici e ho avuto pazienti adulti, in età evolutiva e anziani. Singoli, coppie e famiglie. Il mio approccio psicoterapeutico può essere definito olistico-umanistico o approccio integrato e considera il disagio psicologico come un malessere che coinvolge la persona nel suo insieme, anche se i sintomi possono essere ascritti a caratteristiche diagnostiche ben definite come depressione, fobie, attacchi di panico ecc. Come formatore lavoro soprattutto con gli insegnanti delle scuole statali (dalle Materne all'Università, ma principalmente nella Scuola dell'Obbligo) in progetti legati allo star bene con gli altri e all'integrazione: sensibilizzazione alla dinamica di gruppo, formazione degli insegnanti alla gestione del gruppo classe e utilizzo del metodo TNE. Come Formatore lavoro anche con aziende, sindacati, cooperative, associazioni e gruppi teatrali. In questi ambiti, le mie competenze riguardano l'insegnamento teorico-esperienziale e la sensibilizzazione nel campo delle dinamiche di gruppo, della comunicazione e della gestione delle conflittualità. Nel 1995 ho creato il "Metodo TNE". Il TNE (Tutti Nessuno Escluso) è un metodo pratico-teorico per l'insegnamento di competenze relazionali sperimentato dalle insegnanti in centinaia di classi dagli anni novanta ad oggi. Nel 1996 ho messo a punto "Lo Psicosociogramma" uno strumento sociometrico che continuo a migliorare nel tempo. "Lo psicosociogramma" è un sofisticato strumento di analisi di dati sociometrici che ho creato partendo dal sociogramma classico di Moreno e che continuo a migliorare in vent'anni di ricerca e sperimentazione. Questo strumento restituisce un'immagine della struttura del campo relazionale di un gruppo-classe e della dinamica in corso e, se applicato in due momenti successivi, dà una misura di quanto sono cambiate le competenze relazionali dei singoli e del gruppo nel suo insieme. A cominciare dal 1995 questo strumento è stato utilizzato da centinaia di insegnanti del Centro e del Nord Italia per evidenziare gli aspetti socio-affettivi e i cambiamenti nel tempo del proprio gruppo-classe. Nel 1999 ho scritto "Le porte dell'Attenzione" Ed. Chiara Luce -uscito anche col titolo: "Strategie per il successo formativo" Ed. Tecnodid- è un libro su quegli aspetti del lavoro dell'insegnante che riguardano la relazione con gli allievi e la conduzione del gruppo-classe e racchiude l'esperienza pragmatica di vent'anni di attività nelle scuole di varie regioni italiane. Dal 2016 "Lo Psicosocioramma" è anche un libro che descrive la logica con cui funziona lo strumento, il come lo si applica a un gruppo-classe e come si leggono i risultati. Inoltre nel testo sono illustrati i dati di più di 454 psicosociogrammi.