Intervista a Fotios Loupakis, Oncologo, ricercatore e Presidente “Kiss”.

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Tramite Alessio Musella, editore rivista Exit Urban Magazione ho avuto modo di relazionarmi con Fotios Loupakis, oncologo, presidente e fondatore di “Kiss”, associazione con lo slogan : “A kiss Against Cancer”.
Quanto ne consegue è un dialogo i cui contenuti oscillano tra la sfera personale e professionale.

La prima domanda che pongo a Fotios è relativa al significato dell’essere medico.
Non voglio essere dissacrante, nemmeno ipocrita, e non mi va di pensare che i medici scelgono questa professione perché si sentono degli eroi e vogliono salvare il mondo. Per quanto mi riguarda, non è stato assolutamente così. Ho scelto di fare il medico sapendo che avrei voluto dedicare molta parte del mio tempo alla ricerca, non soltanto quindi al rapporto personale e diretto con i malati, ma sapendo che nel mio rapporto con questi ultimi devo poter trasmettere con gli occhi che in un’altra parte della giornata faccio qualcosa di molto diretto per loro anche quando non li vedo. Inoltre per me era diventata una necessità fin dall’inizio, passare molto, molto tempo da medico oncologo, esclusivamente con situazioni di gravi difficoltà, mi avrebbe consumato troppo. È una scelta che ho fatto molto precocemente. Per me, essere medico è anche essere un ricercatore; essere in grado di fornire al paziente oltre a quella dose giusta e importante di empatia e amore, il massimo dell’evidenza scientifica.

Quotidianamente legge la morte negli occhi altrui, come riesce a controllare le sue emozioni?
Questa è una domanda che apprezzo tanto, perché va dritta al punto, salta ogni barriera ipocrita. Direi che è proprio così: noi dobbiamo controllare le nostre emozioni e dobbiamo nasconderle. Diceva un mio vecchio professore di anatomia, diventare un po’ attori. Ho notato in molti colleghi una straordinaria capacità comunicativa proprio laddove si riesce a diventare attori. Indossare una maschera che sia la più adatta per ogni paziente e per ogni situazione. Non è soltanto controllare le emozioni, ma anche modificarle. Nell’esperienza che maturiamo giorno per giorno, è la capacità di intuire quale sia la forma più giusta verso quel paziente, verso quella famiglia, per raggiungere così un obiettivo che deve essere molto chiaro. La cosa più sbagliata sarebbe avere un atteggiamento univoco che uno replica ad ogni visita e in ogni situazione. Certamente, quello che si è alcune volte, non si addice ad altre situazioni; in certi casi bisogna essere più duri, in altri essere pesantemente o meglio, fortemente vicini. In questo modo si può affrontare la quotidianità con una grande flessibilità, che costa tanta fatica e impegno.

In che modo riesce a non farsi coinvolgere dalle storie che le passano innanzi giorno dopo giorno?
Questo stato in alcune occasioni è molto difficile. Due volte ho avuto un coinvolgimento talmente grande che sono nate delle vere e proprie amicizie, ma strette, forti, che durano tutt’ora, che paradossalmente mettono poi in difficoltà il mio ruolo di medico, a distanza di tempo, perché sono situazioni che si sono risolte ed evolute favorevolmente, pazienti che lottavano tra la vita e la morte, che sono guariti, ma con i quali il rapporto medico/paziente è andato ben oltre, tramutandosi in un vero rapporto d’amicizia. Questo può succedere una volta su mille, altrimenti saremmo consumati, finiti, non saremmo più medici, non avremmo neanche fisicamente il tempo. Non farsi coinvolgere diventa, ahimé, è brutto a dirsi, un qualcosa di naturale in quanto siamo costretti a dare del tempo definito e un’attenzione definita ad ogni singola situazione. Questo aiuta a non farsi coinvolgere, sapere già che dopo devi passare ad altro, impedisce alla tua testa e al tuo cuore di soffermarsi troppo su quello che hai davanti. Quindi, la prima cosa che si sacrifica è il coinvolgimento emotivo. È una cosa che può apparire brutta, allo stesso tempo è una forte ancora di salvezza per la pratica medica.

