Leonardo Guarnotta. C’era una volta il pool antimafia, i miei anni nel bunker.

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Membro storico del pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto e affiancato da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello,  Leonardo Guarnotta nasce a Palermo nel 1940.

“C’era una volta il pool antimafia” si apre con una domanda : “Ma come fate, come fate a stare rinchiusi qui senza intristirvi, senza la luce del giorno, sempre con quelle lampade accese”.
La risposta arriva a distanza di giorni: “Sì, vabbè, poi m’a sai cuntare”, poi me la saprai raccontare.
 “ Poi me la saprai raccontare”, 
dietro a un’affermazione un significato recondito, che solo in seguito si materializza :una telefonata in grado di cambiare  il corso della vita di un uomo, una chiamata che lo conduce dritto al  “bunkerino”, una fortezza di piccole dimensioni all’interno del Tribunale di Palermo.




Testo dal forte impatto emotivo, al cui interno si intrecciano relazioni umane, testimonianze e questioni tecniche.

Leonardo Guarnotta ricorda la lungimirante mente di Giovanni Falcone che fin da subito  comprende meccanismi estranei a molti : la mafia come fenomeno criminale transnazionale, questione che inevitabilmente  ha  già varcato i confini della Sicilia, ragion per cui è necessario indagare anche al di fuori della sola Palermo; irrompere all’interno dei “sacri” Istituti di credito, luoghi nel quale confluiscono e vengono  “puliti” i capitali accumulati attraverso il traffico internazionale di armi e droga.
Non solo, fondamentale la collaborazione tra Nazioni.

Sostiene Falcone: “ Se la droga non lascia quasi tracce ( se non per i danni alla salute di coloro che la assumono), il denaro ricavato dal suo commercio, non può non lasciare dietro di sé una scia, segni, orme del suo percorso, del suo passaggio, da chi la fornisce a chi l’acquista”.


Sono gli anni nei quali giornalisti, alti servitori dello stato e poliziotti soccombono per mano di Cosa Nostra; a stigmatizzarne la paura, lei, signora ironia.
 Scherza Paolo Borsellino: “In questo mondo ci sono tante teste di minchia, che tentano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello, quelli che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero. Ma oggi, signori e signore, davanti a voi, in questa bara di mogano costosissimo, c’è il più testa di minchia di tutti. Uno che si era messo in testa, niente di meno, di sconfiggere la mafia applicando la legge”.


Un percorso, che prende il via con la nascita e il successivo smantellamento del pool, passando attraverso una serie di riflessioni ed emozioni.
In origine, il pool non è un organo giudiziario contemplato dall’allora codice di procedura penale, ma la sua costituzione avviene per fasi successive, in seguito alle considerazioni di Rocco Chinnici, prima fra tutte: “un magistrato non è un uomo separato dalla società”, ciò significa parlare di mafia ovunque è possibile, coinvolgere gli studenti perché l’azione repressiva del solo Stato non basta.
La mafia secondo Chinnici,  è inoltre un’organizzazione verticistica e unitaria, contrariamente all’erronea credenza vigente in quel particolare momento, secondo cui ci si trova innanzi a bande in eterno conflitto fra loro.
La costituzione del pool è resa possibile dalla facoltà concessa al consigliere istruttore , ai sensi dell’articolo 17 delle Disposizioni Regolamentari del codice di rito, di delegare ad ognuno di loro le stesse indagini.
Spiega Guarnotta: “ La strategia che si voleva attuare era, dunque, di affidar a un gruppo di magistrati, all’inizio davvero esiguo (noi quattro, più il consigliere), tutte le indagini sulla criminalità organizzata comune e di tipo mafioso, in modo che ognuno di noi esplorasse quelle assegnategli, ma i risultati venissero portate a conoscenza degli altri colleghi, affinché un prezioso patrimonio di informazioni non andasse disperso”.

29 settembre 1984: si giunge alla firma del mandato di cattura 323/84 RGUI nei confronti di circa 360 imputati.
8 novembre 1985 viene depositata l’ordinanza- sentenza: 8608 pagine contenute in quaranta volumi e ben ventidue allegati.
Recita l’incipit: ”Questo è il processo all’organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra, una pericolosissima associazione criminosa che, con la violenza e la intimidazione, ha seminato e semina terrore e morte”.
Il maxiprocesso ha finalmente la strada spianata.

Nel corso della storia il pool subisce gravi attacchi, anche da parte dell’opinione pubblica.
Falcone e Borsellino completamente lasciati soli.
La nomina di Antonino Meli, uomo che mai si è occupato di mafia, se non in  occasione del Processo Chinnici” presieduto a Caltanissetta e, conclusosi certo, con esito positivo,  a consigliere istruttore è un colpo al cuore del pool.
Un vero attacco a Falcone ritenuto da molti un elemento disturbatore, quindi, giusto sbarrargli la strada.
Come può Meli dirigere un gruppo con alle spalle duri anni di lavoro e tuffarsi in una nuova realtà?
 Sottolinea il merito delle figure dei collaboratori di giustizia, coloro che la stampa denomina “pentiti”, senza il cui aiuto non sarebbero stati conseguiti risultati importanti.
 Tommaso Buscetta abbatte il velo dell’omertà e accompagna all’interno dei segreti dell’organizzazione criminale più potente del mondo occidentale

Nomi, persone, avvenimenti, date scorrono e, pagina dopo pagina, assumono il profumo della speranza.
Differenti stati d’animo si susseguono in alternanza e oltrepassano la psiche: rabbia , tristezza, sgomento, disperazione, sconforto e senso di smarrimento dopo le morti di Falcone e Borsellino.
La certezza è una: le vite perse non sono valse a nulla, bensì hanno lasciato un’impronta indelebile, un insegnamento profondo e una metodologia di lavoro che risulta adottata ancora oggi.

Infine, un messaggio: non è necessario rivestire una particolare posizione per combattere ogni forma di illegalità, da chiunque commessa.
Ciascuno di noi è chiamato ad assolvere al proprio dovere, qualunque sia il suo ruolo nella società, nella consapevolezza che uomini hanno sacrificato il bene primario della vita nell’azione di contrasto all’illegalità e alla criminalità.