Entriamo poi nello specifico.
Cancro, mi spiegherebbe nei termini più semplici che cos’è e quale tipologia di cancro risulta essere la più pericolosa?
Il cancro in generale è una crescita incontrollata di alcune cellule. Una singola cellula è naturalmente chiamata a replicarsi, a dare origine a cellule identiche a se stessa; il meccanismo che governa questa replicazione si può alterare. In alcune situazioni si sa anche cosa porta a questa alterazione, in altre lo si può indirettamente ipotizzare. Una cellula che si deve replicare “impazzisce” e impara a replicarsi in forma incontrollata, cioè, invece di produrre una sola copia di se stessa, ne produce un numero indefinito. Questo è fondamentalmente il cancro.  Si formano dei noduli, polipi, si formano poi delle metastasi. In quest’ultima ipotesi, le cellule acquisiscono la capacità di allontanarsi dal nido iniziale in cui si sono formate e vanno a colonizzare degli organi, interferendo con la loro funzione. Questo è il modo in cui il cancro evolve e fare del male.
Non vi è una tipologia di cancro più specificatamente pericolosa. Per un singolo paziente è pericoloso quel cancro che non potrà sconfiggere. Vi sono svariate forme di tumore, pressoché, tutti i tumori, in alcuni in maggior percentuale, in altri minore, possono avere un’evoluzione negativa. Quando la comunicazione riguarda l’ambito sociale, o diretta a pazienti e famigliari, tutto ciò che riguarda numeri e statistica, a me non piace ricondurlo a un messaggio univoco, perché molto spesso rischia di essere molto fuorviante. Il cancro che più dobbiamo temere è il cancro che non possiamo curare, o il cancro che non possiamo controllare.

Prevenzione, mettere le “mani avanti”, impedire che si arrivi a dover diagnosticare una malattia. Ogni quanto tempo si dovrebbero eseguire esami in via preventiva? A seconda del tipo di tumore, quali controlli vanno eseguiti?
Qui, entriamo in una campo abbastanza articolato. La vera e propria prevenzione (e questo è ormai nella mente di tutti), si può dividere in due ambiti: prevenzione primaria, cioè, non far venire un tumore. Per esempio, per un fumatore, sospendere il fumo di sigaretta, o ancora meglio, per un giovane non iniziare mai a fumare. Seguire stili di vita che pongano attenzione all’attività fisica e ad una corretta alimentazione secondo quelle che sono le indicazioni dell’OMS. Tutto questo aiuta a fare prevenzione primaria, cioè a ridurre il rischio che un tumore si formi. Esiste poi la prevenzione secondaria, che si allaccia benissimo alla seconda parte della tua domanda, cioè, scoprire precocemente un tumore, e quindi, nel momento in cui mi chiedi quali sono gli esami che devono essere fatti, ci sono situazioni in cui si considera lo screening così detto efficace. Un esempio che è sotto gli occhi di tutti è la ricerca di sangue occulto delle feci; la ricerca del sangue occulto permette, a volte, quando positiva, di eseguire la colonscopia, la quale può diagnosticare precocemente, in fase molto iniziale, delle lesioni che se non venissero rimosse potrebbero poi dare origine a un tumore, o anche rimuovere un tumore in fase iniziale da essere facilmente guaribile. Altri esempi riguardano il pap – test, per i tumori della cervice uterina, o la mammografia per i tumori alla mammella. In realtà, i programmi di screening di prevenzione secondaria, universali, non sono poi così tanti. Si lavora molto a questo aspetto anche nell’ambito scientifico, immaginando dei possibili test fatti sul prelievo di sangue in cui andare a isolare delle sequenze di DNA che potrebbero essere in circolo in quanto rilasciate da alcune cellule tumorali. Queste sono delle frontiere della ricerca che molto verosimilmente potrebbero diventare realtà, in poco tempo.

Quant’è fondamentale un supporto psicologico per pazienti e famigliari?
Impossibile non rispondere: estremamente importante, straordinariamente fondamentale. Però, attenzione! Deve essere un percorso basato su evidenze, sulla serietà dei professionisti; è un percorso che deve rientrare in un ambito ben organizzato in cui sono coinvolti certamente anche gli psicologi, ma a mio avviso e su questo si sta lavorando molto, devono essere, ancora, sempre di più, coinvolti anche gli oncologi medici. Il supporto psicologico non è un qualcosa di separato dalla visita oncologica. La comunicazione, l’empatia e l’uso corretto delle parole, anche questo fa parte del supporto psicologico. Spiegare un trattamento in un modo, spiegarlo in un altro, può fare una differenza enorme nel paziente e nei suoi famigliari in termini di comprensione di quello che sta accadendo e quindi, di conseguenza, di accettazione delle cure e di aderenza alle cure. Un trattamento spiegato bene, può rassicurare maggiormente il paziente, può dare degli strumenti per seguire meglio la terapia, avere meno effetti collaterali e effetti migliori in termini di efficacia del trattamento. Il supporto psicologico è qualcosa di abbastanza complesso, che deve coinvolgere un po’ tutti i professionisti a trecentosessanta gradi. Stile di vita, ambiente e cancro. Quale relazione lega questi tre elementi?
Qui, veniamo a Kiss, al suo intimo. Come già abbiamo detto prima, con lo stile di vita si può fare, pesantemente, in maniera significativa, effetto leva su quelle che sono i rischi del cancro. Fare attività fisica, corretta alimentazione, giusta esposizione al sole, stop alle sigarette, sono tutti messaggi che vengono costantemente ripetuti come mantra da molti organi istituzionali, ma sono particolarmente importanti, e tutt’ora ancora troppo spesso disattesi. L’ambiente si inserisce in questo discorso, in questo contesto perché sicuramente abbiamo molti esempi storici. È possibile fare innumerevoli esempi da cui sono derivate situazioni critiche di contaminazione, di esposizione al rischio di sviluppare tumori. I casi più eclatanti, più importanti sono quelli di centrali nucleari esplose, come ad esempio Chernobyl e tutti i cancri che sono nati in seguito a quella disgrazia. Sappiamo che molte forme tumorali sono dovute all’inquinamento, molte forme di malattie respiratorie croniche che possono predisporre a un aumentato rischio di tumore sono legate a emissione di particelle nell’atmosfera. Sappiamo per ovvie considerazioni come in uno stile di vita, in cui ci sia attenzione e rispetto verso l’ambiente, c’è necessariamente, di riflesso maggiore attenzione e rispetto verso noi stessi.
Conoscere l’ambiente nella sua naturalità, ci porta inevitabilmente a esserne innamorati e più rispettosi e quindi ad essere più innamorati e rispettosi verso noi stessi. Questo è un link fortissimo che porta direttamente alla prevenzione in ambito oncologico, ma anche, comprendere il problema nella sua totalità, apprezzarla da tutte le sfaccettature, e avvicinare all’osservazione del mondo, alle riflessioni che noi facciamo in ambito ambientale, degli stili di vita con un approccio più scientifico, che è sempre difficile da comunicare, un po’ perché è noioso, un po’ perché è difficile da comprendere. Quindi, ho sentito il bisogno di provare a spiegare un pochino meglio. Kiss nasce con quest’intenzione, di parlare in maniera più semplice, di essere a volte, anche un po’ dissacrante e scherzoso. Come tutti, essendo poi anche un medico, ufficialmente coinvolto nella cura di pazienti, nell’ambito di un’istituzione nazionale, statale, devo rispettare dei criteri, delle regole, dei principi che sono fondamentali affinché io possa svolgere bene, al meglio e nel rispetto delle regole la mia professione. Però, credo che alle volte la comunicazione, quella dei canali ufficiali, tenda ad essere un pochino troppo rigida, triste, distaccata e che possa sortire un effetto quasi opposto nelle persone, come se le persone facessero poi un passo indietro e si distanziassero, fammi passare il termine: “Oh, che palle, questa trasmissione sul fumo di sigaretta! Oh, che noia questa roba su cosa si deve mangiare!”. Quindi, ecco, penso che ci sia molto spazio per una comunicazione più semplice e accattivante.

Come già accennato, “Kiss” con lo slogan ” Kiss Against Cancer” è l’associazione del quale non solo è presidente, ma anche fondatore. Di cosa vi occupate nello specifico?
“Kiss” si propone di supportare anche altri progetti. Uno tra questi, in piena linea con la nostra mission, che recentemente abbiamo condiviso con un’altra organizzazione locale del Veneto, nella provincia di Padova, servirà per aiutare questa onlus a compiere la propria missione. Vogliamo aiutare “Spiritus mundi onlus” nella loro missione di piantare degli alberi in zone che sono ad oggi in disuso, delle aree che attraverso l’azione di questi amici, l’impegno e la disponibilità delle amministrazioni comunali, vengono ripopolate di alberi nell’ottica di riportare quanto più possibile la Pianura Padana a quella che era la sua origine. La Pianura Padana, era infatti in origine una foresta il cui albero principale era una quercia, sulla quale, peraltro si fonda la città di Venezia. I ragazzi che hanno lanciato questa iniziativa, sapranno, comunque, spiegarvi molto più nel dettaglio.
Altra iniziativa che stiamo lanciando, ma che in questi giorni è sospesa causa corona virus, è Kenya Help Us.
Da un recente viaggio in Egitto in cui ho fatto lezione negli ospedali e in università sul trattamento dei tumori del tratto gastro-interico, ho conosciuto due oncologi kenioti, i quali mi hanno spiegato alcune cose di cui solo poco avevo letto e di cui poco ero a conoscenza, circa quanto sia drammatico il discorso cancro nei paesi emergenti, come costituisca emergenza sanitaria, enorme, un problema che va di pari passo con la occidentalizzazione e con l’aumento dell’età della vita in paesi come il Kenya. In qualche modo, noi, esportiamo in questi paesi, modelli di vita occidentale e allo stesso tempo si esporta e si aiutano questi paesi a sconfiggere altre malattie, aumenta l’aspettativa di vita e l’incidenza di tumori. Questi paesi non sono pronti. In una realtà come il Kenya, in cui la popolazione è quasi simile all’Italia, ci sono tanti oncologi quanti ce ne sono nel mio istituto che opera a Padova, ottanta oncologi nel totale. Il nostro progetto vuole aiutare due colleghi, i cui nomi sono Hilda e James, oncologi, che hanno appena completato il loro percorso di studi specialistici, e che saranno ospitati in Italia per un periodo di tre mesi, dove potranno lavorare con noi su alcune iniziative specifiche in ambito non solo di ricerca sperimentale, ma di ricerca applicata e acquisire competenze da poter poi rapidamente trasferire in Kenya e dare il via a una collaborazione con loro che duri nel futuro, ospitare altri colleghi e in aggiunta, lavorare insieme con progetti a distanza.  Aiutarsi a vicenda. Da queste realtà in evoluzione abbiamo tanto da imparare.



Incrociando Fotios ho pensato a Rieux, medico e protagonista de “La peste” di Camus, lui, non un eroe, ma semplicemente un uomo, che diviene uomo nel momento in cui è chiamato ad esserlo.
In conclusione, ringrazio Fotius Loupakis per il tempo accordatomi.